Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Da Troia a Roma: un riassunto dell’Eneide (libri 9-12)

Ecco un breve riassunto della principale opera di Virgilio, da cui leggendariamente trae origine ROMA

Libri 9-12                      Vedi anche:   Libri 1-4     Libri 5-8

LIBRO IX

Frattanto Giunone, approfittando dell’assenza di Enea, manda Iride da Turno per suggerirgli di attaccare subito il campo troiano. Il prode re dei Rutuli, bramoso com’è di combattere, rompe gli indugi e avanza contro il nemico, scagliando in aria una freccia in segno di sfida; ma i Troiani, obbedienti all’ordine impartito da Enea, non rispondono alla provocazione e rafforzano le difese. Allora Turno s’avventa contro le navi riparate dietro un argine e, con una fiaccola accesa, vi appicca l’incendio. Ma Cibele tramuta in ninfe oceanine quelle navi costruite con il legno del monte Ida, nel bosco a lei sacro. I Rutuli sono atterriti dal prodigio, ma Turno, interpretandolo come un lieto auspicio, rassicura i suoi dicendo che Giove ha voluto privare i troiani di ogni possibilità di fuga e condannarli allo sterminio. Pertanto, sicuro della vittoria, dispone per il mattino seguente l’assalto al campo nemico, ordinando ai Rutuli di accamparsi sul posto ed a Messalo di sorvegliare le porte e di accendere fuochi intorno alle mura. Ma pure i Troiani vegliano per sventare un eventuale aggressione. A custodia delle porte stanno due giovani noti per la loro fraterna amicizia, Eurialo e Niso; costoro decidono di attraversare il campo dei Rutuli per andare da Enea ed avvertirlo del grave pericolo che incombe sui Troiani. Penetrati nottetempo nell’accampamento nemico, uccidono molti valorosi guerrieri, distesi qua e là sull’erba, immersi nel sonno e storditi dal vino. Ma poi, sul far dell’alba, sono avvistati da una schiera di cavalieri latini che, guidati da Volscente, vengono in soccorso di Turno. 
I due giovani fuggono nel bosco vicino: Niso corre più spedito e riesce a mettersi in salvo, ma quando si avvede di non essere seguito dall’amico, torna indietro e scorge Eurialo già circondato dai nemici. Allora scaglia, uno dopo l’altro, due dardi che colpiscono a morte due nemici. Volscente, infuriato, si slancia contro Eurialo per vendicare la morte dei suoi cavalieri. Niso, a tale vista, esce dal folto del bosco e grida :”Me, me uccidete! Io ho colpito! Tutta mia è la colpa!”. Ma la spada di Volscente ha già trafitto Eurialo che cade come un fiore reciso dall’aratro. Allora, pazzo di dolore, Niso si scaglia contro Volscente e l’uccide, ma poi, trafitto da mille dardi, cade morto sul corpo esamine dell’amico.

eurialoenisoLe teste dei due giovani, conficcate in cima a due grandi aste, vengono mostrate ai Troiani: spettacolo miserando per tutti, ma crudelissimo per la madre di Eurialo che piange disperatamente il suo bel figliuolo. 
Squilla la tromba di guerra. I Volsci, schierati a testuggine, muovono all’assalto delle mura, ma la strenua resistenza degli assediati li scompiglia. Turno riesce, tuttavia, ad appiccare il fuoco ad una torre di legno, che precipita giù travolgendo i suoi difensori. La mischia divampa feroce e, da una parte e dall’altra, molti sono i caduti. In questa circostanza Ascanio compie il suo primo atto di valore, uccidendo Remolo, cognato di Turno, mentre avanza baldanzoso e lancia insulti sanguinosi e parole di scherno ai Troiani. Pandaro e Bizia, due fratelli di natura gigantesca, aprono la porta che avevano in custodia e, piantandosi ai lati come due torri, massacrano i Latini che irrompono in massa. Si precipita anche Turno, ed uccide Bizia. Allora Pandaro, compiendo uno sforzo erculeo, riesce a chiudere la porta, lasciando dentro alcuni nemici, fra cui lo stesso Turno. Il quale continua a combattere con la ferocia di una tigre, ammazzando Pandaro e quanti gli si parano davanti. Alla fine i Troiani, animati da Mnesteo e Seresto, lo circondano, lo stringono da presso, lo costringono ad arretrare lentamente verso il fiume. Qui Turno, coperto da una pioggia di frecce, si getta armato nel biondo Tevere che, paternamente benigno, lo trasporta incolume in mezzo ai suoi compagni.

LIBRO X

Sabatelli, Il concilio degli deiGiove raduna gli dei a concilio e deplora chi contrasta il volere del Fato parteggiando per questo o quel contendente. Venere e Giunoneinsorgono a difendere ciascuna le proprie ragioni, ma Giove, inflessibile, emette la sentenza:” Nessuna differenza tra Troiani e Rutuli: ciascuno sia artefice del proprio destino, senza intervento di dei né pro né contro i combattenti”. E sigilla il comando con un solenne giuramento che fa tremare l’Olimpo. La guerra si riaccende furiosa. Da una parte , i Rutuli intensificano l’assedio con incendi e stragi, dall’altra i Troiani, ed Ascanio in mezzo a loro, compiono grandi atti di valore. Intanto giunge Enea che, ottenuta l’alleanza degli Etruschi, è accompagnato da una flotta di trenta navi guidate da prodi guerrieri: vengono da Chiusi, da Populonia, dall’isola d’Elba, da Pisa, da Mantova….Ad affrettarne l’arrivo, gli era corsa incontro una schiera di ninfe: quelle stesse in cui Cibele aveva trasformato le navi per sottrarle al fuoco dei Rutuli. Una di esse, Cimodocea, lo informa di tutto e lo esorta ad attaccare battaglia per primo. Non appena in vista del campo, Enea sale sulla poppa ed inalbera lo scudo fiammeggiante. Da lontano gli assediati lo vedono e levano un grido esultante di gioia. I Rutuli restano per un attimo sgomenti, ma Turno li sprona ad occupare il lido prima che avvenga lo sbarco. Enea riesce a prevenirlo e, con ordini rapidi, fa sbarcare i suoi compagni. Poi attacca per primo uccidendo Terone, un gigante formidabile, e abbattendo numerosi altri nemici. S’accende feroce la lotta con atti di valore da entrambi le parti e reciproca strage. I cavalieri Arcadi, non essendo avvezzi a combattere appiedati, stanno sul punto di sbandarsi quando interviene Pallante che li rimprovera, li rincuora, li sprona con l’esempio gettandosi coraggiosamente nel folto della mischia. Trascinati dall’esempio, i suoi si battono strenuamente riuscendo a tener testa al nemico. Pallante compie prodigi di valore, finchè si trova di fronte Lauso, figlio di Mezenzio. Sono due giovani avversari, entrambi belli e prodi, e Giove non vuole che si azzuffino tra di loro, perché debbono avere l’onore di cadere per mano di più potenti nemici. Allora Turno, ispirato dalla ninfa Diuturna, sua sorella, prende il posto di Lauso e muove superbamente contro Pallante. Il quale, affrontandolo con coraggio, lancia per primo l’asta, ma il colpo cade a vuoto. Turno, invece, colpisce a morte il giovinetto, trapassandogli lo scudo, la corazza e il petto. Poi calpesta col piede il cadavere e lo spoglia del cinto d’oro. La morte di Pallante, fedele alleato ed amico, fa sorgere nell’animo di Enea la brama della vendetta. Con la spada sguainata, corre furente in cerca di Turno e, intanto, uccide quanti nemici gli si parano davanti. Giunone, in cielo, ottiene da Giove di ritardare la morte di Turno e, discesa sulla terra, foggia una finta immagine di Enea che fugge; Turno la vede e, imbaldanzito, si slancia all’inseguimento, incalzandola lungo la riva, fin sopra una nave. Allora Giunone, che non aspettava altro, taglia gli ormeggi e spinge la nave al largo. Il fantasma ora scompare e Turno si accorge dell’inganno: per la vergogna vorrebbe suicidarsi, ma la dea lo trattiene dall’insano proposito. Frattanto è trasportato dalle acque alla città di Ardea, sua patria. Sul campo, il feroce Mezenzio prende il posto di Turno e rialza un po’ le sorti della battaglia che volgono male per i Latini. Furioso come un leone affamato in cerca di preda, ferisce, uccide e spoglia delle armi i nemici che gli impediscono il passo. Enea lo vede di lontano e gli muove contro: il duello è inevitabile. Il dardo lanciato da Mezenzio viene respinto dallo scudo di Enea, opera di Vulcano, e ferisce un altro guerriero. Invece l’asta di Enea, trapassato lo scudo del nemico, si conficca nella coscia di Mezenzio. Il quale cadrebbe sotto la spada dell’eroe se Lauso non proteggesse col proprio scudo il padre. Enea urla minaccioso a Lauso di ritirarsi, ma il giovane non abbandona l’impresa, anzi provoca ed insulta Enea, finchè un colpo di spada dell’eroe troiano lo atterra in un lago di sangue. Enea stesso geme pietoso sul suo cadavere – Lauso è una vittima generosa dell’amor filiale – e consente ai compagni di portarselo via con addosso le care armi. Mezenzio riceve le spoglie del figlio mentre sta sulla riva del Tevere a medicarsi la grave ferita. Pazzo di dolore, impreca contro se stesso e maledice le colpe che lo hanno fatto cacciare dal trono. Ma lui, lui solo doveva espiarle, non l’innocente Lauso. Che gli rimane ora se non morire? Monta faticosamente a cavallo e, lanciandosi fra le schiere, muove alla ricerca di Enea. Il Troiano, che è a piedi, prima gli uccide il cavallo, poi gli punta la spada nella gola. E Mezenzio, pronto a ricevere il colpo mortale, gli chiede solo di essere sepolto accanto al figlio.

LIBRO XI

All’alba Enea, con le armi di Mezenzio, innalza un gran trofeo a Marte. Quindi esorta i suoi a seppellire i cadaveri ed a prepararsi per la nuova battaglia. Il suo pensiero è rivolto in particolare al giovane Pallante, la cui salma è stata vegliata tutta la notte dal vecchio Acete, scudiero di Evandro, e da una folla di Troiani: le donne con le chiome disciolte in segno di lutto. Enea, col pianto che gli sale in gola, rivolge un commosso saluto all’amico morto; poi dispone che si formi un corteo di mille soldati per riportare ad Evandro la salma del figlio. Seguono il feretro, intessuto con rami di quercia e di albatro, i trofei tolti ai nemici uccisi e, con le mani legate dietro la schiena, i prigionieri destinati ad essere immolati sul rogo di Pallante. Da Laurento vengono, intanto, gli ambasciatori latini a chiedere una tregua per poter dare sepoltura ai loro morti. L’eroe accoglie benignamente la richiesta, dichiarando che accorderebbe volentieri la pace anche ai vivi, perché non nutre rancore contro di loro: egli è venuto nel Lazio per volere del Fato, non per combattere i Latini, e sarebbe stato più giusto che Turno, il quale vuole opporsi al destino, avesse combattuto in duello con lui. I Latini si guardano stupiti e il vecchio Drance, irriducibile avversario di Turno, rivela che molti a Laurento non vogliono la guerra e promette che interporrà i suoi buoni uffici per la pace. Si pattuisce così una tregua di dodici giorni, durante i quali Troiani e Latini tagliano liberamente legna nei boschi per gli innumerevoli roghi da costruire. Frattanto il corteo funebre giunge a Pallanteo: il vecchio Evandro, in preda al più straziante dolore, esce dalla reggia e va incontro alla bara. Dopo aver ripetutamente baciato ed abbracciato il figlio, prorompe in angosciosi lamenti. Ormai non gli resta che prolungare l’odiosa vita quel tanto che basta per portare a Pallante, nell’Ade, la notizia della morte di Turno per mano di Enea. A Laurento, capitale dei Latini, si piangono i caduti e si impreca contro la guerra. Ad attizzare il dolore e lo sdegno, il vecchio Drance va ripetendo che la guerra potrebbe terminare subito se Turno fosse disposto ad affrontare Enea in duello. E’ ritornata, intanto, l’ambasceria presso Diomede:: l’esito è negativo, perché l’eroe greco è contrario alla guerra e consiglia di trattare la pace. Allora Latino raduna il consiglio e, udita la relazione di Venulo, capo dell’ambasceria, propone di concludere la pace con Enea: concedendogli un tratto di territorio presso il Tevere, se egli vorrà stabilirsi là, oppure fornendogli le armi necessarie, se vorrà cercare altre terre. Prende la parola Drance che approva la proposta di Evandro, ma esorta il re a concedere ad Enea anche la mano di Lavinia. Quanto a Turno, se vuol risparmiare il sangue di tanti innocenti, decida con un duello chi dei due, Enea o lui, debba sposare Lavinia. Con l’animo colmo di sdegno, Turno risponde che è pronto a combattere da solo, ma che bisogna difendere la patria minacciata da in nemico invasore. Se manca l’aiuto di Diomede, molti altri valorosi combattono al fianco dei Latini. Mentre ancora si discute, giunge la notizia che i Troiani avanzano contro la città. Tutti corrono alle difese. Turno balza fuori per combattere, ma incontra Camilla che gli propone un piano di battaglia: lei stessa, con i suoi cavalieri Volsci, affronterà la cavalleria nemica, mentre Turno s’apposterà con la fanteria sui monti per tendere un agguato ad Enea costretto a passare di là. Ma Diana, vedendo Camilla andare incontro alla morte, chiama una delle sue ninfe, Opi, e le ordina di uccidere chi oserà ferire l’eroina a lei consacrata, ancora bambina, dal padre Metabo e tanto a lei cara. La battaglia infuria sotto le mura di Laurento: lo scontro fra la cavalleria troiano-etrusca e quella latina è tremendo. A ondate, ora l’una ora l’altra cavalleria avanza e si ritrae. E’ strage aperta: la vergine Camilla esulta e lancia dardi o maneggia la bipenne, e tanti sono i colpi, tanti i nemici atterrati. Ma, purtroppo, anche per lei si avvicina l’attimo fatale.. Mentre l’eroina sta inseguendo Cloreo, già sacerdote di Cibele, attratta dalla magnificenza delle sue vesti e delle sue armi, l’etrusco Arrunte, che stava spiando il momento propizio, scaglia un dardo che trafigge il petto di Camilla. La giovane tenta di togliersi la freccia dalla ferita, ma sente la morte avvicinarsi , per cui prega Acca, la più fedele delle sue amiche, di recarsi subito da Turno a dirgli che prenda il suo posto. Qualche istante dopo scivola da cavallo, reclina il capo e muore. Arrunte gioisce, ma solo per poco, giacchè Opi tende l’arco e lo stende morto nella polvere. Caduta Camilla, la cavalleria dei Volsci si disperde nella fuga. Fuggono pure Latini e Rutuli che si dirigono verso la città. Sotto le mura la lotta cresce in accanimento e ferocia: anche le donne si armano e, dall’alto dei bastioni, lanciano dardi e sassi sul nemico. Intanto Turno, che ha ricevuto il messaggio di Camilla morente, lascia precipitosamente il luogo dov’era in agguato per correre verso Laurento. In tal modo Enea, che marcia verso Laurento, trova via libera ed avanza speditamente. Ma sopraggiunge la notte e la battaglia è rimandata all’indomani.

LIBRO XII

laviniaVedendo i Latini ridotti a mal partito, Turno decide di battersi in singolar tenzone con Enea per mettere fine alla guerra. Invano il vecchio re Latino lo prega di accontentarsi del regno paterno e di rinunciare a Lavinia, destinata dal cielo ad un principe straniero. Inutilmente la regina Amata lo supplica di non affrontare con le armi Enea. Esortazioni e lacrime lo infiammano ancora di più, facendolo vibrare di sdegno e di gelosia: egli non intende affatto ritirarsi da una prova in cui è in balli il suo onore. Pertanto, manda un araldo ad Enea per sfidarlo a duello: all’alba si trovi sul campo pronto a disputarsi la mano di Lavinia. Durante la notte, Turno prova le armi e si prepara al prossimo cimento, desideroso di combattere come un toro irato. Enea, da parte sua, è lieto di poter finire la guerra col duello, e conforta i compagni ed Ascanio ricordando loro le profezie dei vati.
Troiani e Rutuli, appena spuntata la luce del giorno, apprestano il campo dove si svolgerà il duello e, nel mezzo, vi innalzano gli altari per i sacrifici comuni. Indi, poggiando a terra lance e scudi, occupano ciascuno il proprio posto, mentre sull’alto dei tetti e delle torri le donne, i vecchi ed i bambini attendono di vedere la lotta. Tutto è pronto per la sfida, Latino e Turno da una parte, Enea ed Ascanio dall’altra hanno giurato il patto: se la vittoria toccherà a Turno i Troiani si ritireranno nella città di Evandro; se vincerà Enea, egli costruirà una nuova città cui darà il nome della sposa Lavinia e Troiani e Latini convivranno insieme sotto uguali e con uguali diritti. Un sacerdote getta sul fuoco le vittime sgozzate il duello comincia. Ma presto dalla parte dei Rutuli, si nota un movimento incomposto: essi già ritenevano ineguale il combattimento ed ora vedono Turno agitato, pallido ed incerto. Ne approfitta la ninfa Diuturna, sorella di Turno, che prende le sembianze di Camerte, un valoroso e nobile guerriero e spinge l’augure Tolumnio a scagliare un dardo che ferisce mortalmente un etrusco. In breve la battaglia divampa di nuovo violenta. Vanamente Enea, ricordando i patti giurati cerca di frenare l’ira e di riportare la calma. Anzi, proprio mentre parla è ferito da una freccia, lanciata non si sa da chi e posto fuori combattimento. Turno se ne accorge e, ridiventato impetuoso, vola tra le schiere troiane seminando strage e spavento. Ma Enea ricompare presto sul campo. Ha pensato a curarlo la madre Venere la quale, servendosi d’un miracoloso rimedio, ha guarito perfettamente la sua ferita al ginocchio. Riarmatosi, l’eroe riprende a combattere con più forza di prima. Uccide chiunque gli si pari davanti, ma cerca Turno, lui solo, e lo chiama a gran voce al duello. Ma Giuturna, preso l’aspetto di Metisco, l’auriga di Turno, conduce il cocchio lontano dalla zuffa, con l’intento di salvare il fratello. Ferve intanto la battaglia. Un’orrenda carneficina viene compiuta da entrambe le parti. A questo punto Venere suggerisce ad Enea di portare l’assalto a Laurento e di appiccare il fuoco alle mura. Alla vista delle fiamme, la regina Amata crede che tutto sia perduto e si impicca nelle sue stanze. Latino e Lavinia cadono in preda alla disperazione. Intanto Turno, accortosi dell’inganno di Diuturna, si ribella. Preso da vergogna e furore, balza giù dal cocchio, e aprendosi la via fra le schiere nemiche, corre verso lele mura della città in fiamme. A voce altissima invita Rutuli e Troiani a deporre le armi, perché lui solo combatterà. Enea ode la parole di Turno ed esultante di gioia accoglie la sfida.

Giordano - Duello_Enea_Turno Tutti smettono di combattere per assistere la singolare tenzone. I due si lanciano l’uno contro l’altro come tori infuriati. Turno, per il primo, mena un gran fendente, ma la spada, sbattendo sull’elmo di Enea si spezza come se fosse di ghiaccio. Nella fretta, quando era balzato giù dal cocchio, aveva preso la spada si Metisco anziché la sua. Disperato, fugge chiedendo la propria spada ai Rutuli, ma Enea minaccia di morte chiunque osi accostarsi al re. Intanto lo insegue, incalzandolo, e ben cinque volte compiono il giro del campo. Il troiano non può colpire da lontano il fuggiasco, perché l’asta si è conficcata nelle radici d’un ulivo sacro a Fauno, divinità favorevole a Turno, ed egli non trova modo di estrarla. Sennonché avviene che Giuturna porti la spada a Turno e Venere l’asta ad Enea, ragion per cui i due campioni tornano nuovamente l’uno di fronte all’altro, e la lotta riprende con maggiore foga. In cielo, frattanto, Giove e Giunone concludono un accordo: Enea vincerà, Troiani e Latini diventeranno un sol popolo, e il nome di Troia tramonterà per sempre. Il Lazio, invece, non muterà il nome, né i costumi né il linguaggio delle sue antiche genti. Dalla fusione dei due popoli, nascerà la stirpe dei Romani, dai quali Giunone sarà venerata più che da qualsiasi altro popolo. Placata la dea, Giove manda sulla Terra una Furia per affrettare la fine dello scontro. La dea si trasforma in gufo, uccello del malaugurio, e svolazza davanti al volto di Turno, il quale, terrorizzato, comprende che ormai è la fine. A sua volta Giuturna, piena d’angoscia si ritira lacrimando. Enea provoca il suo avversario, lo schernisce, lo sfida. Turno risponde che non teme lui, ma gli dei avversi e tenta vanamente di colpire l’avversario con un macigno, le sue forze sono all’estremo: le ginocchia vacillano, la mente di offusca. Del suo smarrimento approfitta Enea per conficcargli l’asta nella coscia. Abbattuto e vinto, Turno supplica il vincitore di rendere il suo corpo al vecchio padre. Enea, commosso, sta per lasciargli la vita, ma vede luccicare sulla spada di Turno il cinto d’oro di Pallante. Allora, infiammato d’ira e furore gli immerge la spada nel petto dicendo: ”Muori. Questo colpo ti da Pallante, e da Pallante il prendi”. L’anima di Turno sdegnata contro il suo crudele destino, fugge gemendo verso il regno delle ombre.


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