Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Antimachiavellismo e tacitismo nella Controriforma.

In sede politica non ci si accontenta più dei dolciastri e melensi «specchi dei prìncipi», contro i quali risuonava beffarda la risata dei cinici opportunisti, dei grossolani epicurei ben rappresentati dal Cardano, che nei suoi Arcana politica veniva proclamando la indifferenza totale per patria e Stato, regime e moralità, affermando che solo si deve mirare alla ricerca del proprio utile senza riguardo per alcuno. Già a mezzo secolo un pio vescovo, il Vida, ben ci documenta le pure origini di questo spirito della Controriforma, vagheggiando nel De republicae dignitate (1556) uno Stato etico e religioso permeato di spirito cristiano, ignaro delle perfidie dell’espediente politico, retta dalla semplicità naturale della idillica vita campestre.

Santi di Tito – Ritratto di Niccolò Machiavelli – Palazzo Vecchio, Firenze

Ma è appunto nel discendere da queste rosee nubi sul duro terreno della realtà che gli uomini più sinceramente convinti della necessità d’una restaurazione dei principi cristiani, anche nel campo della vita collettiva, si trovavano di fronte al realismo tagliente, al linguaggio spietato del Machiavelli. Nelle sue pagine altro non si coglieva che la espressione in termini rigorosi di quelle esigenze di autonomo agire, in vista di fini del tutto individuali, che era connessa ormai inevitabilmente con l’esistenza degli Stati nazionali sovrani. Per respingerla con intima coerenza si sarebbe dovuto restaurare la struttura unitaria e gerarchica della cristianità medievale, assurdo anacronismo, e sancire quella diretta supremazia pontificia che neppure i più accesi fautori della Santa Sede ardivano sostenere. Persino il campione delle controversie, il gesuita cardinale e santo Bellarmino, non si sentì di difendere posizioni più avanzate di quella della supremazia spirituale e mediata del Pontefice, tale da consentirgli l’esautorazione dei sovrani eretici: ma Sisto V non si peritò di mettere lui pure all’Indice, in fascio coi peggiori eresiarchi. In difetto d’una reale consequenzialità, la Controriforma si accinge in questo campo ad una fatica tanto più sterile quanto più ingegnosa: conciliare l’istanza etica con quella utilitaria, escogitare un compromesso che soddisfi nel contempo la coscienza del cristiano e la spregiudicatezza dell’uomo di Stato.

Papa Paolo IV

Il primo atto della Controriforma è la condanna del Machiavelli. I libri che nel 1532 erano apparsi con dedica ad un prelato eminente, trovarono luogo, ventisette anni più tardi, nell’Indice di Paolo IV con tutta l’opera ominia del Fiorentino; ancora nel 1615 i Gesuiti di Ingolstadt ne bruciavano pubblicamente l’effigie, come di uomo demoniaco e perverso.
Da quel momento non c’è più scrittore politico che non si senta in dovere di dedicare qualche riga all’esecrazione del Machiavelli.

Cattolici e Riformati si troveranno per una volta tanto d’accordo nel colpire di anatèma quel crudo indagatore dell’animo umano. Ma l’antimachiavellismo dei Calvinisti non manca di coerenza, né sorprende l’atteggiamento costantemente ostile degli Ugonotti francesi che avevano additato negli spregiudicati avventurieri toscani del seguito di Caterina de’ Medici la piaga mortale della monarchia francese. Per gli Italiani realistici e pratici, inclini più all’esame del caso singolo che alla sistemazione teorica, Machiavelli parlava in realtà un linguaggio pieno di fascino: ben presto la condanna si fece estrinseca, tanto più convenzionale e priva di mordente quanto più conclamata e verbosa. Machiavelli continuò così a circolare per le mani di tutti, ma costretto dalla ipocrisia dei tempi a un travestimento curioso, sotto le spoglie di Tacito.

La prima metà del secolo aveva visto i commentatori rivolgersi di preferenza a Livio, lo storico idealista della repubblica, ma non è solo l’affermarsi ormai palese dei principati che genera la straripante letteratura raccolta sotto il nome di tachismo.  Nello storico dell’impero affascina la profondità dell’indagine psicologica, quel suo scomporre i fatti nei loro moventi; il realismo tagliente, la spregiudicatezza nel mettere a nudo il cuore dell’uomo nei suoi recessi più segreti. Non era stato forse il tenebroso Tiberio, maestro di simulazione, il vero modello dei tirannelli rinascimentali, un Cesare Borgia sul trono imperiale?

Miniera inesauribile di risorse empiriche apparivano quei libri al politico, che vi scopriva come perle preziose tutti gli espedienti e tutti i compromessi di cui la natura umana è capace quando ha di mira soltanto il proprio utile e il demone che la agita è quello spietato della volontà di potenza. Il pagano Tacito, inattingibile dai fulmini dell’Indice e dell’Inquisizione, potè ripetere così attraverso le pagine di dieci versioni e di cento commenti, quelle verità amare che aveva suscitato tanta esecrazione sulle labbra del Machiavelli.

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(Da L. Firpo, Il pensiero politico del Rinascimento e della Controriforma,
in « Questioni di storia moderna », Milano, 1948).

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