(revisione gennaio 2026)

Adoratore maschio in piedi, scultura in pietra – Museo Metropolitano d’Arte, NYC. Immagine resa disponibile sotto la Creative Commons CC0 1.0 Universal Public Domain Dedication.
Le conoscenze che oggi possediamo sull’abbigliamento e sull’aspetto esteriore dei Sumeri provengono in gran parte dagli studi archeologici condotti sulle tombe della nobiltà. Statue, bassorilievi e corredi funerari, sepolti accanto ai defunti perché potessero accompagnarli nella vita ultraterrena, ci restituiscono un’immagine preziosa, seppur stilizzata, di come vestiva e si adornava una delle più antiche civiltà della storia.
Nonostante la forte stilizzazione delle figure, gli studiosi sono riusciti a individuare una tipologia di abbigliamento sumero dalle caratteristiche ben definite. Nel complesso emerge uno stile semplice, quasi essenziale, che lascia intendere come l’abbigliamento non fosse considerato una priorità assoluta. Ciò non significa, tuttavia, che i Sumeri mancassero di gusto o raffinatezza: al contrario, l’eleganza si esprimeva soprattutto nei gioielli d’oro, nella perizia tecnica delle costruzioni e nell’ingegnosità dei macchinari, segni di una civiltà dotata di risorse straordinarie.
Per uomini e donne, l’indumento principale era una lunga gonna pelosa che scendeva fino alle caviglie, stretta in vita e avvolta intorno ai fianchi.
Realizzata in un tessuto a fiocchi, ciocche o frange, il cosiddetto falpalà, lasciava il torso completamente scoperto. È probabile che si trattasse di pelle di pecora o montone, con i ciuffi di lana rivolti verso l’esterno e disposti in balze regolari, tagliati e pettinati con cura. Questa gonna a balze era prerogativa della nobiltà e dei militari, mentre il popolo indossava versioni più semplici, prive di fronzoli, confezionate con pellame tosato o tessuti grezzi.
Una testimonianza iconografica di grande valore è lo Stendardo reale di Ur (circa 2400 a.C.), che raffigura in modo dettagliato agricoltori, pescatori, musicanti e soldati, offrendoci uno spaccato vivido della società sumera e dei suoi costumi quotidiani.

Lo stendardo di Ur – Faccia detta della guerra. – Wikipedia, pubblico dominio
Le tecniche di lavorazione delle pelli erano avanzate: si praticava la concia grassa con oli essenziali, la concia minerale con allume potassico e quella vegetale con tannino ricavato dalle noci di galla. Le pelli venivano poi tinte in nero, bianco o rosso.

Eannatum, dettaglio tratto dalla Stele degli avvoltoi – Wikipedia, pubblico dominio
Anche l’abbigliamento militare non si discostava molto da quello civile, come si vede nella celebre Stele degli Avvoltoi, dove il re Eannatum è raffigurato alla guida delle sue truppe.
Alla gonna a falpalà si aggiungeva un mantello a balze, drappeggiato sulla spalla sinistra e lasciato scendere diagonalmente sul petto, lasciando libero il braccio destro.
Nonostante la sobrietà dell’abbigliamento, i Sumeri prestavano grande attenzione alla cura del corpo. Come racconta Erodoto, amavano truccarsi il volto con piombo bianco e rosso vermiglio, arricciare i capelli e profumarli con oli fragranti. Sia uomini che donne si cospargevano di unguenti, mantenevano la pelle morbida con la pietra pomice e praticavano abluzioni regolari.
Le donne, in particolare, usavano miscele di incenso, cedro e cipresso per massaggiare il corpo, lasciando la pelle vellutata e profumata.

Stele di Narâm-Sîn, re di Akkad, che celebra la sua vittoria contro i Lullubi di Zagros. Calcare, c. 2250 A.C. Musée du Louvre – Wikipedia, pubblico dominio
Il trucco degli occhi, con pesanti contorni neri, era diffuso in tutta la Mesopotamia, come attestano le statuette rinvenute a Ur e Mari.
La pulizia personale era scrupolosa: gli uomini radevano il capo e curavano con attenzione la barba, spesso priva di baffi, segno di saggezza e distinzione. Il popolo è spesso raffigurato con testa rasata, naso sottile e mento glabro.

Elmo d’oro di Meskalamdug, British Museum – Foto Akieboy rilasciata con licenza CC BY-SA 2.0
L’elmetto sumero, destinato a proteggere il capo, non era soltanto un oggetto funzionale, ma anche un elemento fortemente simbolico e decorativo. Aveva spesso l’aspetto di una parrucca scolpita, con false basette laterali e una caratteristica crocchia posteriore fissata sopra la nuca, a imitazione delle elaborate acconciature dell’epoca. Questa soluzione formale univa protezione e rappresentazione, trasformando il copricapo in un segno visibile di status e appartenenza.
Un esempio straordinario di questo tipo di elmo è quello attribuito a Mus-kalam-shar, realizzato in oro martellato e finemente cesellato. Si tratta di un capolavoro di oreficeria, destinato ai nobili e agli alti dignitari, che testimonia come anche l’equipaggiamento militare potesse diventare espressione di prestigio e potere. L’oro, materiale nobile per eccellenza, non aveva solo valore estetico, ma comunicava visivamente l’autorità e la sacralità del ruolo di chi lo indossava.
Le milizie, invece, utilizzavano equipaggiamenti più semplici e funzionali. Indossavano una gonna simile a quella civile, ma leggermente più corta, probabilmente per facilitare i movimenti durante le marce e le azioni di combattimento. A completare l’abbigliamento vi era un mantello fissato in prossimità del petto e un elmetto in cuoio aderente al capo, legato sotto il mento da una stringa. Una soluzione pratica, pensata per garantire stabilità e protezione senza ostacolare l’agilità.
In questo equilibrio tra funzionalità e rappresentazione si coglie uno degli aspetti più affascinanti della cultura sumera: anche nell’ambito della guerra, l’estetica, il simbolo e la gerarchia sociale continuavano a giocare un ruolo fondamentale, trasformando ogni elemento dell’equipaggiamento in un segno identitario.

Collane e copricapi sumeri scoperti nelle tombe reali (e individuali), che mostrano il modo in cui potrebbero essere stati indossati – British Museum, Londra. Foto di JMiall rilasciata con licenza CC BY-SA 3.0
Le acconciature femminili erano elaborate e complesse, tanto da far pensare all’uso di vere parrucche. Non a caso, nella tomba reale di Ur sono state rinvenute capigliature posticce con strutture di sostegno. E proprio l’oreficeria rappresenta uno dei vertici dell’arte sumera: gioielli di straordinaria finezza, realizzati da artigiani di incomparabile abilità, testimoniano un gusto raffinato e una tecnica avanzatissima.
Emblematico è il corredo della principessa Pu-Abi, vissuta nella metà del III millennio a.C. La sovrana fu sepolta adornata di collane, bracciali d’oro, orecchini cavi semisferici, lapislazzuli e corniole. Il suo copricapo era un capolavoro: file di foglie di gelso in oro sottilissimo, fiori a sbalzo decorati con lapislazzuli e una guarnizione di sette fiori d’oro tempestati di pietre preziose, disposti sulla sommità del capo.
Attraverso questi dettagli, emerge il volto di una civiltà che, pur nella semplicità delle forme, seppe esprimere una sorprendente eleganza, un profondo senso estetico e una cura raffinata del corpo e dell’ornamento. I Sumeri, primi grandi costruttori di città, furono anche sapienti artigiani della bellezza.
.
vedi anche:




