Era il 256 d.C.. E quei venti uomini, sepolti per secoli nel silenzio della terra, potrebbero essere le prime vittime documentate di guerra chimica della storia.
La scoperta, in realtà, risale agli scavi degli anni Trenta del Novecento, quando l’archeologo francese Robert du Mesnil du Buisson esplorò le gallerie d’assedio sotto le mura di Dura. All’epoca si pensò a un violento combattimento sotterraneo, seguito dall’incendio del tunnel. Ma mancavano ferite evidenti, e la disposizione dei corpi non raccontava una battaglia. Solo decenni dopo, rileggendo disegni, appunti e relazioni dimenticate, una nuova interpretazione avrebbe dato senso a quell’enigma.
Intorno al 250 d.C., i Persiani sasanidi decisero di strappare Dura ai Romani. La città era ben fortificata, protetta da mura spesse e torri massicce. Attaccarle frontalmente sarebbe stato suicida. Così scelsero la via più lenta e più astuta: scavare tunnel sotto le fondamenta per far crollare le difese.
Partirono da una tomba della necropoli, a circa quaranta metri dalla città, avanzando nel buio con picconi e ceste. I Romani, dal canto loro, non erano ingenui: cominciarono a scavare contromine, gallerie destinate a intercettare i nemici prima che potessero minare le mura. Nel sottosuolo di Dura iniziò così un gioco mortale di ascolti, calcoli e silenzi, una caccia reciproca nelle viscere della terra.
Fu proprio in una di queste gallerie che Du Mesnil trovò i corpi: diciannove romani ammassati e un persiano poco distante. Immaginò uno scontro disperato, una mischia nel buio, seguita dall’incendio del tunnel romano. La presenza di zolfo e bitume, sostanze infiammabili simili al catrame, sembrava confermare l’idea.
Ma qualcosa non tornava.
A sollevare il dubbio fu Simon James, archeologo dell’Università di Leicester. Studiando i vecchi schizzi, si accorse che il tunnel era troppo stretto per un combattimento reale. A malapena un uomo poteva starvi in piedi. E poi, i corpi non erano disposti come caduti in battaglia. Sembravano piuttosto crollati insieme, come se fossero stati colpiti tutti nello stesso istante.
James ricostruì gli eventi con pazienza, come un detective del passato. All’inizio pensò a una fuga disperata, a soldati che si calpestano nel panico. Poi, un’idea emerse quasi naturalmente: il fumo.
Secondo la storica Adrienne Mayor, studiosa di guerra biologica e chimica nel mondo antico, l’uso di sostanze tossiche in battaglia era tutt’altro che raro. Gli antichi bruciavano piume, bitumi, resine, nafta. A Tiro, nel IV secolo a.C., i difensori avevano lanciato sabbia rovente contro l’esercito di Alessandro Magno.
In Grecia, già nel II secolo a.C., si usavano fumi soffocanti nelle gallerie d’assedio. L’idea che i Persiani avessero imparato a creare fumi velenosi non era affatto fantascienza.
E allora lo scenario si ricompose.
I Romani, scavando più in alto, tentarono di sfondare la galleria persiana dall’alto. Ma i Persiani li sentirono arrivare. E prepararono una trappola. Nel momento in cui il soffitto cedette, accesero un fuoco e vi gettarono zolfo e bitume. Forse usarono un soffietto, forse sfruttarono l’effetto camino del foro appena aperto. In ogni caso, il fumo si riversò nel tunnel romano come una valanga invisibile.
Uno dei Persiani venne investito per primo e morì. Subito dopo, i Romani entrarono in quella nube letale. Il gas, a contatto con l’umidità dei polmoni, si trasformò in acido solforico. In pochi istanti, il respiro divenne fuoco, e il fuoco morte.
«Si potrebbe dire che fossero quasi letteralmente i vapori dell’inferno», ha scritto James.
I Persiani, poi, chiusero il tunnel, trascinarono i corpi e li ammucchiarono, senza nemmeno il tempo di saccheggiarli. Le monete, le armi, le armature rimasero lì, sigillate dal terreno e dal tempo. Quando Du Mesnil terminò gli scavi, riempì di nuovo le gallerie. E lì, probabilmente, gli scheletri giacciono ancora.

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La vicenda di Dura-Europos ci costringe a rivedere un pregiudizio radicato: quello di un’antichità “ingenua” nella tecnologia bellica. In realtà, la storia ci mostra eserciti capaci di sfruttare chimica, ingegneria e psicologia con impressionante lucidità. Qui non c’è solo la brutalità della guerra, ma anche l’inquietante nascita di un’idea moderna: uccidere senza vedere il volto del nemico, affidandosi a un’arma invisibile.
In quel tunnel buio, tra fumo e silenzio, non morirono solo venti uomini: nacque un nuovo modo di fare la guerra.