Nel silenzio del palazzo di Itaca, tra i muri che custodivano l’attesa infinita, Penelope trascorreva le sue giornate davanti al telaio. Filo dopo filo, tesseva e disfaceva la tela che avrebbe deciso il suo destino, ingannando i Proci con la promessa che avrebbe scelto uno di loro come sposo soltanto quando il sudario per Laerte fosse stato completato.

John Roddam Spencer Stanhope (1829-1908) – Penelope – Wikipedia, pubblico dominio
Accanto a lei, l’artista John Roddam Spencer Stanhope immaginò la presenza di un’ancella che raccoglie mele, giovane e graziosa: era Melanto, la stessa che il mito ricorda come la più infedele delle serve.
Melanto non era una semplice schiava: Penelope l’aveva cresciuta sin da bambina, quasi come una figlia. Ma l’affetto della regina non le bastò. Melanto scelse un’altra strada, si lasciò corrompere dal fascino e dalla promessa di piaceri facili. Si legò a Eurimaco, tra i più ricchi e prepotenti dei pretendenti, diventandone l’amante.
Così, mentre Penelope con pazienza intesseva l’inganno della tela, Melanto tramava alle sue spalle. Fu lei a tradire il segreto del sudario, a rivelare ai Proci che la regina, di notte, disfaceva ciò che aveva tessuto di giorno. In quel gesto si compì il tradimento più vile: non solo contro la sua padrona, ma contro il cuore stesso della casa di Ulisse.
Nell’Odissea, Omero non ha pietà per lei. Quando finalmente Ulisse tornò e i pretendenti furono massacrati, Melanto fu annoverata tra le ancelle infedeli e Telemaco ordinò che fossero tutte impiccate, un destino crudele, ma inevitabile.

La strage dei Proci da un cratere magnogreco (Campania, forse Capua, 330 a.C. ca., conservato al Louvre) – Wikipedia, pubblico dominio
Così Melanto, sorella del capraio Melanzio, morì sospesa a una corda, simbolo di slealtà e ingratitudine. E mentre Penelope rimane nella memoria come esempio di fedeltà e pazienza, il nome di Melanto sopravvive nell’ombra, ricordato soltanto come quello della serva che tradì la sua signora.
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