Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Da Troia a Roma: un riassunto dell’Eneide (libri 5-8)

Ecco un breve riassunto della principale opera di Virgilio, da cui leggendariamente trae origine ROMA

Libri 5-8                      Vedi anche:  Libri 1-4   Libri 9-12

LIBRO V

Mentre la flotta veleggia in alto mare, Enea vede i bagliori del rogo di Didone e, benché non sappia la causa di quel fuoco, è contristato da foschi presentimenti.

Guercino_Morte_di_DidoneAnche il mare è cupo e, intorno alle navi, sta addensandosi una minacciosa tempesta, sicchè Palinuro, il nocchiero della nave di Enea, suggerisce di puntare verso la Sicilia, dove potranno contare sull’ospitalità del troiano Aceste, re di Segesta. Lo stesso re, infatti, visto dall’alto l’arrivo delle navi amiche, si reca sul lido per riceverli ed offrire ad essi ospitalità e ristoro. La mattina seguente, ricorrendo l’anniversario della morte di Anchise, colà sepolto l’anno prima, Enea indice giochi funebri in suo onore. Poi muove verso la tomba del padre, dove immola vittime e fa libagioni di latte, vino e sangue. All’alba del nono giorno da inizio ai giochi, ai quali prende parte anche la gioventù del luogo.
Quattro sono le gare con ricchi premi per i vincitori: la regata, vinta dalla nave “Scilla” comandata da Clonato; la corsa a piedi, vinta da Eurialo col favore di Niso; la lotta del cesto (pugilato), vinta dal siciliano Entello sul troiano Darete; la prova dell’arco, vinta da Eurizione, ma il premio viene consegnato al vecchio Aceste, la cui freccia, volando tra le nubi, ha preso fuoco lasciando dietro di sé una scia luminosa. Si svolge, poi, un torneo di fanciulli a cavallo: tre squadre, di dodici giovinetti ciascuna, compiono una specie di danza equestre o di finta battaglia. S’impone tra tutti, per bellezza e bravura, Ascanio, il quale cavalca un destriero donatogli da Didone.
La giornata sta per concludersi lietamente, quando Giunone manda Iride ad istigare le donne troiane che, stanche del continuo peregrinare, appiccano il fuoco alle navi. Al divampare del fuoco tutti corrono al porto, ed Enea, in preda ad un profondo scoraggiamento, invoca l’aiuto di Giove, il quale, impietosito, rovescia dal cielo una violenta pioggia che spegne l’incendio.

Purtuttavia, quattro navi sono andate perdute. Enea, ora, è incerto sul da farsi. Ma nella notte gli appare l’ombra del padre, che lo esorta a seguire il consiglio del vecchio Naute, il quale propone di fondare in Sicilia una città dove lasciare le donne, i vecchi e i malati, e di continuare il viaggio solo con i più giovani e forti.

Gmelin_Palinuro  Anchise aggiunge che, prima di sbarcare nel Lazio, l’eroe dovrà discendere nell’Averno per incontrarsi con colui che gli svelerà i suoi destini gloriosi. Il “pio” Enea, determinato a seguire la volontà degli dei, traccia i solchi della nuova città per coloro che rimangono: essa si chiamerà Acesta ed avrà come re l’amico Aceste. Inoltre, sul monte Erice getta le fondamenta di un tempio a Venere, sua madre.
Dopo nove giorni di feste e sacrifici, viene il momento della partenza. Abbracci e pianti a non finire, quindi le navi salpano per l’Italia col vento in poppa. Venere ha ottenuto una felice navigazione per il figlio.
Ma il dio del mare ha preteso in cambio il sacrificio di una vittima umana: sarà Palinuro, il nocchiero della nave di Enea, il quale, ingannato dal Sonno, s’addormenta e precipita in mare insieme al timone. Enea, svegliatosi presso gli scogli delle Sirene, avverte la mancanza del nocchiero: corre subito a prendere il posto dell’amico e ne piange amaramente la morte.

LIBRO VI

Michelangelo - Sibilla Cumana

Michelangelo – Sibilla Cumana

Le navi approdano finalmente a Cuma. Mentre i compagni vanno a tagliare legna e a cercare acqua, Enea sale sulla rocca, dov’è il tempio di Apollo, vicino alla grotta della Sibilla. L’eroe si sofferma a contemplare il tempio costruito da Dedalo, sulle porte del quale sono raffigurate le tragiche vicende di Androgeo e del Minotauro. Ma ecco che avanza la Sibilla: la sacerdotessa invita Enea a celebrare i sacrifici ad Apollo e, compiuto il rito, ad entrare nella sua grotta. Qui Enea invoca il potente dio, protettore dei Troiani, perché ponga fine al suo lungo peregrinare e gli conceda finalmente di fondare il regno promesso. Allora la Sibilla, invasa dallo spirito profetico di Apollo, tutta agitata e tremante, pronuncia l’atteso vaticinio:” I Troiani giungeranno nel Lazio, però vi troveranno guerra e sangue. Ma alla fine, anche per l’aiuto di una città greca, saranno salvi e vincitori”. Placatasi la sacerdotessa. Enea la prega di condurlo nei Campi Elisi perché possa incontrarsi col padre, ed ella risponde che prima dovrà cogliere un ramoscello d’oro, sacro a Proserpina, e dare sepoltura al compagno Miseno. Infatti Miseno, il trombettiere di Enea, giaceva cadavere sul lido. Avendo osato sfidare Tritone nel suono della tromba, il dio sdegnato lo aveva fatto cadere nell’acqua e morire annegato. Si decide di rendere onori funebri al morto.
Tutti vanno nel bosco a raccogliere legna per il rogo; anche Enea, il quale, guidato da due colombe messaggere di Venere, giunge presso un albero che ha un ramoscello d’oro. Subito lo stacca e corre dalla Sibilla. Dopo aver compiuto le esequie di Miseno, cui dà sepoltura sul promontorio che da lui prese nome, Enea offre sacrifici agli dei infernali, perché gli concedano di entrare nel regno dei morti.
All’ordine della Sibilla, Enea si inoltra con lei nell’oscurità di un vestibolo, dove s’aggirano fantasmi spaventosi che personificano i peggiori mali che tormentano l’umanità: le Malattie, la Fame, la Miseria, la Paura, la Guerra, la Morte, e così via. Nel mezzo sorge l’albero dei Sogni, mentre i mostri mitologici (Centauri, Scilla, Briareo, Idra, Gorgona, Chimera…) sono a guardia delle porte. Enea, spaventato, impugna la spada, ma la Sibilla lo ammonisce che sono vane ombre.
Sulla riva dell’Acheronte, fangoso e torbido, l’eroe vede le anime degli insepolti, condannati a vagare per cent’anni prima di essere accolti nella barca di Caronte. Fra essi Enea scorge Palinuro, il nocchiero caduto in mare, che gli racconta come venne assalito ed ucciso da gente crudele che lasciò abbandonato il suo corpo sulla spiaggia. Ma quella stessa gente crudele – la Sibilla lo rassicura – gli darà solenne sepoltura e chiamerà col suo nome il promontorio dove morì. Caronte,intanto, scorge Enea e gli intima di fermarsi: non lo traghetterà, perché è vivo. Ma le parole della Sibilla e la vista del ramoscello d’oro fanno sì che il nocchiero s’acquieti e li trasporti entrambi. Sull’altra sponda trovano, a guardia dell’Antinferno, Cerbero che latra rabbiosamente.
La Sibilla gli getta una focaccia soporifera ed il mostro si addormenta. I due entrano così, senza difficoltà, nel regno dei morti. Appena dentro odono un confuso suono di voci e di vagiti infantili: sono le anime dei bambini morti anzitempo, quelle dei condannati a morte ingiustamente, dei suicidi e dei guerrieri caduti. Giudice di tutte queste anime è Minosse.
Nei campi del pianto, fra le anime dei suicidi per amore, Enea scorge Didone. Le si avvicina e, piangendo, le rivolge parole affettuose, ma la regina non risponde e, guardandolo biecamente, s’allontana da lui per accostarsi all’ombra del marito Sicheo. Fra i guerrieri Enea incontra molto Troiani, e tutti si affollano intorno a lui desiderosi di parlare, mentre i Greci fuggono atterriti. Enea si intrattiene a lungo con Deifobo, figlio di Priamo, che gli narra la sua tristissima fine. Il colloquio è interrotto dalla Sibilla che mostra ad Enea un bivio: di qua c’è il Tartaro, dove sono puniti eternamente i malvagi, di là i Campi Elisi.
Nel Tartaro i giusti non possono entrare, sicchè ad Enea non è permesso vederlo. Dall’alto di una torre vigila Tisifone, una delle tre Furie. All’interno vi è il giudice Radamanto che, dopo aver giudicato le anime, le precipita giù nell’abisso. Attorno al Tartaro, cinto da una triplice muraglia, scorre la corrente infuocata del Flegetonte. Ripreso il cammino i due giungono ai Campi Elisi. Enea appende sulla porta il ramoscello d’oro in omaggio a Proserpina ed entra nei luoghi ameni – verdi prati, boschi, ruscelli- dove i buoni conducono una beata esistenza.
Il poeta Museo guida Enea da Anchise che muove incontra al figlio, felice di rivederlo sano e salvo. Enea, piangendo di commozione, vorrebbe abbracciare il padre, ma per tre volte l’ombra sfugge al suo amplesso. Poco distante da lì, presso la riva del fiume Lete, s’aggira una folla leggera di anime simili a sciami d’api sui fiori. Quelle anime -spiega Anchise- sono destinate a trasmigrare in altri corpi, dopo aver bevuto nel Lete l’oblio della precedente vita terrena. Fra di esse, Anchise addita al figlio le anime che, rinnovando la prole dardania, diventeranno i suoi gloriosi discendenti.
Ecco Silvio, che nascerà da Enea e da Lavinia, poi i re di Albalonga, e Romolo fondatore di Roma, e via via, fino a Cesare e ad Augusto, che porterà l’impero ai confini del mondo. E la rassegna termina con l’esaltazione della missione civilizzatrice di Roma. Quindi Enea prende commiato dal padre ed esce dall’Averno. Raggiunti i compagni, s’imbarca con essi alla volta di Gaeta, dove, appena giunto, fa ancorare le navi.

LIBRO VII

Bol-aeneasA Gaeta muore la vecchia nutrice di Enea, Caieta, che viene sepolta in quel golfo e gli dà il nome. Dopo il funerale, Enea si rimette in mare e, costeggiata la terra della maga Circe, approda presso la foce d’un grande fiume. E’ il Tevere, il tanto sospirato Tevere, che scorre nel Lazio dove regna il vecchio re Latino, padre di un’unica figlia, Lavinia, promessa sposa di Turno, re dei Rutili.
La regina Amata, preferendo Turno agli altri principi italici, è lieta di averlo come genero, tanto più che egli è suo nipote. Ma re Lavinio, credendo nel vaticinio di un oracolo, attende un genero straniero, venuto di lontano, la cui stirpe è destinata a dominare il mondo.
Dall’avverarsi di alcune profezie, Enea comprende che quella è la terra assegnatagli dai fati. Offre sacrifici agli dei e manda cento cavalieri con ricchi doni al re Latino, per chiedergli un’accoglienza ospitale.
Intanto, traccia con lieve solco la cinta delle mura per la nuova città, munendola di terrapieni e steccati. Nella sontuosa reggia di Laurento, i Troiani sono accolti favorevolmente dal re, il quale, vedendo avverarsi l’antico presagio, offre ad Enea la sua amicizia e la mano della figlia Lavinia. Ben venga, dunque, da lui ospite da tempo atteso. E, ricambiando i doni, gli manda un occhio ed una coppia di valenti destrieri.
Ma Giunone sta in guardia. Ella sa che i discendenti di Enea fonderanno Roma, e che Roma, un giorno, distruggerà Cartagine, la sua città prediletta. Per questo, traendo profitto dalla situazione, accende gli animi contro Enea. Manda la furia Aletto a suscitar discordie: prima dalla regina Amata e poi da Turno. La regina, eccitata da un insano furore, inveisce contro Latino, ostinato a sposare la figlia ad un esule di Troia, poi si mette a correre come una baccante per le vie della città, trascinandosi dietro altre donne e la stessa figlia Lavinia, che consacra, fra urli e moti scomposti al dio Bacco. A sua volta Turno rompe i patti col re Latino e, spinto da un atroce desiderio di vendetta, chiama a raccolta i Rutili per muovere guerra a Troiani e Latini insieme. Intanto, sempre per opera di Aletto, Ascanio ferisce a morte un cerco che Tirro, pastore del re, aveva addomesticato e custodiva con grande amore. L’episodio suscita l’indignazione dei contadini che, armati di bastoni, si scagliano contro i Troiani.
Ne nasce una zuffa sanguinosa con morti e feriti da entrambe le parti. Amata e Turno, forti delle grida bellicose provenienti dalla folla, ne traggono un valido motivo per indurre Latino a dichiarare guerra ad Enea. Ma il re non cede: piuttosto che macchiarsi di una tal colpa contro i decreti del Fato, egli depone il potere e si ritira. Allora Giunone stessa spalanca le porte del tempio di Giano, la cui apertura precedeva la dichiarazione di guerra, e tutta l’Ausònia, prima pacifica e tranquilla, è percorsa da un solo terribile grido: “Guerra!”. Febbrilmente si fabbricano nuove armi e tutti si addestrano per prepararsi allo scontro imminente.
Il poeta, dopo aver invocato nuovamente le Muse, passa in rassegna i guerrieri italici corsi in aiuto dei Rutili. C’è l’etrusco Mezenzio, spregiatore degli dei, col figlio Lauso; Aventino, figlio di Ercole; i fratelli Cavillo e Cora, con gli abitatori di Tivoli; Messalo, figlio di Nettuno, che guida i Fescenni ed i Falasci; Clauso, con la gente della Sabina; il medico Umbrone con i Marsi; Ebalo con i Campani; e tanti, tanti altri che sosterranno Turno nella rivendicazione dei suoi diritti. Infine, c’è Camilla, regina dei Volsci, donna forte e gentile che guida uno squadrone di cavalieri. Tutti accorrono al suo passaggio per ammirarla.

LIBRO VIII

Turno inalbera sulla rocca di Laurento il vessillo che dà il segnale della guerra: da ogni parte accorrono schiere di guerrieri armati. Per avere altri aiuti contro l’odiato nemico, Turno manda un’ambasceria in Puglia, dove l’eroe greco Diomede ha fondato la città di Arpi. 
stele_al_dio_tiberinoIntanto Enea, ammonito in sogno dal dio Tiberino, prepara due biremi con cui salire il corso del fiume: si recherà a Pallanteo, la città fondata dal greco Evandro, per stringere con lui un patto d’alleanza. Ed ecco uscire dalla selva una candida scrofa con trenta porcellini: è questo il segno, come gli aveva predetto Eleno, che là deve stabilire la sua sede. Subito Enea immola quelle vittime a Giunone per propiziarsi la dea nemica e comincia a navigare nel Tevere mentre le acque calme e le selve verdeggianti guardano stupite quell’insolito spettacolo. Quando raggiunge Pallanteo – una piccola città murata sul colle Palatino -, il re Evandro con il figlio Pallante ed i migliori Arcadi stanno celebrando un solenne sacrificio ad Ercole. Nel vedere navi piene di armati, quelli balzano in piedi atterriti, ma Pallante va arditamente incontro agli stranieri e chiede loro chi siano, e se rechino guerra o pace. Enea, tendendo dalla nave un ramo d’olivo, risponde breve e preciso alle domande. Poi, invitato a sbarcare viene condotto da Evandro.
Il re, che un tempo in Arcadia, aveva ospitato Anchise, lo accoglie con affettuosa benevolenza e, dopo averlo ascoltato, gli promette di essere suo alleato contro i Latini. Per cominciare, Enea parteciperà al banchetto preparato in onore di Ercole. Dopo aver mangiato e bevuto, Evandro spiega che l’origine del culto di Ercole in quei luoghi è collegato con l’uccisione, da parte del dio, di Caco, un mostruoso gigante e ladrone sanguinario che spargeva il terrore nella contrada.
Ad Ercole liberatore fu costruita l’Ara massima intorno alla quale, ogni anno, si celebrano riti di ringraziamento. Finita la festa, tutti scendono verso la città, e, cammin facendo, Evandro racconta all’ospite la storia dell’antichissimo Lazio. Un tempo quei boschi erano abitati da Fauni e Ninfe e da uomini selvaggi usciti dai tronchi delle querce. Ma quando Saturno, cacciato dall’Olimpo venne qui a rifugiarsi, diede savie leggi a quelle rozze genti. Fu “l’età dell’oro”: gli uomini vivevano in pace, lavorando la terra e ignorando le ingiustizie.
Ma poi i tempi mutarono e si passò all’età dell’argento e quindi a quella del ferro. Mutarono pure i dominatori: sulla terra chiamata Saturnia giunsero gli Ausoni, che le cambiarono il nome in Ausonia, più tardi i Sicani; quindi il re Tebro, da cui prese il nome il fiume. Ultimo giunse lui, Evandro, insieme con la madre Carmenta, sacerdotessa di Apollo. Ciò detto, Evandro mostra ad Enea i luoghi dove sarebbe sorta un giorno la Città Eterna, dall’asilo di Romolo al Lupercale, dall’Argileto alla Rupe Tarpea, dal Campidoglio al Foro. Arrivano insieme alla modesta dimora di Evandro, sul Palatino, dove Ercole non sdegnò di riposarsi. E l’eroe troiano si sdraia, per riposare, su un mucchio di foglie coperte dalla pelle di un orsa. Durante la notte, Venere si reca dal marito Vulcano e, con vezzi e moine, ottiene che fabbrichi armi belle e robuste per Enea.
All’indomani, sull’alba, Evandro ha un colloquio con l’eroe troiano. Il buon re può offrirgli in aiuto solo quattrocento cavalieri condotti dal figlio Pallante, ma gli dà un buon consiglio: si rechi nella città etrusca di Cere, i cui abitanti hanno cacciato il tiranno Mezenzio, che ora è ospitato e protetto da Turno; chieda alleanza agli Etruschi, i quali, sperando di avere nella mani Mezenzio per dargli la morte, accetteranno volentieri la richiesta, giacchè una profezia ha loro detto che, per ottenere la vittoria, debbono farsi guidare da un duce straniero.
Il consiglio di Evandro lascia commosso e pensoso Enea, ma un segno propizio di Venere lo avverte che le armi sono già pronte per lui.
Compiuto il rito sacrificale, Enea ritorna alle navi e divide i compagni in due schiere: parte dei Troiani tornerà al campo presso Ascanio, parte seguirà lui e Pallante a Cere, presso Tarconte, re etrusco. Enea e i suoi sono quasi giunti alla meta, quando decidono di riposarsi. A questo punto Venere vedendo il figlio solo, in disparte, discende rapidamente dal cielo e gli consegna le splendide armi foggiate da Vulcano.
L’eroe, lieto di tanto onore, ne contempla stupito la straordinaria bellezza, ma soprattutto ammira lo scudo nel quale Vulcano ha raffigurato i più grandi eventi ed i personaggi più illustri della Roma futura, fino al trionfo di Augusto celebrato sullo sfondo dell’Urbe plaudente e festante.

 

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