Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

La scomparsa di Carlo Magno e la fine di un impero

Il biografo Eginardo riferisce che poco dopo il giorno di Natale dell’813 Carlo è colpito dai primi sintomi della malattia che mina la sua formidabile fibra.

In gennaio, un attacco febbrile lo costringe a sospendere ogni attività e a rimanere a letto. Naturalmente, un’indole come la sua è la meno adatta a sopportare la forzata inattività e il senso d’impotenza che la malattia porta con sé.
I consigli e le premure dei medici gli sono insopportabili; per tutta la vita ha condotto un’esistenza da soldato, dura, disagiata, aspra; ha trascorso intere settimane a cavallo e intere stagioni in accampamenti militari: il suo fisico atletico non l’ha mai tradito.

Non vuol saperne delle cure prescritte dai medici; pensa che anche la malattia debba essere attaccata come un nemico, con drastica intransigenza. Non capisce che il male non è qualcosa che si possa scacciar via dal proprio corpo senza che questo abbia a subire le conseguenze della lotta. Dichiara guerra alla malattia e, in un certo senso, la pone in stato d’assedio: la “punisce” con un rigidissimo digiuno. Nessun alimento solido, solo qualche sorso di liquido, un giorno dopo l’altro. La pleurite lo soffoca, brucia di febbre, i medici lo scongiurano di rassegnarsi a cure meno disastrose. Ma non c’è niente da fare: proprio quel ferreo carattere che gli ha consentito tanti trionfi è ora causa della peggior rovina. Il 28 gennaio 814, alle 9 del mattino, il fisico stremato cede di schianto. Nella reggia, insieme con la costernazione e il dolore, regnano incertezza e smarrimento. Nessuno sa cosa fare. Carlo non ha lasciato alcuna disposizione che riguardi le modalità delle esequie e soprattutto il luogo della sepoltura, ed anche questo particolare è lì a dimostrare come la sua immaginazione rifiutasse l’idea della morte. Mentre il corpo viene lavato, rivestito delle insegne imperiali, esposto all’estremo omaggio, i dignitari di corte si consultano incerti sulla scelta del luogo dove le spoglie di Carlo Magno debbano essere tumulate. Si decide per la cattedrale di Aquisgrana. La leggenda riporta che nell’anno 1000 il sarcofago di marmo fu aperto da Ottone III e il corpo di Carlo si mostrò pressoché intatto, assiso sul trono e rivestito dei paramenti imperiali. Caddero tutti in ginocchio, profondamente impressionati da tanta maestà. Il corpo fu rivestito di bianco e il sarcofago richiuso.

“In questa tomba riposa il corpo di Carlo, grande e ortodosso imperatore, che accrebbe nobilmente il regno dei Franchi e lo governò felicemente per quarantasette anni. Mori settantenne, l’anno del Signore 814, settima indizione, il V dalle calende di febbraio.”
Questo l’epitaffio scolpito sulla tomba di Aquisgrana. L’impero passa nelle mani di Luigi il Pio. Luigi somiglia fisicamente al padre (è come lui alto e atletico, esperto cavaliere e cacciatore) ma ne è diversissimo nello spirito. È un nevrotico, un incostante, che passa continuamente dall’uno all’altro estremo, un passionale sprovvisto d’equilibrio e di autentica personalità. Dalla prima moglie Ermengarda ha tre figli: Lotario, Luigi, Pipino; dalla seconda e adorata Giuditta un quarto maschio: Carlo. Si preoccupa subito dei problemi ereditari e con l’Ordinatio Imperii assegna a ciascuno dei figli una parte precisa. Non segue affatto la tradizione carolingia; istituisce viceversa il principio della primogenitura, stabilendo che l’impero andrà a Lotario, mentre agli altri spetteranno, praticamente, le briciole: Aquitania, Marca di Tolosa e contee di Borgogna a Pipino; Baviera e Marche orientali a Luigi (il “Germanico”).
Nell’829 modifica l’Ordinatio in favore del quartogenito, cui assegna parte dei territori già destinati ai fratelli. Il tutto sembra organizzato apposta per scatenare rivalità acerrime. Il che puntualmente avviene, alla morte di Luigi il Pio. Dopo una serie di guerre civili (che iniziarono quando ancora il padre era in vita), i quattro fratelli si scontrano in una zuffa generale a Fontenay, che vede schierati aquitani, neustriani, alemanni e austriani. È il 28 giugno 841. Due anni più tardi, a Verdun, ogni traccia geopolitica dell’impero carolingio è cancellata dalla carta d’Europa. Nascono in suo luogo le tre nazioni che potremmo già chiamare francese, italiana e tedesca.

Ma torniamo a Carlo Magno.

Questa statuetta di bronzo del sec. X, alta in tutto 24 cm, ha dietro di sé una lunga storia. Fu eseguita in più pezzi, fusi separatamente. Ma tutti entravano in un solo disegno, a comporre proprio questa statua, anche se alcune parti, come la spada, sono aggiunte posteriori. Appartenuta dapprima al Tesoro del Duomo di Metz, subì varie vicende, ma riuscì a rimanere intatta finché, divenuta proprietà della città di Parigi, è oggi al Louvre da dove, monumento nazionale, non può più esser rimossa.
È o non è la statua di Carlo Magno?
Prove dirette non ne abbiamo e non avremo mai, con grande gioia degli studiosi, i quali vi trovano materia di dotte discussioni. Ma noi preferiamo credere alla tradizione e affermare con lei che è proprio la statua di Carlo Magno, unica immagine autentica che ci rimane di lui, a impersonare l’ideale di giustizia sovrana che fu suo. Se la leggenda, infatti, s’impadronì dell’uomo sino a soffocarne la storia, non dimentichiamo quanto difficile sia stato il suo cammino. Almeno tre volte, nel 783, 793 e 802, la sua autorità fu messa in pericolo anche all’interno del regno. E a una congiura partecipò il primo figlio natogli dalle nozze morganatiche con Imiltrude, lo sventurato Pipino il Gobbo che morì monaco a Priim nell’811. Ma come riuscì a vincere i nemici esterni nella lunga serie di guerre che sono l’aspetto più appariscente ma non il più importante dell’opera sua, così Carlo Magno prevalse su quegli stessi che gli erano più vicini.
Francese per i francesi, tedesco per i tedeschi, Karl der Grosse, Crharlemagne, Carlo Magno è il solo re o imperatore che, almeno in lue lingue, veda l’appellativo che egli stesso si diede incorporato nel suo stesso nome.
L’hanno anche chiamato il padre dell’Europa.
E ogni anno in Aquisgrana, sua città palatina, viene assegnato un premio che a lui s’intitola a un uomo politico che si sia segnalato per le sue virtù europee; le quali virtù sono forse incerte e indefinibili oggi quanto al tempo di Carlo Magno, cosi come imprecisi e fluttuanti erano allora e sono oggi gli stessi confini d’Europa. Certo, nella cesura e nella successiva chiusura del Mediterraneo provocata dagli arabi, nel sopravvivere dell’idea imperiale solo a Oriente, in quella Bisanzio che era fatta seconda Roma, egli ripristinò l’impero d’Occidente. Un impero di fedeli, a lui legati da un duplice vincolo ch’era insieme religioso e politico.

Come ogni restaurazione innovatrice opera d’un uomo solo, quell’impero era, in pratica, destinato a scomparire con lui. Ma tuttora durano le conseguenze, che non sono di scarso rilievo. Per esse, a conti fatti, possiamo ben riconoscere e attribuire a Carlo Magno la paternità di questa nostra travagliata Europa.

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fonte: tanogaboblog.it

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