Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
Un curioso fenomeno: l’albero che brucia ma continua a vivere

Un curioso fenomeno: l’albero che brucia ma continua a vivere

Il tronco di un albero di margosa, che si ritiene abbia quattrocento anni, dopo avere bruciato per almeno cinque giorni, malgrado il fuoco, il fumo ed il calore, alla sua sommità, le foglie non smettono di crescere verdi e rigogliose più che mai.
In breve, l’albero è diventato meta di pellegrinaggi religiosi.
Centinaia di Induisti si radunano attorno alla pianta per pregare. L’evento prodigioso è accolto con entusiasmo da alcuni, ma altri iniziano ad essere molto preoccupati.

Germogli di albero di neem, germogli di margosa (Azadirachta indica) – Wikipedia, foto di Susan Slater rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0

In una cultura dove la vita e la morte si intrecciano quotidianamente, senza tabù e senza timori, in una terra intrisa di un lirismo carnale, che è una magica poesia nel seno stesso della miseria più grande, che vive una perpetua dinamica dell’immaginazione metafisica, non c’è da stupirsi che l’albero che brucia e continua a vegetare, possa essere inteso anche come un segno, come un presagio di imminenti sventure e disgrazie.

Così molti iniziano a preoccuparsi, a temere gli effetti negativi collegati al segno. E per cercare di ingraziarsi la benevolenza degli dei e di indurli a intervenire in modo positivo, la gente locale conosce solo un metodo e, ovviamente, non esita a metterlo in pratica. La loro una chance è di costruire un tempio in onore degli dei, così è iniziata una colletta generale per raccogliere i fondi indispensabili a finanziare le spese per erigere il nuovo tempio.

Tralasciando le più che plausibili spiegazioni scientifiche dell’accaduto, per capire la sua portata nella realtà locale, e non solo la curiosità che sta suscitando in Internet, dobbiamo tenere presente le caratteristiche della città dove si è verificato.

Varanasi è la città di Shiva, è uno dei luoghi più sacri in India, dove i pellegrini indù vanno per purificarsi dai propri peccati nel Gange o per cremare i propri cari.

Varanasi, un tempo nota come Benares e Kashi (Città della Luce), è sempre stata un luogo ideale per morire, secondo gli Indù, perché ritengono che qui si compia la liberazione dal ciclo delle reincarnazioni.

La città è il cuore pulsante dell’universo indù, un luogo dove il mondo fisico e il mondo spirituale si incrociano.

In India, ci sono pochi i posti tanto colorati quanto spirituali come i ghat balneari che costeggiano il Gange a Varanasi.

Ghat sul Gange a Varanasi – Wikipedia, foto di Adrian Sulc rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0

E il Gange è un fiume della salvezza, un simbolo eterno di speranza. La vita spirituale a Varanasi ruota proprio attorno al ghat, la lunga serie di gradini che portano sulla riva occidentale del Gange.

La maggior parte dei ghat sono utilizzati per la balneazione, ma ci sono anche diversi ghat destinati alla cremazione pubblica.

Il principale per il rito dei defunti è Manikarnika dove ci sono, spesso, processioni funebri che tentano di farsi largo attraverso i vicoli del ghat stesso.

In un simile contesto dove si parla di reincarnazione, dove la vita e la morte convivono fianco a fianco, un albero che brucia e conserva la chioma verde è, abbastanza naturale che venga inteso come un segno degli dei.

Ancora una volta, dunque, per non dare giudizi superficiali o avventati, è indispensabile conoscere il contesto.

Stralcio testo tratto dalla pagina: wellthiness.wordpress.com sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…