(revisione dicembre 2025)
Lunedì 4 marzo 1861, alle 12.20, salpa dal porto di Palermo il vapore “Ercole”, diretto a Napoli. È una nave vecchia, più volte rimaneggiata, con impianti ormai logori e destinata con ogni probabilità alla demolizione. Porta un carico misto, un equipaggio di 18 uomini e un numero imprecisato di passeggeri: secondo le ricostruzioni, tra 40 e 60. Si conoscono però gli undici di Prima Classe, e tra questi tre personaggi decisivi: Ippolito Nievo e i suoi due aiutanti.

Ippolito Nievo in divisa da garibaldino – Wikipedia, pubblico dominio
Nievo, ventinovenne, è vice-intendente di finanza della spedizione dei Mille. Ha il compito di raggiungere Torino con una cassa contenente documenti e fatture relative alla campagna garibaldina, carte che dovranno essere presentate in Parlamento. Sono testi delicati, forse in grado di chiarire o imbarazzare molti aspetti della spedizione.
Scrittore precoce e idealista, nato a Padova nel 1831, Nievo è cresciuto tra ideali patriottici e letture militanti. Antiaustriaco convinto, giornalista e romanziere, ha partecipato alla Seconda guerra d’Indipendenza, si è arruolato nei Mille, ha combattuto accanto a Garibaldi e stringe amicizia con Giuseppe Cesare Abba, che in seguito racconterà l’impresa e lo ricorderà con affetto.
Nei soggiorni al castello materno di Colloredo ha scritto racconti, romanzi e soprattutto “Le confessioni di un Italiano”, destinato a diventare un capolavoro dell’Ottocento italiano.
A bordo dell’“Ercole” viaggia stanco e desideroso di tornare alla sua vita. Scrive a Bice Melzi d’Eril, una delle due donne che lo amano perdutamente, che presto “questa vitaccia sarà finita”. Non immagina quanto siano profetiche quelle parole.
Alle 12.55 la nave non è più visibile dal porto. Da allora, nessuno saprà con certezza che fine abbia fatto. Tre ore dopo parte un altro vapore, il “Pompei”, che incrocia una violenta tempesta notturna. Raggiunge Napoli con ritardo, come tutte le altre imbarcazioni. Tutte, tranne l’“Ercole”, che non arriverà mai.
Colpisce il silenzio: per dieci giorni nessuna autorità chiede notizie, nonostante la presenza di un funzionario di alto profilo e di documenti importantissimi. Il primo a preoccuparsi è il diretto superiore di Nievo, Giovanni Acerbi, che il 16 marzo manda un telegramma da Torino chiedendo spiegazioni.
Il giorno dopo, il quotidiano napoletano Omnibus parla di “naufragio” causato da un colpo di mare e cita un numero imprecisato di vittime. Ma la notizia resta isolata: la stampa filogovernativa tace. Il clima politico è rovente: tra i sostenitori di Garibaldi e chi lo osteggia, le carte che Nievo trasporta potrebbero risultare esplosive. Il governo appare stranamente inerte.
Solo il 18 marzo viene mandato in ricerca il vapore “Generoso”, seguito da altre imbarcazioni. Non si trova nulla: nessun relitto, nessuna salma. Come se nave e passeggeri si fossero dissolti.
Il 1° aprile l’Omnibus pubblica nuove informazioni: a bordo c’erano forse più di 130 persone e ci sarebbe stato un superstite. Un amico della famiglia Nievo, Cesare Cologna, va in cerca della verità. Dopo molte indagini, raccoglie testimonianze secondo le quali un uomo semicosciente, recuperato in mare, sarebbe stato ricoverato all’ospedale militare di Napoli. Delirava di una nave esplosa dopo Punta Licosa: la descrizione coincide con l’“Ercole”. Ufficialmente, però, nessuno confermerà mai la sua presenza.
Le teorie sulla scomparsa dell’“Ercole” saranno molte:
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- affondamento durante la tempesta;
- identificazione con un relitto avvistato davanti alla Calabria;
- affondamento notturno al largo di Capri;
- incendio a bordo (versione ufficiale);
- capovolgimento vicino alle coste siciliane;
- problemi alle macchine e naufragio presso Ischia;
- sabotaggio o dirottamento.
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Una pista inquietante riguarda il contesto bellico. Il 4 marzo, la piazzaforte di Messina resiste ancora all’esercito piemontese. L’ammiraglio Persano ordina il blocco navale: chiunque si avvicini alla città deve essere colpito. L’“Ercole”, che navigava con rotta costiera, potrebbe essere stato scambiato per una nave ostile e affondato, con successivo occultamento della verità.
Epilogo amaro
Di Nievo, dei passeggeri e del carico non si trovò mai traccia. La perdita fu devastante per chi gli era vicino. La madre, sconvolta, cadde in uno stato di delirio. Matilde Ferrari, che lo amava e ne cercò le sorti, morì giovane dopo anni difficili. Bice Melzi, anch’essa innamorata, si spense poco dopo il parto del suo terzo figlio, nel 1865. Chiese di essere sepolta con la camicia rossa che Nievo le aveva donato.

Ippolito Nievo – Manoscritto autografo del romanzo “Le confessioni d’un Italiano” – Wikipedia, pubblico dominio
Fu il marito di Bice, Carlo Gobio, a consegnare alla famiglia Nievo il manoscritto delle Confessioni, conservato dalla moglie. Grazie a quel gesto, nel 1867 il grande romanzo poté essere pubblicato e la memoria di Ippolito continuò a vivere.
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