Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Prove di una guerra chimica al tempo degli antichi romani?

Quasi 2000 anni fa, 19 soldati romani si precipitarono in un angusto tunnel sotterraneo per difendere dai Persiani la città siriana di Dura-Europos, controllata dai Romani. Ma invece di soldati persiani, i Romani incontrarono un muro di fumo nero tossico, che nei loro polmoni si trasformò in acido.
 Le loro spade non potevano nulla contro quest’arma e i Romani morirono soffocati all’istante. 
Appesi alle loro cinture c’erano ancora le borse con le monete della loro ultima retribuzione.

Vicino ai loro corpi, un soldato persiano – forse proprio colui che generò il fumo tossico nel sottosuolo – soffrì la stessa tragica sorte.

Questi 20 uomini, che morirono nel 256 d.C., possono essere le prime vittime di guerra chimica di cui abbiamo evidenza archeologica.

Il caso risale in realtà ad inizio ‘900, ma con poche evidenze fisiche al di là di disegni e appunti presi durante uno scavo archeologico nel 1930. Ma secondo una nuova analisi di questi materiali, pubblicata a gennaio sull’American Journal of Archaeology, i soldati probabilmente non morirono a colpi di spada, come credette lo studio originale. In realtà morirono a causa di gas tossici.

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Dove c’è fumo…

Attorno all’anno 250, l’Impero persiano sasanide si pose l’obiettivo di sottrarre a Roma la città siriana di Dura, che era divenuta una base militare romana, ben fortificata con mura spesse diversi metri.

I Persiani stabilirono di scavare dei tunnel sotto quelle mura, nel tentativo di farle crollare in modo che i loro soldati potessero poi entrare nella città. L’operazione ebbe inizio a circa 40 metri di distanza dalla città, partendo da una tomba della necropoli di Dura. 

scheletro_guerriero_persiano_duraNel frattempo, i difensori romani iniziarono a scavare dei propri tunnel nella speranza di intercettare i Persiani nel sottosuolo.

I contorni di questo gioco sotterraneo del gatto e del topo vennero abbozzati dall’archeologo francese Robert du Mesnil du Buisson, che per primo studiò queste gallerie d’assedio negli ‘anni ’20 e ’30 del secolo scorso.

Du Mesnil scoprì i corpi ammucchiati di almeno 19 soldati romani e di un soldato persiano nelle gallerie sotto le mura della città. Egli immaginò un feroce combattimento corpo-a-corpo, durante il quale i Persiani respinsero i Romani, dando poi fuoco alla galleria romana. Cristalli di zolfo e di bitume, un composto simile al catrame naturale, sono stati trovati nel tunnel, suggerendo l’ipotesi che i Persiani accesero un fuoco fulmineo e molto caldo.

Qualcosa però di quello scenario non convinceva Simon James, archeologo e storico presso l’Università di Leicester in Inghilterra.

Per prima cosa, sarebbe stato difficile impegnarsi in un combattimento corpo-a-corpo nel tunnel, che riusciva a malapena ad ospitare un uomo in piedi. Inoltre la posizione dei corpi come appaiono nei disegni di Du Mesnil non coincide con uno scenario in cui i romani sarebbero stati trafitti o bruciati a morte.

Usando vecchie relazioni e schizzi, James ricostruì gli eventi accaduti nel tunnel quel giorno fatale. In un primo momento pensò che i Romani si fossero calpestati l’un l’altro mentre tentavano di fuggire dal tunnel. Ma quando parlò di questa idea ai suoi colleghi, gli venne suggerita un’alternativa: cosa dire del fumo?

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I bollenti vapori dell’inferno

Secondo Adrienne Mayor – storico dell’Università di Stanford e autore di “Fuoco greco, frecce avvelenate e bombe di scorpioni: la guerra biologica e chimica nel mondo antico” (Overlook Press, 2003) – la guerra chimica era ormai consolidata al tempo in cui i Persiani assediarono Dura.

“[Nell’antichità] La guerra chimica era piuttosto frequente” afferma Mayor, che non ha preso parte allo studio. “Poche persone sono consapevoli di quanta documentazione abbiamo su questo argomento dagli storici antichi”.

Uno dei primi esempi è una battaglia del 189 a.C., quando i Greci bruciarono penne di pollo e usarono dei soffietti per distribuire il fumo nelle gallerie d’assedio degli invasori romani.

Incendi a base di sostanze catramose sono stati uno strumento comune in Medio Oriente, dove era facile reperire nafta e bitume oleoso infiammabili.

Gli antichi militari erano infinitamente creativi: quando Alessandro il Grande attaccò la città fenicia di Tiro nel quarto secolo a.C., i difensori fenici avevano in serbo una sorpresa per lui. “Riscaldarono granelli di sabbia fine negli scudi fino a renderli roventi, poi li catapultarono giù sull’esercito di Alessandro” spiega Mayor. “Questi piccoli pezzi di sabbia rovente finirono sotto le armature fino alla pelle, bruciando i soldati nemici”.

Mayor sostiene che l’idea che i Persiani avessero imparato a creare fumo tossico sia “del tutto plausibile”.

Secondo la nuova interpretazione dello scontro nel tunnel di Dura, i Romani udirono i Persiani al lavoro sottoterra e indirizzarono i loro tunnel per intercettare i nemici. La galleria romana era meno profonda di quella persiana, così i Romani pianificarono di irrompere nella galleria persiana dall’alto. Ma non c’era nessun elemento di sorpresa per entrambe le parti: anche i Persiani avrebbero potuto sentire che i Romani stavano arrivando.

E così i Persiani tesero una trappola. Proprio quando i Romani sfondarono il loro tunnel, accesero un fuoco nella propria galleria. Forse avevano un soffietto per dirigere il fumo, o forse si avvalsero dell’effetto camino dato dal buco fra le due gallerie. In entrambi i casi, scagliarono zolfo e bitume sulle fiamme. Uno dei soldati persiani venne investito dal fumo e morì. I Romani incontrarono il gas soffocante, che si trasformò in acido solforico nei loro polmoni.

“Si può dire che fossero quasi letteralmente i vapori dell’inferno che uscivano dal tunnel romano” afferma James.

Qualsiasi soldato romano in attesa di entrare nel tunnel avrebbe esitato, vedendo il fumo e sentendo i propri commilitoni morire. Nel frattempo, i Persiani si affrettarono a sgombrare il tunnel e a chiudere la galleria romana. Trascinarono i corpi nella posizione accatastata in cui Du Mesnil li avrebbe scoperti molti secoli dopo. Senza tempo a disposizione per saccheggiare i cadaveri, lasciarono intatte le borse con le monete, le armi e le armature.

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Gli orrori della guerra

Dopo aver terminato gli scavi, Du Mesnil riempì di nuovo le gallerie. Presumibilmente, gli scheletri dei soldati si trovano ancor oggi dove lui li scoprì. Questo fatto rende difficile, se non impossibile, provare la teoria della guerra chimica, sostiene James.

“Si tratta di un caso indiziario, ma non inventa nulla. Abbiamo sul terreno elementi reali [lo zolfo e il bitume]. Si tratta di una tecnica consolidata”.

Secondo Clive James, se davvero i Persiani usavano armi chimiche, ciò dimostra che le loro operazioni militari erano estremamente sofisticate.

Questo studio ci riporta anche alla realtà della guerra: “A Dura abbiamo un’evidenza incredibilmente vivida degli orrori della guerra antica” sostiene James. “E’ stata terribilmente pericolosa e brutale. Non si hanno davvero parole per questo”.

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Di Stephanie Pappas, per LiveScience.com

Traduzione in italiano di Antikitera.net

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