Nel luglio del 1647, un pescivendolo del Mercato di Napoli divenne il volto di una rivolta che scosse il dominio spagnolo. In soli nove giorni, Masaniello accese un sogno di libertà che ancora oggi affascina e divide gli storici.

Micco Spadaro (Domenico Gargiulo) – Presunto ritratto di Masaniello – Wikipedia, pubblico dominio
Tommaso Aniello, conosciuto come Masaniello, nacque a Napoli nel 1620. Figlio di un pescatore, cresce tra i vicoli del porto e i banchi del pesce, ma la sua vita cambia quando le tasse imposte dal governo spagnolo rendono la sopravvivenza impossibile per la gente comune.
Il 7 luglio 1647, l’aumento della tassa sulla frutta fresca scatena la miccia: il popolo napoletano si riversa in Piazza del Mercato, gridando «Viva il re di Spagna, mora il malgoverno!».
In poche ore la protesta si trasforma in rivolta. Le carceri vengono aperte, gli uffici fiscali dati alle fiamme e la città intera si solleva.
A guidare quella folla c’è proprio lui, Masaniello, il giovane pescivendolo trasformato in leader carismatico. Con il sostegno del borghese Giulio Genoino, ottiene dal viceré la promessa di una costituzione popolare ispirata ai principi di giustizia e uguaglianza. Per la prima volta, il popolo sente di avere voce.

Micco Spadaro, al secolo Domenico Gargiulo – Piazza del Mercato durante la Rivolta di Masaniello – Wikipedia, pubblico dominio
In pochi giorni, Masaniello diventa il simbolo di un sogno: viene proclamato “Capitano generale del fedelissimo popolo napoletano” e riceve onori da principe. Ma quel potere improvviso, unito all’enorme pressione, lo porta sull’orlo del collasso.
Le cronache raccontano di un uomo stremato, perseguitato da sospetti, forse avvelenato o sotto l’effetto di droghe. Si racconta che bevesse una “bevanda di Roserpina”, un allucinogeno potente. Le sue apparizioni pubbliche diventano sempre più confuse e violente, e il popolo comincia a voltargli le spalle.
Il 16 luglio, durante la festa del Carmine, Masaniello si affaccia alla finestra e pronuncia un ultimo discorso: «Popolo mio, ti ricordi come eri ridotto?».
È un appello disperato, ma nessuno lo ascolta più. Poco dopo, viene ucciso nella Chiesa del Carmine da alcuni sicari. Gli tagliano la testa e la portano in giro per la città come trofeo.
Erano passati solo nove giorni dall’inizio della sua rivolta.

Lapide commemorativa di Masaniello nella Basilica del Carmine. – Wikipedia, pubblico dominio
Il giorno seguente, lo stesso popolo che lo aveva tradito recupera il suo corpo e lo onora come un eroe.
Le sue spoglie vengono sepolte nella Chiesa del Carmine, tra lacrime e rimpianti.
La città, intanto, cade nel caos: tra scontri di potere e interferenze straniere, il sogno rivoluzionario di Napoli si spegne.
Ma Masaniello non muore del tutto. La sua figura attraversa l’Europa e diventa un simbolo.
In Francia, Inghilterra e Polonia, il suo nome viene associato all’idea di libertà e uguaglianza.
Quando, un secolo dopo, esploderà la Rivoluzione francese, molti vedranno in lui un precursore: il primo uomo del popolo a ribellarsi contro l’ingiustizia in nome di un ideale.
Oggi di Masaniello restano una lapide nella Chiesa del Carmine, una statua e una piazza, ma soprattutto resta la sua lezione: anche chi nasce tra i banchi del mercato può cambiare la storia..
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Masaniello rappresenta la fragilità e la forza del popolo. La sua vicenda è una parabola di libertà, ma anche di solitudine: amato, tradito e infine idolatrato, incarna il sogno, e il rischio, di ogni rivoluzione.
In fondo, la sua storia continua a parlarci di oggi: perché ogni volta che qualcuno osa ribellarsi all’ingiustizia, l’eco di quel grido del 1647, “Viva il re, mora il malgoverno!”, torna a farsi sentire nelle piazze del mondo.
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