L’immagine più comune del druido è quella di un anziano saggio dalla lunga barba bianca, con i capelli sciolti sulle spalle e avvolto in una tunica ampia fino ai piedi.

Un druido da ‘Britannia Antiqua Illustrata’, 1676 – Wikipedia, pubblico dominio

Talvolta lo immaginiamo coperto da un mantello pesante, mentre attraversa foreste nebbiose o cammina nell’inverno del Nord. È un’immagine romantica, resa ancor più vivida da film e letteratura fantasy, che però appartiene più al Medioevo europeo che al mondo celtico dell’età del ferro.

Le fonti dell’epoca romana, le più antiche che possediamo, delineano infatti una realtà molto diversa.
Ci raccontano che i druidi indossavano abiti bianchi in occasione delle cerimonie sacre e che esisteva un grande centro di incontro e formazione, una sorta di “santuario pan-celtico” simile a quello di Delfi per i Greci. In Gallia la sua posizione è ancora oggetto di indagine archeologica, mentre in Irlanda la tradizione lo identifica con la collina di Tara, cuore simbolico dell’isola.
Da altri indizi, raccolti dallo studioso Jean Markale, è probabile che esistesse anche una scuola druidica in Britannia, forse in Scozia, in Galles o sull’isola di Mona, alla quale si sarebbero formati sia i druidi irlandesi sia quelli galli.

Il termine “druido” giunge a noi attraverso il latino, ma deriva da una radice celtica che significa “molto sapiente”. E sapienti lo erano davvero: costituivano una classe sacerdotale attiva in Gallia, Britannia e Irlanda, non simile ai monaci del Medioevo cristiano, bensì a una confraternita organizzata e gerarchica.
L’iniziazione al druidismo era lunga e impegnativa: Giulio Cesare parla di un percorso di studi di vent’anni, confermato anche da Pomponio Mela. Al termine del cammino, il druido consacrato partecipava pienamente alla vita della comunità, condividendo compiti e responsabilità.

Le sue funzioni erano numerose. Era sacerdote, giudice, consigliere del re o del capo clan, ambasciatore, e talvolta anche guerriero. Ma, più di tutto, era un filosofo e uno studioso della natura, esperto nelle arti mediche: conosceva le proprietà curative delle piante, praticava la chirurgia e si occupava delle “malattie dell’anima”. Molti rituali richiedevano musica, canto e danza, e non a caso i druidi erano anche poeti e musicisti.

Strabone, incisione del XVI secolo – Wikipedia, pubblico dominio

Strabone distingue tre figure fondamentali nella società gallica: bardi, vati e druidi.
I bardi erano poeti e cantori;
i vati, divinatori e filosofi della natura;
i druidi, studiosi sia della filosofia naturale sia di quella morale.
Erano considerati i più giusti degli uomini e chiamati a dirimere dispute private e questioni pubbliche, persino a fermare battaglie già iniziate.

L’insegnamento druidico era tramandato oralmente, in canti e prose ritmate, e in gran parte è andato perduto. Tuttavia, nei racconti mitologici celtici affiora ancora traccia della loro sapienza, dei loro miti cosmologici e delle loro dottrine sul destino e sull’anima.

Le funzioni interne alla classe druidica erano molto differenziate:

    • il brithem era il giudice, esperto di leggi;
    • il sencha era lo storico;
    • il cainte invocava spiriti, lanciava maledizioni e benedizioni tramite il canto;
    • lo scelaige era narratore e custode delle saghe;
    • il dogbaire conosceva erbe e praticava la chirurgia;
    • il vate compiva divinazioni;
    • il cruitire, l’arpista, era onorato per la sua arte.

Louis Rhead – Merlino, l’incantatore – Wikipedia, pubblico dominio

I druidi, in quanto depositari del sapere, erano anche maestri. I loro allievi non erano solo futuri druidi, ma chiunque aspirasse alla conoscenza. Studiavano nei nemeton, i boschi sacri, luoghi aperti dove gli alberi diventavano colonne di un tempio vivente.

La letteratura ci restituisce immagini potenti:
il druido che brandisce una falce d’oro nella penombra della foresta, luogo dove il mistero si lascia talvolta afferrare e dove, nel silenzio assoluto, il divino sembra schiudersi come una gemma.

E poi Lucano, che racconta dei druidi come depositari di una conoscenza segreta: essi insegnavano che l’anima non muore ma trasmigra, e che la morte non è un termine, bensì una soglia.

L’archeologia conferma questa visione: i Celti immaginavano il defunto come ancora vivo nel sepolcro per un certo periodo, prima di partire per l’Altro Mondo, spesso a bordo di un carro riccamente equipaggiato.
L’oltretomba non era luogo di pena, ma una terra di eterna giovinezza, un Occidente luminoso oltre il mare, dove non esistono dolore né morte e dove l’estate non finisce mai.

Joseph Martin Kronheim – Druidi, sacerdoti britannici – Wikipedia, pubblico dominio

La figura del druido, complessa e sfaccettata, si colloca al crocevia tra storia, mito e immaginazione. Le fonti romane, la tradizione orale e i ritrovamenti archeologici compongono un mosaico incompleto ma suggestivo, che ci restituisce non solo un sacerdote, ma un intellettuale antico: filosofo, scienziato, giudice, poeta e medico. Il fascino che ancora esercita nasce proprio da questa dimensione liminale, sospesa tra foresta e sapere, tra rituale e conoscenza. Ripercorrere il suo mito significa avvicinarsi al cuore spirituale del mondo celtico e alla sua visione della vita come continuo dialogo tra visibile e invisibile.

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