Pale è un’antica divinità italica, venerata lungo tutta la dorsale appenninica. Conosciuta dai Romani come Pales e dai popoli sanniti e osco-umbri con i nomi di Perna, Penna o Pelina, potrebbe rappresentare una versione meridionalizzata di Bale o Baleno oppure, al femminile, Belena, un’antica dea celtica, con cui condivide molti tratti.

Nel corso del tempo, Pale fu spesso identificata con Minerva, Bona Dea e Dea Dia, e fu venerata anche come Pale montana, Pale pastoria, Berenice Cibale Dea e Magna Pale, legata alla figura della dea Opi. Considerata protettrice dei confini, del mondo manifesto, dei pastori e dei pascoli, Pale incarnava l’equilibrio tra il selvatico e il coltivato. Era una dea profondamente legata alla terra e al fuoco, ma anche alla morte intesa come passaggio e rinnovamento. A lei si ricorreva per invocare purificazione, protezione, buon esito del parto e guarigione, sia per gli uomini sia per gli animali. Si ritiene avesse anche il ruolo di proteggere da incendi montani e da animali selvatici.
Il suo nome è associato alle baldorie pastorali, e la radice illirica paliti (“bruciare”) richiama i riti del fuoco. Durante le feste in suo onore, le Palilia, si bruciavano paglia e stoppie; da qui derivano anche i termini palia (paglia) e persino pallido, che potrebbe collegarla simbolicamente alla luna, alla purezza delle rocce e al concetto di morte e rinascita. Inoltre, il termine balzo (la roccia sporgente che da lontano appare come un “palazzo”) e lo stesso colle Palatino di Roma si legano al suo nome: per gli antichi, la roccia affiorante era una manifestazione del divino.

Il 21 aprile, giorno delle Palilia, si celebravano riti di purificazione per le greggi. Si accendevano mucchi di paglia disposti in fila e si facevano passare attraverso di essi gli animali e i pastori, che saltavano le fiamme. Era l’occasione per pulire stalle e ovili: il pastore spruzzava d’acqua il gregge, spazzava e ornava il recinto con fronde. Si andava poi al tempio di Vesta per procurarsi il suffimen, un composto organico che veniva bruciato sul fuoco sacro; quindi si saltava tre volte attraverso le fiamme e ci si aspergeva con acqua usando un ramo d’alloro. Questo rito, detto suffitio, era simile a quello usato per purificarsi dopo un funerale.
La sera si ripetevano le purificazioni con acqua e fuoco, si lavavano gli ovili, si ornavano pareti e porte con fiori e fronde, e si bruciavano zolfo, legni resinosi, ginepro e alloro. Si offrivano a Pale focacce di miglio, latte e cibi vegetali, distribuiti poi tra i presenti in un banchetto rituale. La preghiera rivolta a Pale, spesso associata a Silvano, veniva recitata quattro volte, guardando verso oriente:
“Benedici la mandria e perdona se a volte siamo entrati nei boschetti a te consacrati e, ignorando il tuo nome, abbiamo tolto foglie al ramo per una pecora malata; perdona se le bestie intorbidarono involontariamente l’acqua chiara della tua fonte.”
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