Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
29 aprile, Santa Caterina da Siena – Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia

29 aprile, Santa Caterina da Siena – Vergine e dottore della Chiesa, patrona d’Italia

Clemente de Torres – Il matrimonio mistico di Santa Caterina da Siena – Wikipedia, pubblico dominio

Nata a Siena il 25 marzo 1347, ventiquattresima figlia di Giacomo e Lapa Benincasa, Caterina celebrò a sette anni il suo matrimonio mistico con Cristo. Che ciò non fosse il frutto di fantasie infantili, ma l’inizio di una straordinaria esperienza mistica, lo si poté costatare molto presto. 
A quindici anni Caterina entrava a far parte del Terz’ordine di S. Domenico (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero), iniziando una vita di penitenza di estremo rigore.

Entrata nelle Mantellate, condusse una vita di penitenza e di carità verso i condannati e gli infermi. 

Anonimo – Santa Caterina da Siena, Chiesa di Santa Maria del Rosario in Prati, Roma – Wikipedia, pubblico dominio

Portata al misticismo, ricevette le stigmate.
Analfabeta, cominciò a dettare a vari amanuensi le sue lettere, accorate e sapienti, indirizzate a papi, re, condottieri e umile gente del popolo. 
Il suo coraggioso impegno sociale e politico suscitò non poche perplessità tra i suoi stessi superiori e dovette presentarsi davanti al capitolo generale dei domenicani, celebrato a Firenze nel maggio del 1377, per rendere conto della sua condotta. 
Entrò in contatto con grandi personalità tra le quali Gregorio XI che convinse a riportare la sede pontificia da Avignone a Roma e dal quale ottenne diverse concessioni a favore del proprio Ordine. 
Le sue opere più importanti ci offrono una sintesi dell’esperienza domenicana, agostiniana, francescana e mistica con cui entrò in contatto, ravvivata dalla sua mente illuminata dall’intima unione con Dio.

Carlo Dolci – Santa Caterina da Siena – Wikipedia, pubblico dominio

La vita di Santa Caterina da Siena è ricca di fenomeni soprannaturali:

  • Porta le stimmate, che rimangono invisibili per tutta la vita, per comparire solo al momento del decesso.
  • È favorita da visioni ed estasi, fino a raggiungere il particolare stato di grazia delle nozze mistiche col divino Sposo.
  • È capace di leggere i pensieri di chi la circonda.
  • Il suo corpo conosce la levitazione (= si solleva in aria), e rimane incorruttibile dopo la morte.
  • Quasi analfabeta, dalla sua penna scaturisce una somma dottrina, tanto da essere proclamata dottore della Chiesa.

Delle sue misteriose capacità, sono numerose le testimonianze. 
Un giorno, ad esempio, un sacerdote la vuole mettere alla prova, offrendole per la comunione un’ostia non consacrata. Ma lei, furiosa, si alza e lo rimprovera aspramente.

Nella “Pratica di amar Gesù Cristo”, Sant’Alfonso de’ Liguori riporta che «S. Caterina da Siena vide un giorno in mano d’un sacerdote Gesù sacramentato come un globo di fuoco da cui la santa si ammirava come da quella fiamma non restassero arsi ed inceneriti tutti i cuori degli uomini».
Nel suo vivere quotidiano, questa creatura non può fare a meno dell’Eucaristia: «Padre ho fame! Per amor di Dio, date il cibo all’anima mia».

A Santa Caterina da Siena, la divina voce rivela:

«[ …] il sacerdote giunse alla consacrazione, e all’atto della consacrazione tu alzasti gli occhi su di lui. E mentre egli pro­nunciava le parole della consacrazione, io mi manifestai a te; e tu vedesti uscire dal mio petto un lume, come il raggio che esce dal disco del sole senza tuttavia staccarsene. 
Entro quel raggio di luce, strettamente ad esso unita, scendeva una colomba, e veniva a colpire l’ostia in virtù delle parole della consacrazione pronunciate dal sacerdote. 
Di fronte a ciò il tuo occhio corporeo non bastò a sopportare la luce, ma ti rimase solo l’occhio dell’intelletto, con il quale vedesti e gustasti l’abisso della Trinità, tutto me, Dio e uomo, nascosto sotto il velo di quella bianchezza. 
Tuttavia la luce e la presenza del Verbo, che tu vedevi mentalmente sotto quella specie, non cancellavano la bianchezza del pane, e l’uno non impediva l’altro: né il vedere me, Dio e uomo, in quel pane, né quel pane era cancellato da me, perché non gli veniva tolta la bianchezza, né il poterlo toccare e gustare. […] 
Vedi dunque come i sensi corporei vengono ingannati, ma non è ingannato il sentimento dell’anima: questa viene assicurata e illuminata in se stessa, perché l’occhio dell’intelletto ha visto con la pupilla della santissima fede. 
E poiché vide, conobbe, e perciò lo tocca anche con la mano dell’amore, poiché ciò che ha visto ora tocca per amore, con fede. E con il gusto dell’anima, unito all’ardente desiderio, assapora la mia infuocata carità, l’amore ineffabile con il quale l’ho fatta degna di ricevere il grande mistero di questo sacramento e la grazia che in esso vi viene data».

Domenico Beccafumi – Comunione miracolosa di Santa Caterina, Getty Museum – Wikipedia, pubblico dominio

In ogni singola ostia consacrata c’è Cristo ‘tutto intero’. Così S. Caterina da Siena, dando voce a Dio, esprime questo concetto: «E come il sole non può dividersi, così nella bianchezza dell’ostia Io sono tutto unito, Dio e uomo. Se l’ostia si spezzasse e fosse possibile farne mille migliaia di frammenti, in ciascuno è tutto Dio e tutto uomo, come ho detto. Come lo specchio può andare in frantumi, e tuttavia non si divide l’immagine che si vede in ogni pezzo, così anche dividendo quest’ostia non vengo diviso Io, tutto Dio e tutto uomo, ma sono tutto in ciascuna parte»
Le parole di Santa Caterina da Siena, che dà voce a Dio, rendono ‘visibile’ la relazione tra Eucaristia e grazia: «Nell’anima permane la grazia, e vi rimane perché essa ha ricevuto questo pane della vita in stato di grazia; dopo che si è consumata la specie del pane, Io vi lascio l’impronta della mia grazia, come il sigillo che si imprime sulla cera calda: quando il sigillo vien tolto, la sua impronta rimane. Nello stesso modo vi rimane nell’anima la forza di questo sacramento, ossia il calore della mia divina carità, clemenza dello Spirito Santo. Vi rimane il lume della sapienza del Figlio mio unigenito, nella quale l’occhio dell’intelletto viene illuminato. E l’anima rimane fortificata partecipando della mia fortezza e potenza, che la rende forte e potente contro la propria passione sensibile, contro i demoni e contro il mondo».

E sul letto di morte, i suoi ultimi sospiri sono: «Sangue, sangue, sangue…».

A Siena, nel raccoglimento della sua cella dettò il Dialogo sulla Divina Provvidenza per sciogliere a Dio il suo ultimo canto d’amore. Rispose quindi all’appello di Urbano VI col quale si era schierata dall’inizio del grande scisma, perché il papa la volle a Roma in quel momento di grave confusione. Qui cadde ammalata e attorniata dai suoi numerosi discepoli, ai quali raccomandò soltanto di amarsi gli uni gli altri, rese la sua anima a Dio. Era il 29 aprile 1380: aveva compiuto da un mese trentatré anni.

Fu canonizzata il 29 aprile 1461. 
Nel 1939 venne dichiarata patrona principale d’Italia insieme con S. Francesco di Assisi. 
Il 4 ottobre 1970 Paolo VI l’ha proclamata dottore della Chiesa.

Stralcio testo tratto dalla pagina: totalita.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

Il sarcofago di Santa Caterina da Siena, attribuito ad Isaia da Pisa (attivo dal 1447 al 1464), sotto l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria Sopra Minerva a Roma. – Wikipedia, pubblico dominio

Ciò che più stupisce nella vita di S. Caterina da Siena non è tanto il ruolo inconsueto che ella ebbe nella storia del suo tempo quanto la maniera squisitamente femminile con cui svolse questo ruolo. 
Al papa, che ella chiamava col nome di «dolce Cristo in terra», rimproverava lo scarso coraggio e lo invitava ad abbandonare Avignone per fare ritorno a Roma, con parole umanissime come queste: «Su, virilmente, padre! Che io vi dico che non bisogna tremare». A un giovane condannato a morte, che ella accompagnò fin sopra il patibolo, disse nell’ultimo istante: «Giuso! alle nozze, fratello mio dolce! che tosto sarai alla vita durevole».
Quando sedeva a tavola con i suoi discepoli, badava a non urtare le gelosie di qualcuno e non di rado, come fa la madre col bambino permaloso, dava l’imbeccata col proprio cucchiaio a chi si sentiva trascurato da lei. Poi la voce sommessa della donna mutava tono e si traduceva spesso in quell’«io voglio», che non ammetteva tergiversazioni quando erano in questione il bene della Chiesa e la concordie dei cittadini.. 

Stralcio testo tratto dalla pagina: novena.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…