Da sempre, esistono testi ritenuti talmente pericolosi che autorità, chiese e oscuri censori hanno cercato di distruggerli, spesso trascinando nell’oblio anche i loro autori.
Tra queste opere “maledette”, nessuna affascina e inquieta quanto i leggendari libri di Thot.

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Simbolo geroglifico per il dio Thoth, da un’iscrizione intarsiata – Metropolitan Museum of Art – Wikipedia, pubblico dominio

Thot, dio egizio della sapienza e della magia, raffigurato come un uomo dalla testa d’ibis, era celebre per aver inventato la scrittura e annotato ogni evento divino. La prima menzione dei suoi volumi compare nel papiro di Torino, dove si narra di una congiura contro il faraone: gli istigatori usarono la magia nera tratte dai libri di Thot e, dopo la scoperta del complotto, le pergamene furono sacrificate alle fiamme.

Qualche secolo più tardi, si dice che ben 42 di quei testi riemersero nelle mani di Khaemwaset, figlio di Ramesse II. Chi li studiava acquisiva poteri straordinari: poteva guardare il sole a cielo aperto, dominare mari e stelle, persino comunicare con gli animali e resuscitare i morti. Ma l’ardire di possederli spaventò lo stesso principe, che ordinò di incenerirli per preservare l’ordine nel regno.

Nel III secolo a.C. Thot fu identificato con Ermete Trismegisto, padre dell’alchimia. Ad Alessandria ogni mago vantava di possedere un manoscritto tramandato dalla divinità; tutti, chi per avventura, chi per gelosia, morirono in circostanze misteriose prima di mostrarlo al mondo.

Il dio Thot raffigurato come un babbuino (Museo del Louvre) – Wikipedia, pubblico dominio

Nei secoli successivi, il nucleo esoterico dei libri di Thot sopravvisse in frammenti all’interno della tradizione ermetica: codici che gli inquisitori del Medioevo bruciavano senza pietà, eppure non riuscivano mai a cancellarne del tutto il sapere.

Nel Quattrocento la leggenda si intrecciò con i Tarocchi: lo studioso Antoine Court de Gébelin sosteneva di aver trovato in un testo egizio superstite la fonte segreta della loro struttura simbolica. Qualche decennio dopo, Paul Christian (Jean‑Baptiste Pitois) replicò l’ipotesi nella sua Storia di magia, asserendo che le carte condensassero l’essenza della scienza egizia tramandata da Thot.

Anche nell’Ottocento e nel Novecento, nuovi autodidatti e occultisti giurarono di possedere i papiri originali, ma nessuno mai li rese pubblici: chi ci provava cadeva vittima, si dice, di improvvise sciagure mortali.

Oggi la Biblioteca Alessandrina moderna custodisce alcune pagine attribuite alla prima copia del cosiddetto Papiro di Thot.
Sono davvero quei testi di cui parlano le leggende? La risposta sfugge agli studiosi. Ma, a prescindere dall’autenticità del manoscritto, le storie che li circondano continuano a nutrire la nostra immaginazione, ricordandoci quanto fragile eppure indomito sia il desiderio umano di conoscere.

 

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