Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
Albrecht Dürer – Alchimia di Melencolia I

Albrecht Dürer – Alchimia di Melencolia I

ALBRECHT DÜRER – ALCHIMIA DI MELENCOLIA  I

Di Gaetano Barbella
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La materia prima, il caos

Figura 1 – Albrecht Dürer – Melencolia I – Art Gallery of South Australia – Wikipedia, pubblico dominio.

Il Caos iniziale, la Prima Materia, l’Unità del Tutto, l’origine, l’inizio indistinto che comprende le potenzialità di ogni sviluppo o generazione, è ciò che si presenta entrando nel Labirinto di Melencolia I, opera a bulino di Albrecht Dürer datata al 1514, una delle sue incisioni più famose in assoluto.

La Materia Prima per gli alchimisti era il Caos, dal punto di vista fisico ogni materia da mettere sul crogiolo è un caos in parte, essendo solo il metallo nobile la materia perfetta, ogni forma precedente è uno sviluppo, una fase dello sviluppo che dal caos va verso il metallo perfetto, l’oro appunto. Per questo motivo ogni materia può essere materia prima, in quanto non ancora portata a perfezione. Come il masso che è squadrato, ma sembra informe e dà l’idea del caos, ma se tradotto in una concezione astrale ciò che manca può rigenerarsi, e ciò che sovrabbonda venire meno. Nel linguaggio simbolico, il caos è sempre un punto di passaggio necessario, quindi qualsiasi materia è sottoposta al fuoco del crogiolo, qualunque sia il suo stato deve essere prima riportata totalmente a livello caotico, rincrudita. Questo passaggio obbligato, definito Nigredo, è spesso replicato se necessario. Se la Nigredo rappresenta la morte della materia viva ne è a sua volta anche la sua rivitalizzazione, un nuovo inizio. In pratica, per esempio, gioca un ruolo importante la memoria che fa perdere le tracce di un lavoro fatto, e allora occorre ricominciare daccapo e ripercorrere punto per punto un percorso fatto in precedenza. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché alla fine risulta un lavoro migliore di quello perso. Ed è così anche nel percorso in astrale, perché è in questo ambito che è allestito il laboratorio dell’Alchimista, riflesso di quello terreno e ognuno di questi ha il suo modo di operare.

Osservando l’immagine di Melencolia I di Albrecht Dűrer, in relazione con la materia prima, la prima cosa che si nota è il masso apparentemente informe che costituisce il soggetto su cui è concentrato lo sguardo dell’angelo assorto in profonde riflessioni. Egli è l’alchimista, ha le ali e in questo modo si invola continuamente in un mondo estraneo alla vita quotidiana. Il suo mondo è tutto racchiuso nel personale laboratorio suddetto che è quello disposto nel quadro della figura mostrata sopra. Gli attrezzi e quant’altro non sono consueti oggetti da lavoro, bensì “operai” che sono obbedienti al suo padrone, l’alchimista in Dürer. Il masso, costituisce la materia prima e può essere assimilata a nomi diversi usati nella letteratura ermetica.

Il maestro Fulcanelli, nel suo libro “Il Mistero delle Cattedrali”, alle pagg. 97-98, così presenta questa materia prima.

   < Eccoci ora davanti ad un simbolo assai complesso, quello del Leone. Complesso perché non possiamo, davanti all’attuale nudità della pietra, accontentarci d’una sola spiegazione. I Saggi hanno attribuito al Leone diverse qualità, sia per esprimere l’aspetto delle sostanze sulle quali lavoravano, sia per indicare una qualità speciale e preponderante. […]

Generalmente, il Leone è il segno dell’oro, segno sia alchemico che naturale; traduce, cioè, le proprietà fisico-chimiche di questi corpi. Ma i testi danno lo stesso nome alla materia che, nella preparazione del solvente, accoglie in sé lo Spirito universale, il fuoco segreto. In ambedue i casi si tratta sempre dell’interpretazione della potenza, dell’incorruttibilità, della perfezione […]

   Il primo agente magnetico che serve a preparare il solvente, — alcuni lo hanno chiamato Alkaest, — si chiama Leone verde, non tanto perché possiede una colorazione verde, ma perché non ha ancora acquisito i caratteri minerali che distinguono chimicamente lo stato adulto dallo stato nascente. È un frutto ancora verde ed acerbo, se paragonato al frutto rosso e maturo. È la giovinezza metallica, sulla quale non ha ancora agito l’Evoluzione, ma che contiene in sé il germe latente d’una energia reale, che più tardi sarà destinata a svilupparsi. È lo stadio in cui sono l’arsenico ed il piombo in confronto all’argento ed all’oro. È l’imperfezione di oggi da cui deriverà la più grande perfezione futura; il rudimento del nostro Elisir. Alcuni Adepti, tra essi Basilio Valentino, lo hanno chiamato Vetriolo verde, per significare la sua natura calda, ardente e salina; altri, invece, Smeraldo dei Filosofi, Rugiada di maggio, Erba di Saturno, Pietra vegetale, ecc. «La nostra acqua, dice Mastro Atrnaud de Villeneuve, prende il nome delle foglie di tutti gli alberi, degli alberi stessi e di tutto ciò che ha un colore verde, per ingannare gli insensati.». Quanto al Leone rosso, secondo i Filosofi, non è altro che la stessa materia, o Leone verde, portata mediante speciali procedimenti a questa tipica qualità che caratterizza l’oro ermetico o Leone rosso. Per questa ragione Basilio Valentino ci dà questo consiglio: «Sciogli e nutrisci il vero Leone col sangue del Leone verde, perché il sangue fisso del Leone rosso è ricavato dal sangue volatile di quello verde, perché ambedue posseggono la medesima natura.» >

Ecco, già da ciò che ha detto poc’anzi Mastro Arnaud de Villeneuve, si capisce il ricorso ad un fantastico mondo vegetale che trova espressione nell’inserto sul capo dell’angelo assorto. Non solo ma soprattutto per il fatto che si tratta di un laboratorio da falegname, compreso il tronco su cui è seduto il putto alato. Perciò Fulcanelli chiama, fra altri nomi, la pietra in questione pietra vegetale.1

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I sette regimi

La sequenza musicale dei pianeti e le relazioni

La Grande Cottura dell’Uovo filosofale all’interno dell’Athanor attraversa Sette Regimi in cui la temperatura viene innalzata progressivamente, corrispondenti a sette colorazioni che assume il contenuto del Vaso e a sette frequenze musicali o “sibili” emesse dall’Uovo stesso.

Figura 2 – Gaetano Barbella, elaborazione su figura 1

I Regimi prendono il nome dei pianeti secondo questo ordine: Mercurio (DO), Sarturno (RE), Luna (MI), Venere (FA), Marte (SOL) e Sole (SI). Sono segnati con la scala nella figura di Melencolia I accanto.

Il Regime del Sole, l’ultimo dei sette, rappresenta la Fase al Rosso o Rubedo della Terza Opera, simboleggiata dalla rossa Aquila bicefala.

Tramite un’ulteriore Fissazione questa sostanza rossa viene trasformata in Elisir Rosso, chiamato anche Pietra Rossa del Secondo Ordine, il quale, opportunamente Moltiplicato e Fermentato, avrà il potere di trasmutare i metalli in Oro (altri autori chiamano questa sostanza fissata Zolfo Rosso Incombustibile e la intendono come Pietra Rossa del Primo Ordine).

In questa figura di Melencolia I è evidenziato il Quinto Regime, quello di Venere in cui il Rebis, innalzandosi la temperatura, assume un colore Verde.
Questa fase è detta anche Fase Vegetativa in quanto la colorazione verde dimostra che la Pietra ha in sé un potere vegetativo, germinativo, che la induce a crescere e ad aumentare. Gli autori affermano che qui “l’albero filosofico germoglia, ricoprendosi di foglie e ramificazioni” (vedi l’inserto sul capo dell’angelo).

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La quadratura del cerchio
Il regime di Giove e le relazioni

Col suo viaggio in italia, Albrecht Dürer si dispose ad una svolta nell’impatto sul nuovo stile rinascimentale dell’arte italiana, orientandolo verso il nuovo metodo di prospettiva lineare. Fu la matematica che gli si pose innanzi tanto da infervorarlo ad approfondire la tecnica pittorica che si trasmise in lui nella sua vena esoterica. E fu una certa iniziazione alla quadratura del cerchio, di dantesca memoria, la conturbante ricerca del pi grecoperipheria circuli”, cioè il rapporto tra l’area del circolo e il quadrato del suo raggio, che nel XV secolo coinvolse grandi artisti.

Figura 3 – Gaetano Barbella, elaborazione su figura 1

Chiamiamolo pure morbo, quell’iniziazione del pi greco che fu ragione per Albrecht Dürer di un fascino, tanto da tradursi nel suo operare e nelle sue opere, persino nella sua firma attentamente studiata. Una lettera A che fa da lettera pi greco e che sormonta l’altra lettera D del nome, suo a mò di un certo cavallo, quasi fosse pi greco quel cavaliere della seconda sua opera, Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, che insieme ad un altra, San Girolamo nello studio, un certo eremita in lui, costituiscono un trittico d’eccellenza. E se vediamo il noto grafico della quadratura del circolo in Melencolia I, conformarsi con la geometria del quadrato e del cerchio in armonia fra loro, tenendo conto delle varie relazioni ideografiche, essa va intravista come effettiva conquista in modo trasversale a molte sue opere, tutte conformate con i consueti soppalchi geometrici “sotto traccia“. Ed ecco, in questa immagine sopra in bella mostra, il Rebis scaturito quasi dal quadrato di Giove durante il suo regime del Mi sonoro con il suonar della campana.

Figura 4 – Gaetano Barbella, elaborazione su figura 1

Notare la meticolosità del maestro Dürer con cui fa coincidere il cerchio e il quadrato con punti nodali delle allegorie di Melencolia I, di un Tutto perfettamente legato, a guisa di una macchina funzionante. E non manca il vessillo, Melencolia I, tenuto in mano dal pipistrello (vedi fig.), ma saldo al cerchio, quasi un’allusione di perfetta comunanza, ovvero di un dio, in modo traslato, che si è preso su di sé, le colpe del male degli uomini.

Con questa immagine l’alchimista Dürer formalizza il matrimonio detto “incesto filosofale“.  L’alchimista, non potendo rinunciare né al cielo (il cerchio) né alla terra nigra (il pipistrello) deve riuscire ad amalgamare e fondere insieme Spirito e Corpo, realizzando la “coniunctio oppositorum. Gli opposti devono prima lottare divorarsi ed uccidersi a vicenda perché la loro unione possa realizzarsi. Questa operazione ha due aspetti, quello del costringere la terra corporea e pesante (il quadrato) ad elevarsi verso le regioni dello Spirito e quello consistente nell’obbligare lo Spirito (il cielo) ad abbandonare i “cieli filosofici”, ove può spaziare liberamente, costringendolo a discendere nelle regioni più pesanti e condizionate dai vincoli terrestri perché possa vivificare rivitalizzare e “rendere consapevole” il corpo.

È una sorta di primavera che ad un certo punto attende l’esperto e paziente alchimista in trepido “ascolto“, come Leo, uno dei tanti alchimisti, in “Avviamento all’Esperienza del Corpo Sottile”2: «Noi dobbiamo cercare di avvertire accanto ad ogni impressione sensoria una impressione che la accompagna sempre, che è di genere del tutto diverso risonanza in noi della natura intima, sovrasensibile delle cose e che ci penetra dentro silenziosamente.» E cosicché lo Spirito Universale sovrasensibile si rispecchia nella sensorialità umana ed è così che, accanto a quella abituale, verrà a crearsi un nuovo tipo di sensazione. Fino a quel momento, vi sarà il fervore occulto del prepararsi alla rinascita: ci si troverà in una situazione analoga a quella dei  primi incerti giorni  successivi  all’equinozio,  nei  quali  la  natura  sembra,  pur  operosamente,  ancora  in  “Attesa  di Primavera”.

Gaetano Barbella

Brescia, 23 marzo 2021

 

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1 Gaetano Barbella – Rivista ATRIUM  Studi Metafisici ed Umanistici edita nel 2014 – numero 3, dal titolo Il Sigillo di Hermes di Albrecht Dűrer.

2 Introduzione alla Magia, a cura del Gruppo di UR, vol. I, cap. III, pag. 73, Edizioni Mediterranee.