Arnold Böcklin – Ulisse e Polifemo – Wikipedia, pubblico dominio

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Mi piace qui riportare una poesia su Polifemo scritta in siciliano da Giovanni Meli (*)

(testo poesia tratto da: https://www.mimmorapisarda.it/Ulisse%20Aci.HTM)

Polifemu era un omu grossu ammàtula                         Polifemo era un uomo grosso invano
chi cu la testa tuccava li nuvuli,                                    che con la testa toccava le nuvole.
ed era amanti di certa curàtula,                                   ed era amante di certa massara,
ch’avia lu cori duru comu rùvuli;                                  che aveva il cuore duro come rovere;
Galatia, duci chiù di na nacàtula,                                 Galatea, dolce più d’un pasticciotto,
chi senz’isca, carvuni, e senza prùvuli,                         che senz’esca, carbone, e senza polvere,
c’infusi arduri accussì forti e strànii,                             gl’infuse ardori così forti e strani,
chi lu furzau a sdari ntra li smanii.                                che forzò a dare in ismanie.

    Chiù non ci spércia jiri a la putia                                  Più non si cura di andare alla bottega
unni lu mastru so zoppu Vulcanu,                                dal maestro suo zoppo Vulcano,
pri ddà fari, di l’àutri in compagnia,                              per fare lì, degli altri in compagnia,
li fulmini chi Giovi teni in manu.                                    i fulmini che Giove tiene in mano.
Né chiù ci piaci, comu ci piacia,                                  Né più gli piace, come gli  piaceva,
fari di crapi e boi lu guardianu,                                    far di capre e buoi il guardiano,
da comu un vacabunnu mariolu                                   e come un vagabondo fannullone
scurri e lu sceccu fa ‘ntra lu linzolu.                              scorazza e fa l’asino nel lenzuolo. 

      A guardàrilu era cosa d’allucchiri,                               A guardarlo era cosa da intontire,
accussì grossu, grassu e smisuratu;                              così grosso, grasso e smisurato;
chi pri vastuni si  sulia sirviri                                        che per bastone si solea servire
d’un àrvulu di pignu arrimunnatu;                                 d’un albero di pino rimondato;
usari non sulìa nuddu vistiri,                                        usare non solea nessun vestire,
ca di pila era tuttu cummigghiatu;                                ché di peli era tutto ricoperto;
ed ognunu di chisti di grussizza                                   e ognun di questi di grossezza
era quantu un caddozzu di sosizza.                             era quanto un nodo di salsiccia. 

      Comu un tirrenu chinu di pirreri                                  Come un terreno cosparso di pietre
avia la facci crafogghi crafogghi;                                 avea la faccia butteri butteri;
pirchì appi li valori accussì feri                                    perché prese il vaiolo sì forte
chi si ‘un tinìanu forti li cunocchi                                  che se non tenevano forte le conocchie
li Parchi, iddu muria comu un sumeri;                          le Parche, sarebbe morto come un somaro;
avia un occhiu, chi jeva pri cent’occhi,                         avea un occhio, che valeva per cent’occhi,
ch’era, dici un auturi di giudiziu,                                   ed era, dice un autore di giudizio,
quantu lu ròggiu  di lu Sant’Uffiziu.                               quanto l’orologio del Sant’Uffizio.

      Era lu nasu quantu un bastiuni,                                 Era il naso quanto un bastione,
ch’avia corvi pri muschi cavaddini;                              che avea corvi per mosche cavalline;
la vucca chi capeva ‘ntra un muccuni                           la bocca vi  entrava in un sol boccone
lu gran cunventu di li Cappuccini;                                il gran convento dei Cappuccini;
avia ancora pri oricchi dui gruttuni,                             aveva ancora per orecchie due grandi grotte,
nida di cucchi e d’oceddi rapini;                                 nidi di cucchi e di uccelli rapaci;
avia vòscura ‘ntesta pri capiddi                                  avea boschi in testa per capelli
ca addànii, e porci spini, e vulpi e griddi.                    con daini, e porci spini, e volpi e grilli. 

     D’un chiuppu sbacantatu s’avia fattu                         D’un pioppo svuotato s’era fatto
all’usu campagnolu un friscalettu,                                all’uso campagnolo uno zuffolo,
chi sunannu lu jia di trattu in trattu                               e suonando l’andava di tratto in tratto
sirvénnucci pri sfogu e pri dilettu;                                servendogli per sfogo e per diletto;
parrava sulu sulu comu un mattu,                              parlava solo solo come un matto,
cuntava a li grutti lu so affettu;                                    e raccontava alle grotte il suo affetto;
li quali allammicannu a stizza a stizza,                          le quali gocciolando stilla a stilla,
chi chiancìanu, cridia, pri tinnirizza                              che piangessero, credeva, per tenerezza. 

                          Giuvanni Meli                                                                   Giovanni Meli

 

(*) Il poeta palermitano Giovanni Meli (6 marzo1740 – 20 dicembre 1815), figlio di Antonio di professione orefice e di Vincenza Torriquas, è principalmente noto per la sua produzione in dialetto. Venne educato presso le scuole dei padri Gesuiti e si appassionò giovanissimo agli studi letterari e filosofici soprattutto della corrente illuministica, che – nata in Francia – allora imperava in Europa; In particolare aveva studiato i classici latini e italiani nonché gli scrittori dell’Enciclopedia (da Montesquieu a Voltaire) trovando ispirazione per un poemetto giovanile rimasto incompiuto, “Il Trionfo della ragione”.

Roberti editore – Giovanni Meli & Bernardo Serio – Opere di Giovanni Meli – pubblicato a Palermo, 1838 – Wikipedia, pubblico dominio

Fu medico stipendiato dall’abbazia benedettina di S. Martino delle Scale e professore di chimica presso l’Università di Palermo.
Esordì come poeta a soli quindici anni e fu talmente apprezzato nella ristretta ed esigente cerchia dei letterati palermitani che per questo fu nominato socio dell’“Accademia del Buon Gusto”.
Passò successivamente a più importanti circoli esclusivi della nobiltà; nel ’61 fu socio dell’Accademia della Galante conversazione e nel ’66 a quella degli Ereini.
La celebrità arriva nel 1762 e la sua fama crescente lo richiamò a Palermo, conteso dalle dame dell’aristocrazia nei loro salotti.
Non fu mai ricco e negli ultimi decenni del secolo furti e vicende familiari sfortunate lo costringevano a bussare alla porta dei potenti.
Nel 1810 re Ferdinando gli concesse una pensione annua, ma nel 1815, dopo le rivolte giacobine gliel’avrebbe sospesa.
Le opere
La raccolta delle “Poesie siciliane” comprende vari componimenti scritti in tempi diversi, tutti in dialetto siciliano (palermitano). Poemetti satirici e giocosi sono La fata galante (La fata galanti, 1762), L’origine del mondo (L’origini di lu munnu, 1768). Poema eroicomico il Don Chisciotti e Sanciu Panza, (1785-1787).
al tempo stesso satira e esaltazione delle riforme illuministiche. Le Favole morali (Favuli murali, 1810-1814) spiccano nell’abbondante favolistica settecentesca per la sintesi di fantasia e moralismo.
Capolavoro della raccolta è La bucolica (La buccolica). A esso Meli si dedicò a lungo, soprattutto nel 1762 -1772. La struttura è tipicamente arcadica: 2 sonetti introduttivi, 5 egloghe e 10 idilli divisi in quattro parti, ognuna intitolata a una stagione, secondo uno schema diffuso in europa da Pope e Saint-Lambert. L’amore per la natura e la nostalgia rousseauniana per la vita primitiva hanno una immediatezza senza equivalenti nella poesia pastorale del tempo. Vi sono atteggiamenti e modi convenzionali.
Stessa vitale intensità, all’interno dei metri e delle forme dell’Arcadia, è in parte anche nelle Elegie (Elegii), nelle Canzonette (Canzunetti) e nelle Odi. Qui scompaiono gli spunti realistici, a vantaggio di una linea melodica e una grazia figurativa dalle inflessioni rococò.
Benché non abbia preso i voti, Giovanni Meli si fa chiamare abate e si veste da religioso.

Nota biografica, stralcio testo tratto dalla pagina: partecipiamo.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

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