Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Il Santo Graal tra leggenda e storia

La leggenda del Santo Graal ha sempre avuto un gran fascino sulle menti dei medievalisti, e non soltanto: anche registi, ufficiali militari, occultisti e scienziati si sono introdotti nel mondo misterioso in cui deve entrare chiunque voglia comprendere che cosa sia stato e sia oggi il Graal.

Santo_graal“Il fatto che da otto secoli il Santo Graal continui a stimolare l’immaginazione di tante generazioni di lettori – diversi per cultura ed estrazione sociale – costituisce in un certo senso la prova tangibile del suo magico potere” scriveva Alfredo Castelli nel suo Dizionario dei misteri. Dal XII secolo, infatti, l’oggetto chiamato “Graal” ha coinvolto milioni di persone in un dibattito che continua tutt’oggi.
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Ma che cosa è il Graal ?
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Secondo alcuni sarebbe un oggetto che fonderebbe le sue origini nella mitologia pagana celtica o islamica. Molti altri, invece, sostengono che si tratti del Calice in cui Gesù Cristo istituì l’Eucarestia durante l’Ultima Cena; nel suo interno, il giorno successivo, Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il Sangue di Cristo, dopo averlo calato dalla croce.
 
Considerato il fatto che la Sindone di Torino sia sopravvissuta per duemila anni, e che tra gli scienziati sia quasi unanime l’opinione che si tratti del vero lenzuolo che avvolse Gesù, non stupirebbe la possibile esistenza di una coppa che è ricercata da secoli e che è denominata “Graal”.

Della coppa si parla nei tre Vangeli Sinottici; in Matteo 26, 27-28 si legge: [Gesù] prese la coppa del vino, fece la preghiera di ringraziamento, la diede ai discepoli e disse: “Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, offerto per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati.”
In seguito, forse Nicodemo o Giuseppe d’Arimatea, scrissero un Vangelo che la Chiesa non riconosce, attribuendogli l’aggettivo di Apocrifo. In questo quinto Vangelo, le cui trascrizioni più antiche che possediamo risalgono al VI secolo, è descritta in dettaglio la calata di Gesù dalla croce, e viene descritto Giuseppe d’Arimatea che raccoglie in una coppa il Sangue del Cristo.

Giovanni Bellini - Compianto su Cristo morto con la Vergine e i santi Giuseppe d_Arimatea, Maddalena, Marta e Filippo Benizi (?)

Giovanni Bellini – Compianto su Cristo morto con la Vergine e i santi Giuseppe d_Arimatea, Maddalena, Marta e Filippo Benizi (?)

Le tappe storiche che la reliquia avrebbe seguito sono descritte in un testo medievale dello scrittore Robert de Boron, intitolato Joseph d’Arimathie. Queste, in breve, le vicende seguite dal Graal:
quando Gesù risorse, i Giudei accusarono Giuseppe d’Arimatea (proprietario della tomba ove Cristo fu deposto) di aver rubato il cadavere. Egli fu dunque imprigionato in una torre e privato del cibo. All’interno della prigione, apparve Gesù in un limbo di luce, affidando a Giuseppe la sua coppa. Lo istruì ai misteri dell’Eucarestia e, dopo avergli confidato alcuni segreti, svanì. Giuseppe poté sopravvivere grazie ad una colomba che, ogni giorno, entrava nella cella e depositava un’ostia all’interno della coppa. Nel 70 d.C. fu rilasciato, grazie all’intervento dell’imperatore romano Vespasiano, e insieme a sua sorella e al suo cognato Bron, andò in esilio oltre il mare, con un piccolo gruppo di seguaci. Qui venne costruita una tavola, che venne chiamata Prima Tavola del Graal: doveva ricordare il cenacolo, e infatti c’erano tredici posti di cui uno era occupato da un pesce, che rappresentava Gesù, e un altro, che rappresentava il seggio di Giuda, era nominato “Seggio periglioso”. Giuseppe partì per le terre inglesi, dove a Glastonbury fondò la prima chiesa Cristiana, che dedicò alla Madre di Cristo. Qui il Graal venne custodito e utilizzato come calice durante la celebrazione della Messa, alla quale partecipava l’intera compagnia.

Alla morte di Giuseppe, la custodia passò a Bron, il quale divenne celebre con il nome di “Ricco pescatore”, per aver saziato l’intera compagnia con un pesce che, posto nel Graal, si era miracolosamente moltiplicato. La compagnia si insediò ad Avalon, un luogo che ancora oggi non è stato identificato: si pensa, in ogni modo, che si trovi nel nord dell’Europa. Qui, alla morte di Bron, divenne terzo custode del Graal un uomo di nome Alain. Venne costruito un castello a Muntsalvach, la Montagna della Salvezza (la cui ubicazione è sconosciuta), proprio per custodire il Graal, e nacque uno specifico ordine cavalleresco, chiamato Ordine dei Cavalieri del Graal, sorto con lo scopo di proteggere il calice. Essi sedevano alla Seconda Tavola del Graal, ove la reliquia dispensava a tutti ostie consacrate. Il custode del Graal assunse il titolo di Re e Sacerdote. Dopo alcune generazioni, divenne re un uomo chiamato Anfortas, il quale ricevette una misteriosa ferita che lo rese sterile; sulle cause della ferita ci sono diverse versioni: secondo alcuni avrebbe perso la fede, secondo altri avrebbe rotto il voto di castità per amore di una donna, secondo altri sarebbe stato colpito accidentalmente da una lancia, da parte di uno straniero che si stava difendendo. Il re divenne celebre con il nome di Re Ferito, e la terra su cui regnava venne colpita da un periodo di sterilità: si parla, a proposito di questo periodo, di Terra Desolata (Waste Land).
La lancia con cui il re venne colpito fu identificata con la Lancia di Longino, il soldato Romano che secondo la tradizione biblica avrebbe trafitto il costato di Cristo sulla croce. Essa venne custodita all’interno del Castello del Graal insieme ad una spada, al piatto che sorresse la testa di Giovanni Battista, e al Graal. Questi quattro oggetti influenzarono molto profondamente la cultura successiva, tanto che nei semi delle carte da gioco italiane compaiono ancora le coppe (il Graal), le spade (la spada), i denari (il piatto) e i bastoni (la lancia di Longino). Al fine di ritrovare il Graal, il mago Merlino fondò la Terza Tavola del Graal, chiamata Tavola Rotonda. Dopo aver educato il giovane Artù, quest’ultimo divenne re di Camelot, e si circondò di una compagnia di cavalieri, che presero il nome di “Cavalieri della Tavola Rotonda”. Il giorno di Pentecoste il Graal apparve nel centro della Tavola, avvolto in un nimbo di luce, scomparendo dopo breve. I cavalieri, allora, si impegnarono in una ricerca iniziatica del Calice: i più celebri furono Lancillotto, Galvano, Bors, Perceval e Galahad.
Lancillotto fu in grado di avvicinarsi al Graal, ma venne colpito da cecità a causa del suo adulterio con la moglie di Artù, Ginevra. Galvano raggiunse il Castello del Graal ma non riuscì a raggiungere il Graal a causa della sua natura troppo legata alle cose del mondo: egli era privo di quella semplicità richiesta al ricercatore. Soltanto in tre raggiunsero il Graal e furono in grado di partecipare ai suoi misteri: Galahad, cavaliere vergine, Perceval, l’Innocente, e Bors, l’uomo comune, che fu l’unico a ritornare alla corte di Artù per portare la notizia del ritrovamento. Nessuno di essi, però, poté impadronirsene. Perceval, dopo aver vagabondato per cinque anni, ritrovò la strada per il castello del Re Ferito (anche chiamato Re Pescatore), e dopo avergli posto una misteriosa domanda – “Chi serve il Graal?” – risanò la ferita del sovrano. L’acqua tornò a scorrere nella Terra Desolata, facendola fiorire.
Galahad, Perceval e Bors ripresero la ricerca, raggiungendo la città orientale di Sarras, la città del Paradiso, dove il Graal era stato trasferito. Qui parteciparono ad una Messa durante la quale Cristo apparve in una visione dapprima come celebrante, poi come un bambino, e infine come un uomo crocifisso.
Galahad, in seguito alla visione, morì e venne portato direttamente in cielo. Perceval ritornò al castello del Re Pescatore, e alla morte di costui, lo sostituì sul trono. Bors, invece, ritornò a Camelot.
Il Graal riposò, così, per i secoli successivi a Sarras, una città che ancora oggi non è stata identificata.

Guseppe d'Arimatea

Giuseppe d’Arimatea

Proviamo – adesso – ad immaginare ciò che avvenne del Graal il giorno della Passione di Gesù. Secondo Robert de Boron, sarebbe rimasto in custodia nelle mani di Giuseppe d’Arimatea. E’ possibile, però, che esso sia stato deposto nel Santo Sepolcro insieme al cadavere di Cristo: era uso comune – infatti – deporre accanto al morto gli oggetti che gli erano appartenuti o in qualche modo erano connessi a lui. Il luogo dove venne pietosamente sepolto il Gesù fu per secoli uno dei più confusi problemi d’archeologia. La tradizione è stata, sin dall’inizio, univoca e fermissima. Le testimonianze evangeliche affermano che il piccolo colle dell’esecuzione era fuori delle mura, ma “vicino alla città”; pietroso com’era si chiamava in ebraico “Gulgoleth”, “Golgotha” in aramaico, e nell’antico latino di Tito Livio”Calva”, cranio calvo, Calvario. Ancor oggi, gli arabi chiamano “Ras”, testa, una prominenza sassosa. Ma sul pendio occidentale cresceva un giardino, un arido giardino di ulivi e palme, dove il ricco sanhedrita Giuseppe, originario di Ramataim, che noi abbiamo grecizzato in “Arimatea”, aveva fatto scavare un sepolcro, forse per sé e, secondo l?uso ebraico, in futuro ampliabile per la discendenza familiare. Infatti, a quei giorni, non vi era stato sepolto nessuno. Non era stato il solo a scegliere quel luogo per un uso funerario, perché alla base della roccia asciutta e scoscesa sono state rinvenute altre antiche tombe ebraiche.
Nell’antico Israele le sepolture ebraiche erano scavate in terreni elevati e asciutti e al riparo da possibili alluvioni. Somigliano a camere, a volta un vano d’ingresso e un secondo, più interno. Vi si trovano sarcofagi di pietra o loculi scavati nella roccia (kokhim), a volte una fossa al centro della stanza, o banchi lungo le pareti. Il Sepolcro del Sanhedrita Giuseppe da Ramataim, come è descritto nei Vangeli, corrisponde all’architettura funeraria ebraica di tipo signorile, di duemila anni or sono – così come ci è stata rivelata dai più recenti scavi. Un’anticamera, ricavata nella pietra, per le operazioni rituali, e poi la camera funeraria. Dall’esterno, l’accesso era molto basso e poteva venir chiuso facendovi rotolare contro una grossa pietra circolare.
Nel 70 Gerusalemme subì le più tragiche e distruttive vicende della sua lunghissima storia: la rivolta ebraica, che passò ai posteri come “Guerra Giudaica” – l’assedio di Tito, che con la sua vittoria avrebbe poi guadagnato l’impero – la dispersione in schiavitù della popolazione superstite, che avrebbe dato origine a una Diaspora millenaria – il saccheggio dei tesori del Tempio, portati in trionfo a Roma – la grandiosa mole del Tempio demolita fino al piano delle fondazioni. Le nascenti tradizioni cristiane furono travolte. Il colle del Golgotha e il pendio contiguo – dove Giuseppe da Ramataim aveva sepolto Gesù e forse posto il Graal – furono rinchiusi in una possente muraglia di contenimento. Poi vi furono rovesciate enormi quantità di terra, prendendola da fuori città, per elevare un terrapieno, in cui Golgotha e Sepolcro sprofondarono.
Nella nuova città di Aelia Capitolina – così era stata rinominata Gerusalemme – nacque poco a poco una segreta comunità cristiano-giudaica, che guidata dal vescovo Marco, mantenne intatta la memoria storica del Sepolcro interrato. Nel 312, Costantino conquistò il potere con il determinante appoggio della semiclandestina cristianità. Nel 324 prese il controllo anche delle provincie orientali; e dovunque – e più che in ogni altro luogo a Gerusalemme – affiorarono con impeto dal silenzio le memorie cristiane.
Costantino scendeva verso Gerusalemme, quando il vescovo della città, che si chiamava Macario, andò ad incontrarlo a Nicea. Doveva essere un oratore persuasivo, e soprattutto sicuro di quanto diceva perché nelle sue parole rivisse la tormentata memoria storica di tre secolo di cristianesimo sommerso: un periodo clandestino che in quei giorni finiva. Il vescovo Macario conosceva bene – tramandati dalla memoria verbale delle famiglie giudeo-cristiane e dei loro sacerdoti – dove fossero tutti i luoghi storici dell’esistenza di Cristo, i testimoni di quei trentatré anni, la nascita in Bethlehem, le case familiari di Nazareth, il colle dove erano state pronunciate le parabole, la sala di quell’ultima cena, il luogo del processo e quelli della morte terribile e della sepoltura, così spietatamente cancellati da Adriano. Costantino ascoltò affascinato dall’intensa suggestione che il racconto operò su di lui e sua madre Elena, e decise la prima operazione archeologica della storia: scavare e riscoprire il Golgotha e il Sepolcro.
Si incominciò subito, in mezzo a una folla di curiosi, i cristiani trepidanti e pronti a vedere in ogni pietra smossa un segno di quanto cercavano. Insieme a numerose altre presunte reliquie, si proclamò che era stata trovata una coppa che Elena ritenne essere quella stessa usata da Maria di Magdala: di essa si era servita per raccogliere gocce del sangue di Cristo dopo la crocifissione. E’ difficile formulare ipotesi sulle sorti della coppa.

La basilica e l'edicola del Santo Sepolcro in una raffigurazione del 1149

La basilica e l’edicola del Santo Sepolcro in una raffigurazione del 1149

Pur essendo giunti a noi numerosi resoconti coevi delle ricerche promosse dall’imperatrice Elena del sito del Santo Sepolcro, in essi manca ogni accenno alla sorte della coppa, sebbene nel V secolo lo storico Olimpiodoro scrivesse che fu portata in Britannia quando nel 410 Roma fu saccheggiata dai visigoti. Non mancano neppure contradditori racconti relativi al suo aspetto: in alcuni di essi si tratta di un piccolo recipiente in pietra, in altri di una gran coppa d’argento, e il più popolare narra che era stata incastonata da un artiere romano in uno splendido recipiente d’oro impreziosito da pietre.

Le due storie del Graal presentate rappresentano due ceppi differenti: mentre l’ultima appartiene ad un filone fondato su documenti, scavi archeologici e studi storici, la prima è tratta dal corpo della letteratura Graaliana, ed è indubbio che essa debba essere depurata dai molti elementi che si sono aggiunti nel corso dei secoli, e che con ogni probabilità hanno rivestito eventi reali di simbolismi e allegorismi. Nel concetto di Terra Desolata, ad esempio, si può leggere il periodo di carestia che colpì l’Europa nel passato. E i vari movimenti del Graal possono documentare reali traslazioni della reliquia, avvenute durante i secoli:

Gerusalemme, Palestina

Glastonbury, Inghilterra

Muntsalvach Montsegùr, Francia?

Sarras Siria, patria dei Saraceni?

Dove si trova Sarras? La città è situata “ai confini dell’Egitto”, e dal suo nome deriverebbe l’aggettivo “saraceno”. Potrebbe trattarsi della Siria, della Giordania o dell’Iraq. Secondo lo scrittore trecentesco Albrecht von Scharffenberg, che scrisse “Il secondo Titurel“, il Graal sarebbe custodito in un castello detto “Turning Castle” (Castello rotante). Le caratteristiche del castello sono assolutamente simili a quelle del palazzo persiano chiamato Takt-I-Taqdis, costruito nel VII secolo d.C.: era possibile farlo ruotare su grandi rulli di legno. Secondo un’altra leggenda nel castello si sarebbe trovata anche la Santa Croce di Gesù, sottratta da Gerusalemme dal re Chosroes II, che eresse il castello di Takt, il quale saccheggiò la Città Santa nel 614, portando la croce in Persia. Si affermava che insieme alla croce si trovasse il Graal. Quindici anni dopo, nel 629, l’imperatore bizantino Eraclio marciò sulla città di Takt, portando con sé la Croce a Costantinopoli. Con essa, egli potrebbe aver portato con sé anche il Graal. Costantinopoli divenne in seguito celebre per essere la città più ricca di reliquie dell’intera cristianità. La Sindone di Torino, ad esempio, fu custodita ad Edessa dal 33 d.C. (proprietà di re Abgar) al 15 Agosto 944, giorno in cui l’imperatore bizantino mandò un esercito ad appropriarsi della reliquia. Il sudario fu probabilmente preso dai Templari nel 1204, e da qui avrebbe raggiunto Lirey, in Francia. Come la Sindone, così il Graal potrebbe esser stato trovato a Costantinopoli durante le Crociate: ciò spiegherebbe il motivo per cui i romanzi del Graal comparvero improvvisamente sulla scena. Se il Graal raggiunse l’Europa, non è chiaro dove possa esser custodito. Potrebbe esser stato portato in Italia dai Savoia, che entrarono in possesso anche della Sindone. Per questo motivo si pensa possa trovarsi a Torino. Secondo altri, il Graal sarebbe caduto in mano alla setta dei Catari, e portato nel castello di Montsegur ove, in questo stesso secolo, fu ricercato da un ufficiale nazista, Otto Rahn. Ma le teorie sono molte, e sono state raccolte tutte nella sezione dedicata ai “Luoghi” del Graal, che amplia alcuni dei dati qui presentati e raccoglie una gran quantità di ipotesi, tra le quali forse qualcuna nasconde un barlume di verità.

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La leggenda secondo cui Giuseppe d’Arimatea gettò il Graal in un pozzo a Glastonbury è in realtà recente, in quanto fu partorita dalla fervida fantasia del poeta Alfred Tennyson in occasione della stesura, nel XIX secolo, della sua opera: “l’Idylls of the King”. Il fatto che si tratti di un’invenzione letteraria piuttosto che di una leggenda nata su un fondamento di verità storica non significa necessariamente che il Chalice Well non sia comunque legato dalla tradizione a manufatti più o meno misteriosi. Difatti, per quanto possa sembrare strano, questa cavità è effettivamente legata ad un’antica coppa, anzi, a due antiche coppe. Una di queste, in legno d’ulivo, fu realmente rinvenuta nel pozzo qualche secolo fa ma dopo un attento esame risultò essere un artefatto rituale celtico. La seconda coppa ma forse è sempre la medesima, fu oggetto di lunghe ed estenuanti ricerche da parte del celebre occultista John Dee che, nel 1582, si recò, in più di un occasione, a Glastonbury, poiché era fermamente convinto che il Pozzo del Calice fosse il nascondiglio segreto di un vaso contenente l’elisir dell’eterna giovinezza.
È doveroso precisare in questa sede che l’arrivo di Giuseppe d’Arimatea in Gran Bretagna, nel I secolo d.C., sembra essere attestato storicamente, difatti, vi sono alcuni documenti che lo comprovano.
Uno di questi è l’”Annales Ecclesiasticae” del 1601, che riporta un’annotazione del bibliotecario vaticano, il cardinale Baronio, sull’arrivo di Giuseppe d’Arimatea a Marsiglia nel 35 d.C. e sul proseguimento del suo viaggio alla volta della Britannia, dove, assieme ai suoi compagni, iniziò l’opera di evangelizzazione.

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Ritratto di John Dee (XVI secolo, artista ignoto, Ashmolean Museum)

Ritratto di John Dee (XVI secolo, artista ignoto, Ashmolean Museum)

John Dee (1527-1608) matematico, medico, astrologo e cristallomante inglese. Tra gli studiosi più eruditi del suo tempo, John Dee si laureò al Trinity College di Cambridge e nel corso della propria vita scrisse numerose opere di carattere scientifico. Nel 1581 iniziò ad avere delle visioni ed un anno dopo l’angelo Uriel gli avrebbe consegnato una sfera di cristallo grazie alla quale sarebbe stato in grado di entrare in contatto con entità ultraterrene. L’impossibilità di ricordare le visioni avute lo costrinse a cercare qualcuno che lo facesse per lui e trovò la persona giusta e l’amico fidato in Edward Kelly (morto nel 1593 o nel 1597). Costui, negromante e profanatore di tombe, alchimista ed occultista inglese, noto con il nome iniziatico di Talbot, subì la pena della mutilazione delle orecchie, inflitta a quell’epoca a chi praticasse la necromanzia e violasse i sepolcri. Le visioni precognitive, tuttavia, raramente preannunciavano eventi che poi si verificavano ed i fenomeni paranormali che si manifestavano nel corso di tali visioni erano sporadici, a tal punto da indurre i biografi del Dott. Dee a ritenere che la stragrande maggioranza dei prodigi che accompagnarono la vita dell’erudito occultista in realtà non fossero altro che un’esagerazione se non addirittura un’invenzione della fertile e perversa fantasia del Kelly. John Dee si occupò anche di alchimia e quando fu convocato dal facoltoso nobile Albert Laski, in Polonia, tentò senza successo di trasmutare il ferro in oro. I due, successivamente, giunsero a Praga, la Città Magica per eccellenza, dove, alla corte dell’imperatore Rodolfo, sovrano appassionato di esoterismo e di scienze occulte, praticarono l’alchimia e le arti magiche, fino a quando non furono allontanati per l’intervento del nunzio papale. L’amicizia tra i due occultisti si incrinò quando Kelly si infatuò della consorte di John Dee. Edward Kelly morì in Germania durante un tentativo di evasione dalla prigione in cui era detenuto per vari reati commessi in questo paese mentre il Dott. Dee, una volta tornato in Inghilterra, divenne povero e trascorse gli ultimi anni della sua avventurosa e turbolenta vita predicendo il futuro in cambio di denaro e scrivendo le proprie memorie. Di John Dee si dice, ma anche questa è leggenda, che sia riuscito a realizzare la più potente “Mano di Gloria” mai esistita, nota come Sigillum Emeth, poi andata persa con la sua morte, un potentissimo oggetto nero consistente nella mano mummificata di un morto impiccato e successivamente sottoposta a complessi rituali per orientare il suo immenso potere magico verso finalità specifiche.

Per quanto ci è dato di sapere, nel mondo, esisterebbero solo tre esemplari di Mano di Gloria: una, in ottimo stato di conservazione, è di proprietà di un pittore italiano, l’altra si troverebbe da qualche parte a Praga ma di essa, purtroppo, non si hanno notizie certe, mentre la terza è custodita in un museo privato in Inghilterra ed a quanto pare non sarebbe in buone condizioni.

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Il calice di pietra che si conserva oggi a Valencia

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“La più antica fonte storica scritta che ci parla chiaramente del Sacro Calice è la scrittura di donazione del Calice, redatta dai monaci di San Juan de la Peña al re d’Aragona Don Martín I l’Umano”, datata “il 26 settembre 1399”, ha proseguito il professor Antuñano. 

Il testo descrive “fedelmente il calice di pietra che si conserva oggi a Valencia. A partire da quel momento la sua storia è completamente documentata”, anche se “prima di quella data non abbiamo documenti che ci parlino di lui”, ha constatato. 

Alla “realtà materiale stessa del Calice” si somma quindi “un’antica tradizone sostenuta da tracce e indizi ragionevoli”, ha spiegato. 

E’ così che un’antica tradizione, che corrobora la base archeologica, sottolinea che il Calice è passato da Gerusalemme a Roma con San Pietro, e con lui hanno celebrato i misteri i primi Papi. Sarebbe arrivato intorno all’anno 258 in Spagna, nella zona di Huesca, inviato da San Lorenzo dopo il martirio di Papa Sisto e prima del suo, con l’intenzione di preservarlo dalla persecuzione contro la Chiesa decretata da Valeriano. 

“Sarebbe romasto lì fino all’invasione musulmana, quando i fedeli lo salvarono nascondendolo in vari punti della montagna. Man mano che la Reconquista avanzava, si consolidò anche una discreta venerazione in varie chiese”, ed “è ben possibile che a metà dell’XI secolo fosse a Jaca, conservato dai Vescovi e che, instaurandosi il rito romano nel Regno d’Aragona – nell’anno 1071 –, sia passato al Monastero di San Juan de la Peña”, nel cui silenzio “si sarebbe conservato per più di tre secoli”. 

“Indizi sufficientemente verosimili” si deducono dal Nuovo Testamento: “risulta possibile che Cristo abbia celebrato l’Ultima Cena in casa di San Marco”; questi era come un “segretario di San Paolo e di San Pietro, con il quale sembra che andò a Roma”, per cui “non sarebbe strano che l’evangelista avesse conservato la coppa – della sua serie di stoviglie – in cui il Maestro aveva consacrato l’Eucaristia”, né sarebbe strano “averla consegnata a Pietro e questi a Lino” e dall’uno all’altro a Cleto, a Clemente e così via. 

Non si può dimenticare che “il canone romano della Messa si elabora sul rito usato dai Papi dei primi secoli” (recentemente citati), e “in una delle sue parti più antiche, la formula della consacrazione, presenta una leggera variante con altre liturgie”, perché stabilisce le parole: “dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse…”, “di modo che sembra insistere su un calice particolare e concreto: lo stesso che il Signore aveva usato nella sua Cena”, ha sottolineato Salvador Antuñano. 

L’itinerario storico, ben documentato a partire dal 1399, ci porta nella città di Valencia, che Benedetto XVI sta per visitare e dove nel 1915 il Capitolo cattedralizio decise di trasformare l’antica sala capitolare della Cattedrale in Cappella del Sacro Calice, dove questo venne posto nella Solenità dell’Epifania del 1916. 
Dopo vent’anni, allo scoppio della Guerra Civile, venne tolto da lì in tutta fretta tre ore prima che la Cattedrale ardesse. “Quando si è estinto il fuoco della guerra, il calice è stato consegnato solennemente al Capitolo il 9 aprile 1939, Giovedì santo, ed è stato installato nella sua cappella ricostruita il 23 maggio 1943”, ha ricordato il professore. 
A partire da allora, si sono intensificati il culto e la devozione al Sacro Calice. “L’Arcivescovo attuale, monsignor Agustín García-Gasco, è riuscito a diffondere la venerazione al di là dei limiti della Comunità Valenciana”, ha riconosciuto. 

La vera mistica del Sacro Calice 

Sulla scorta delle indagini archeologiche, della storia e tradizione di questa reliquia, ciò che risalta è il suo valore come icona sacra. “Per il cristianesimo, un’icona sacra non è solo un’immagine di pietà”, né “una rappresentazione di un motivo religioso”; è molto di più – ha avvertito lo studioso –: “è un mezzo per la contemplazione spirituale, per la meditazione e per la preghiera”. 

Lungi dall’avere “proprietà ‘magiche’”, “l’icona è sacra perché la sua immagine evoca un mistero salvifico e, in modo spirituale ma reale, ha come finalità mettere chi lo contempla in comunione con questo mistero, renderne partecipe”, ha sottolineato. 

Visto che “i dati della tradizione e della storia sottolineano seriamente la possibilità che sia lo stesso Calice che il Signore utilizzò la notte in cui fu consegnato”, i cristiani lo venerano perché “traspone il momento sublime in cui il Figlio di Dio ci ha lasciato il suo sangue come bevanda prima di versarlo sulla Croce” per la nostra salvezza, ha precisato. 

Per questo, il nucleo e fondamento della venerazione del Sacro Calice è nel Mistero Eucaristico”.

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