La leggendaria Lucrezia

(revisione febbraio 2026)

Jörg Breu il Vecchio – Il suicidio di Lucrezia – Wikipedia, pubblico dominio

Lucrezia è una delle figure più celebri, e tragiche, della storia arcaica di Roma. Il suo nome è legato a un episodio che, secondo la tradizione, segnò una svolta decisiva: la fine della monarchia e la nascita della Repubblica.

La vicenda è narrata soprattutto da Tito Livio, uno dei grandi storici romani, e da Dionigi di Alicarnasso, autore greco vissuto a Roma in età augustea.
Entrambi raccontano come lo stupro subito da Lucrezia, seguito dal suo suicidio, fu la scintilla che trasformò in rivoluzione un malcontento già diffuso verso l’ultimo re di Roma, Lucio Tarquinio il Superbo.
In altre parole, il dramma privato di una donna divenne un fatto pubblico, capace di incendiare la coscienza politica dei Romani.

Come spesso accade per gli eventi più antichi della storia romana, è difficile stabilire con assoluta certezza quanto sia cronaca e quanto rielaborazione. Tuttavia, molti studiosi ritengono plausibile che dietro la narrazione esista un nucleo storico reale: una donna di nome Lucrezia, un episodio traumatico e, soprattutto, un passaggio politico concreto, la caduta della monarchia e l’instaurazione di un nuovo ordine.
La data tradizionale colloca i fatti tra il 508 e il 507 a.C., anche se alcune fonti e ricostruzioni ammettono uno scarto di alcuni anni.
Ciò che conta, però, è il significato simbolico che Roma attribuì all’episodio: Lucrezia divenne il volto della dignità violata e, allo stesso tempo, l’emblema di una libertà conquistata contro la tirannide.

Tiziano Vecellio – Tarquinio e Lucrezia – Fitzwilliam Museum, Cambridge – Wikipedia, pubblico dominio

Secondo la narrazione classica, Tarquinio il Superbo, impegnato nell’assedio della città di Ardea, inviò suo figlio Sesto Tarquinio in missione militare a Collazia. Qui Sesto fu accolto con tutti gli onori nella casa del governatore Lucio Tarquinio Collatino, parente del re.
L’ospitalità fu impeccabile. E lo fu anche grazie a Lucrezia, moglie di Collatino e figlia di Spurio Lucrezio, un alto magistrato romano. Pur in assenza del marito, impegnato nell’assedio, Lucrezia si comportò secondo il modello della matrona romana: dignitosa, rispettosa e attenta alle regole sociali.

Ma proprio quell’ambiente di fiducia e rispetto fu tradito nel modo più crudele.
Dopo cena, quando la casa era ormai addormentata, Sesto Tarquinio si introdusse nella stanza di Lucrezia. La donna si svegliò di soprassalto e si trovò davanti l’aggressore armato di spada. Tentò di resistere, ma Sesto la minacciò con un ricatto terribile: se non avesse ceduto, l’avrebbe uccisa e avrebbe collocato accanto a lei il corpo mutilato di uno schiavo, così da poter sostenere che era stata sorpresa in adulterio.
Davanti a una minaccia così infame, che avrebbe distrutto non solo la sua vita, ma anche il suo onore e quello della famiglia, Lucrezia fu costretta a subire la violenza.
Sesto tornò poi al campo, come se nulla fosse accaduto.

Il giorno successivo, Lucrezia si vestì di nero e si recò a Roma dal padre. Secondo il racconto, si gettò ai suoi piedi come supplice, in lacrime, e spiegò l’accaduto. Poi, prima che chiunque potesse fermarla, estrasse un pugnale nascosto sotto la veste e se lo conficcò nel petto.
Morì tra le braccia del padre, mentre le donne presenti gridavano e piangevano. La scena, nella tradizione, è descritta come un momento di shock collettivo: non solo dolore, ma indignazione, orrore e un senso profondo di umiliazione politica.

Il marito Collatino, distrutto, la strinse e la chiamò per nome. Ma fu soprattutto Lucio Giunio Bruto, amico di Collatino e figura destinata a diventare centrale nella storia repubblicana, a trasformare quel lutto in azione. Bruto afferrò il pugnale ancora insanguinato e giurò, davanti agli dèi, che avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per rovesciare il dominio dei Tarquini. Passò poi il pugnale ai presenti e tutti ripeterono il giuramento.

Da quel momento, la vicenda privata divenne un evento politico.
Collatino, il padre di Lucrezia e Bruto guidarono una sommossa popolare che portò alla cacciata dei Tarquini da Roma, costringendoli a rifugiarsi in Etruria. La monarchia finì e iniziò la Repubblica, governata non più da un re, ma da due consoli eletti ogni anno.
Tra i primi consoli, la tradizione ricorda proprio Lucio Tarquinio Collatino, il marito di Lucrezia.

Sandro Botticelli – The Story of Lucretia (Il suicidio di Lucrezia) – Isabella Stewart Gardner Museum, Boston – Wikipedia, pubblico dominio

Il racconto di Lucrezia non è soltanto una tragedia personale. È anche uno dei miti fondativi più potenti della cultura romana: una narrazione in cui onore, violenza, politica e libertà si intrecciano fino a diventare inseparabili.
Che i dettagli siano pienamente storici o in parte elaborati, l’episodio rimase per secoli un simbolo. Lucrezia divenne l’immagine della virtù offesa e Bruto il volto della ribellione contro la tirannide. E soprattutto, la sua morte fu ricordata come il prezzo con cui Roma acquistò il diritto di non avere più un re.

Tito Livio, Ab Urbe condita I, 58  (originale)

 

traduzione

[58] Paucis interiectis diebus Sex. Tarquinius inscio Collatino cum comite uno Collatiam venit. Vbi exceptus benigne ab ignaris consilii cum post cenam in hospitale cubiculum deductus esset, amore ardens, postquam satis tuta circa sopitique omnes videbantur, stricto gladio ad dormientem Lucretiam venit sinistraque manu mulieris pectore oppresso “Tace, Lucretia” inquit; “Sex. Tarquinius sum; ferrum in manu est; moriere, si emiseris vocem.” Cum pavida ex somno mulier nullam opem, prope mortem imminentem videret, tum Tarquinius fateri amorem, orare, miscere precibus minas, versare in omnes partes muliebrem animum. Vbi obstinatam videbat et ne mortis quidem metu inclinari, addit ad metum dedecus: cum mortua iugulatum seruum nudum positurum ait, ut in sordido adulterio necata dicatur. Quo terrore cum vicisset obstinatam pudicitiam velut vi victrix libido, profectusque inde Tarquinius ferox expugnato decore muliebri esset, Lucretia maesta tanto malo nuntium Romam eundem ad patrem Ardeamque ad virum mittit, ut cum singulis fidelibus amicis veniant; ita facto maturatoque opus esse; rem atrocem incidisse. Sp. Lucretius cum P. Valerio Volesi filio, Collatinus cum L. Iunio Bruto venit, cum quo forte Romam rediens ab nuntio uxoris erat conuentus. Lucretiam sedentem maestam in cubiculo inveniunt. Aduentu suorum lacrimae obortae, quaerentique viro “Satin salue?” “Minime” inquit; “quid enim salui est mulieri amissa pudicitia? Vestigia viri alieni, Collatine, in lecto sunt tuo; ceterum corpus est tantum violatum, animus insons; mors testis erit. Sed date dexteras fidemque haud impune adultero fore. Sex. est Tarquinius qui hostis pro hospite priore nocte vi armatus mihi sibique, si vos viri estis, pestiferum hinc abstulit gaudium.” Dant ordine omnes fidem; consolantur aegram animi avertendo noxam ab coacta in auctorem delicti: mentem peccare, non corpus, et unde consilium afuerit culpam abesse. “Vos” inquit “uideritis quid illi debeatur: ego me etsi peccato absoluo, supplicio non libero; nec ulla deinde impudica Lucretiae exemplo uiuet.” Cultrum, quem sub ueste abditum habebat, eum in corde defigit, prolapsaque in volnus moribunda cecidit. Conclamat vir paterque.

 

[58] Qualche giorno dopo, Sesto Tarquinio, all’insaputa di Collatino, andò a Collazia con un solo compare. Lì fu accolto ospitalmente perché nessuno era al corrente dei suoi progetti. Finita la cena, si andò a coricare nella camera degli ospiti. Invasato dalla passione, quando capì che c’era via libera e tutti erano nel primo sonno, sguainata la spada andò nella stanza di Lucrezia che stava dormendo: la immobilizzò con la mano puntata sul petto e disse: «Lucrezia, chiudi la bocca! Sono Sesto Tarquinio e sono armato. Una sola parola e sei morta!» La povera donna, svegliata dallo spavento, capì di essere a un passo dalla morte. Tarquinio cominciò allora a dichiarare il suo amore, ad alternare suppliche a minacce e a tentarle tutte per far cedere il suo animo di donna. Ma vedendo che Lucrezia era irremovibile e non cedeva nemmeno di fronte all’ipotesi della morte, allora aggiunse il disonore all’intimidazione e le disse che, una volta morta, avrebbe sgozzato un servo e glielo avrebbe messo nudo accanto, in modo che si dicesse che era stata uccisa nel degrado più basso dell’adulterio. Con questa spaventosa minaccia, la libidine di Tarquinio ebbe, per così dire, la meglio sull’ostinata castità di Lucrezia. Quindi, fiero di aver violato l’onore di una donna, ripartì. Lucrezia, affranta dalla grossa disavventura capitatale, manda un messaggero al padre a Roma e uno al marito ad Ardea pregandoli di venire da lei, ciascuno con un amico fidato, e di non perdere tempo perché era successa una cosa spaventosa. Arrivarono così Spurio Lucrezio con Publio Valerio, figlio di Voleso, e Collatino con Lucio Giunio Bruto (questi ultimi stavano per caso rientrando a Roma quando si erano imbattuti nel messaggero inviato da Lucrezia). La trovano seduta nella sua stanza e immersa in una profonda tristezza. Alla vista dei congiunti, scoppia a piangere. Il marito allora le chiede: «Tutto bene?» Lei gli risponde: «Come fa ad andare tutto bene a una donna che ha perduto l’onore? Nel tuo letto, Collatino, ci son le tracce di un altro uomo: solo il mio corpo è stato violato, il mio cuore è puro e te lo proverò con la mia morte. Ma giuratemi che l’adutero non rimarrà impunito. Si tratta di Sesto Tarquinio: è lui che ieri notte è venuto qui e, restituendo ostilità in cambio di ospitalità, armato e con la forza ha abusato di me. Se siete uomini veri, fate sì che quel rapporto non sia fatale solo a me ma anche a lui.» Uno dopo l’altro giurano tutti. Cercano quindi di consolarla con questi argomenti: in primo luogo la colpa ricadeva solo sull’autore di quell’azione abominevole e non su di lei che ne era stata la vittima; poi non è il corpo che pecca ma la mente e quindi, se manca l’intenzione, non si può parlare di colpa. Ma lei replica: «Sta a voi stabilire quel che si merita. Quanto a me, anche se mi assolvo dalla colpa, non significa che non avrò una punizione. E da oggi in poi, più nessuna donna, dopo l’esempio di Lucrezia, vivrà nel disonore!» Afferrato il coltello che teneva nascosto sotto la veste, se lo piantò nel cuore e, piegandosi sulla ferita, cadde a terra esanime tra le urla del marito e del padre.

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. I, capoverso 58- Tratto daWikipedia, rilasciato con licenza CC BY-SA 4.0)
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