(revisione gennaio 2026)

Trilussa – Wikipedia, pubblico dominio
La consacrazione nazionale di Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, avvenne nel 1922 con la pubblicazione delle sue opere presso Mondadori.
Ma la sua carriera poetica era iniziata molto prima: già sedicenne, nel 1887, collaborava con il Rugantino, e due anni dopo dava alle stampe Le stelle de Roma, dedicato alle ragazze romane.
Da allora la sua penna percorse le principali testate satiriche dell’epoca, fino a un quotidiano nazionale come il Don Chisciotte di Roma, dove esercitò con acume la sua critica alla politica crispina e alle ambizioni imperiali di un’Italia ancora provinciale.
Figlio di gente modesta, poco incline alla scuola e formato da autodidatta, Trilussa seppe trasformare il dialetto romanesco in uno strumento letterario di rara precisione.
Omone imponente e insieme uomo di grande sensibilità, limava i versi fino all’essenziale, risparmiando parole per rendere più incisivo il concetto. La sua poesia non cercava l’ornamento, ma la chiarezza.
Al centro della sua opera sta un’esigenza morale semplice e radicale: ricordare agli uomini il senso del decoro, della giustizia, della dignità. Più che insegnare, Trilussa “faceva memoria”, con ironia e bonomia, delle ingiustizie sociali e delle piccole ipocrisie quotidiane. Il suo tono è quello di un padre che ammonisce senza alzare la voce, ma con fermezza.

Arnoldo Mondadori e Trilussa a Roma nel 1930 – Wikipedia, pubblico dominio
La scelta del romanesco non fu casuale. Era una lingua diretta, franca, capace di colpire senza mediazioni. In essa Trilussa trovò il mezzo ideale per dare voce alla società minuta, alle sue intuizioni profonde, liberandole dal lamento e restituendo loro una dimensione universale. Poco gli importava la purezza filologica del dialetto: ciò che contava era la sua schiettezza, la forza comunicativa, la capacità di rendere vive e pungenti le grandi questioni sociali.
In questo si colloca nella grande tradizione della poesia dialettale, che aveva avuto in Giuseppe Gioachino Belli il suo vertice ottocentesco e in Cesare Pascarella un altro interprete raffinato.
Ma Trilussa percorse una strada diversa: non adattò il dialetto all’italiano, bensì tradusse l’italiano in romanesco, elevando quest’ultimo a lingua di sintesi, capace di ironia, filosofia e morale.
Dietro lo scetticismo e l’umorismo, resta in lui una fiducia profonda nella possibilità di una società migliore.
Per questo le sue favole, i suoi sonetti, le sue satire continuano a parlare al presente, con quella leggerezza che non toglie nulla alla verità.

Roma, Trastevere: monumento a Trilussa a ponte Sisto. – Wikipedia, pubblico dominio
Celebre è il sonetto sull’Uno e lo Zero, dove la metafora numerica diventa una lezione politica senza tempo: il potere cresce non per valore proprio, ma per il numero degli “zeri” che gli si accodano.
– Conterò poco, è vero:
– diceva l’Uno ar Zero –
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.
In pochi versi, come spesso accade in Trilussa, una morale limpida illumina il cuore delle cose.




