La leggendaria città di Atlantide, raccontata da Platone e avvolta per secoli da un’aura di mistero, potrebbe celarsi nelle paludi del sud della Spagna. È questa l’ipotesi avanzata da un team internazionale di archeologi e geologi guidati dal professor Richard Freund, dell’Università di Hartford (Connecticut), e presentata in uno speciale del National Geographic intitolato Trovare Atlantide.
Secondo gli studiosi, un gigantesco tsunami avrebbe inghiottito l’antica città, sepolta da allora sotto strati di fango e sedimenti. Un’idea affascinante, che tuttavia divide la comunità scientifica: molti ricercatori invitano alla prudenza, ritenendo che le prove non siano sufficienti a collegare i ritrovamenti all’Atlantide descritta dal filosofo greco.

Una ricostruzione artistica dei resti di Atlantide – Image by Enrique Meseguer from Pixabay
Il punto di partenza delle indagini è stata una foto satellitare che sembrava mostrare i resti di una struttura circolare sommersa a nord del porto di Cadice, l’antica Gadeira fondata dai Fenici.
L’area si trova appena oltre le Colonne d’Ercole, l’attuale stretto di Gibilterra, esattamente dove Platone situava Atlantide.
Qui si estende il grande parco nazionale di Doñana, una vasta distesa paludosa nel delta del fiume Guadalquivir, tra le più importanti zone umide d’Europa. Servendosi di tecnologie integrate, radar di profondità, scansioni digitali del terreno e rilievi subacquei, i ricercatori credono di aver individuato strutture risalenti a circa 4.000 anni fa, compatibili con un antico insediamento distrutto da eventi catastrofici.

Parco Nazionale di Doñana, Spagna- Wikipedia, foto Rameylauren opera propria rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0
Gli studiosi collegano la possibile Atlantide andalusa ad altri ritrovamenti effettuati nell’entroterra. In alcune zone della Spagna centrale, la stessa equipe ha identificato resti di insediamenti dalle caratteristiche architettoniche insolite, interpretati come “città del ricordo”: comunità costruite da popolazioni sopravvissute alla distruzione della città originaria e trasferitesi più a nord.
Se l’ipotesi fosse confermata, si tratterebbe di un caso raro di memoria culturale materializzata nell’urbanistica, un tentativo di replicare l’immagine perduta di Atlantide.
Il professor Freund ammette che identificare con certezza Atlantide è un’impresa quasi impossibile. Tuttavia le ricerche sembrano supportare un dato geologico importante: la regione sarebbe stata colpita da numerosi tsunami nel corso dei secoli. Il più devastante fu quello che nel 1755 raggiunse Lisbona, con un’onda alta quanto un edificio di dieci piani. In un territorio così fragile, è plausibile che antichi insediamenti siano stati spazzati via senza lasciare quasi traccia.
Gli archeologi stanno pianificando ulteriori scavi nelle aree in cui sono state individuate le misteriose “città”, a circa 240 km dal sito principale, nella speranza di trovare reperti databili che possano confermare o smentire definitivamente l’ipotesi.
Atlantide: un mito che continua a migrare
La Spagna non è l’unico luogo indicato come possibile sede dell’isola perduta. Nel corso del tempo, studiosi e appassionati hanno individuato “Atlantidi” in varie parti del mondo: dall’antica Thira (Santorini), spesso associata all’eruzione minoica, fino ad altre regioni della Grecia. Ogni ipotesi aggiunge un tassello alla lunga storia di una leggenda che, più di qualunque altra, sembra voler sfuggire a ogni tentativo di definitiva collocazione.
L’ipotesi andalusa non risolve il mistero di Atlantide, ma rivela qualcosa di fondamentale: il mito continua a vivere perché si muove, si adatta, si sovrappone alla storia e alla geologia. La ricerca di Atlantide è, in fondo, la ricerca di un equilibrio tra passato e immaginazione, tra ciò che sappiamo e ciò che desideriamo scoprire. E ogni nuova teoria, vera o meno, ricorda che l’archeologia non è solo scavo e dato scientifico, ma anche racconto, memoria e interrogazione costante del nostro rapporto con il mondo antico.
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