(revisione novembre 2025)

Nella Padova carrarese del Trecento, il 22 dicembre 1350 il Consiglio cittadino affidò la signoria a Giacopino e Francesco da Carrara: zio e nipote, membri di una famiglia potente, che aveva lasciato il segno anche nella città di Monselice completandone le mura difensive.

Castello di Monselice – Wikipedia, pubblico dominio

Il popolo li volle insieme al governo, ma la convivenza politica fu tutt’altro che pacifica. Le tensioni erano amplificate dal clima incerto dell’Italia del tempo, contesa tra le ambizioni dei Veneziani, degli Scaligeri e dei Fiorentini.

Francesco iniziò a sospettare che Giacopino stesse trattando segretamente con Venezia per sottrargli il potere; così, nel 1355, fece imprigionare il parente nel sotterraneo del castello di Monselice.

A Monselice lo seguì Giuditta, l’amante del giovane principe, una donna decisa e coraggiosa che rifiutò di abbandonarlo al suo destino. Tentò invano di ottenerne la visita, ma il capitano del castello respinse ogni richiesta. Disperata, Giuditta riuscì a corrompere alcune guardie e, grazie a un ingegnoso stratagemma, poté rivedere per pochi minuti il suo amato, confinato in una cella buia e murata, senza porte né finestre.
La complicità fu però scoperta, e anche Giuditta venne rinchiusa.

Informato dell’accaduto, Francesco da Carrara, convinto che la donna fosse una spia veneziana, ordinò che Giacopino venisse lasciato morire di fame e di sete. Le guardie sigillarono l’apertura del sotterraneo con pesanti mattoni.
Si racconta che per giorni le urla del giovane prigioniero e il pianto di Giuditta riecheggiassero per le vie del borgo, suscitando la pietà degli abitanti.
Ma nessuna supplica servì a cambiare il loro destino. Entrambi morirono dopo settimane di sofferenza, e il castello finì per abbracciare i loro resti tra le sue mura, proteggendoli dalla profanazione.

Una stemma nel corte grande del Castello di Monselice – Wikipedia, photo uploaded by User:RicciSpeziari. Photographer: Riccardo Speziari}} rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0

La leggenda vuole che, dopo la loro morte, le grida non cessarono: il vento che attraversava il castello in rovina si mescolava al ricordo dei loro lamenti, come testimoniato dallo storico Carturan ancora nel secolo scorso.
Si narra che nelle notti di tempesta il fantasma di Giacopino vaghi tra le stanze del castello alla ricerca di Giuditta e che il suo gemito risalga le sette chiesette. Lei, inconsapevole della vera fine del suo amato, continua a percorrere i sentieri attorno alla Rocca chiedendo agli innamorati notizie di lui.

Per quanto sia leggenda, un dettaglio storico sembra darle sostegno. Durante i restauri del castello eseguiti nel 1935 dal conte Cini, lo storico Barbantini scoprì un sotterraneo senza porte, accessibile solo da un apertura sul soffitto e collegato a una stretta scaletta ricavata nello spessore del muro.
«A cosa poteva servire uno spazio simile?», si domandava Barbantini. Oggi, molti ritengono che fosse proprio la cella in cui Giacopino fu murato vivo per dodici lunghi anni.
Colpito dalla vicenda, il conte Cini dedicò al principe una sala del castello, tuttora visitabile.

Rocca edificata sulla cima della collina di Monselice, Colli Euganei. Wikipedia, foto Threecharlie – Opera propria rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0

Ma i fantasmi di Monselice non si esauriscono qui. La tradizione popolare afferma che siano tre le presenze che animano le notti del castello rifondato da Ezzelino da Romano: Giacopino, la sua Giuditta e Avalda, o Ivalda,  la crudele amante del tiranno.
Avalda, vestita di bianco e intrisa di sangue, è condannata a errare dopo una vita segnata da crudeltà, seduzioni e delitti, terminata per mano di un sicario mandato da Ezzelino stesso.
Giacopino, invece, appare con passo lento e incerto, appoggiandosi a un bastone, mentre Giuditta continua a cercarlo, accompagnata solo dalla speranza che ancora non conosce la sua fine.

Così storia e leggenda si intrecciano nelle pietre di Monselice, dove il vento, talvolta, sembra restituire la voce di un amore condannato.

Il racconto di Giacopino e Giuditta è uno dei numerosi esempi in cui il confine tra memoria storica e narrazione popolare si assottiglia fino a scomparire. La loro vicenda,  fatta di potere, sospetto, amore e tragedia, trova compimento non solo nei documenti, ma soprattutto nel bisogno collettivo di dare un volto umano alle vicissitudini politiche del Medioevo.
I fantasmi che popolano il castello non sono soltanto figure spettrali: rappresentano la persistenza emotiva della storia, ciò che resta quando i fatti si dissolvono nel tempo ma la loro eco continua a vivere nelle comunità che li tramandano.

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