Osiride, il sovrano dell’oltretomba

(revisione marzo 2026)

Dettaglio del Papiro di Hunefer (EA 9901,8), copia del Libro dei morti risalente alla XIX dinastia egizia[18]. British Museum, Londra. A sinistra il defunto e sua moglie riccamente abbigliati; al centro il dio lunare Thot con i simboli di potere (uas) e vita (ankh). – Wikipedia, pubblico dominio

Tra le grandi figure della religione egizia, poche hanno avuto una fortuna così duratura e universale come Osiride. Signore dei morti, giudice dell’oltretomba e simbolo della resurrezione, Osiride rappresenta una delle idee più profonde della spiritualità dell’antico Egitto: la convinzione che la morte non sia la fine, ma una trasformazione della vita.

All’origine, tuttavia, Osiride non era il sovrano dell’aldilà. Nelle forme più antiche del mito appare come una divinità legata alla fertilità e alla crescita vegetale. Il ciclo annuale della natura, i campi che seccano, la vegetazione che muore e poi rifiorisce, offrì agli Egizi una potente metafora della rigenerazione. In questo processo simbolico Osiride divenne il dio che muore e rinasce, incarnando l’idea della vita che continua oltre la morte.

Un defunto, Ani, si prostra dinnanzi ad Osiride, dietro al quale vi sono Iside e Nefti. – Wikipedia, pubblico dominio

Secondo la tradizione mitologica Osiride era il primogenito di Nut e Geb, e fratello di Iside, Seth e Nefti. Osiride sposò Iside e da questa unione nacque Horus, il futuro vendicatore del padre. Alcune tradizioni raccontano inoltre che dalla relazione tra Osiride e Nefti, avvenuta sotto le sembianze di Iside, nacque Anubi, il dio dell’imbalsamazione.

Osiride era conosciuto anche con il nome di Ounennéfer, “l’Essere perfetto”. In questa veste regnò sull’Egitto portando prosperità e ordine. La tradizione lo ricorda come un sovrano civilizzatore: insegnò agli uomini a coltivare la terra, stabilì leggi e, con l’aiuto del dio Thot, diffuse la conoscenza e la scrittura.

Ma la sua storia è segnata dal tradimento.
La versione più completa del mito ci è stata tramandata dal filosofo greco Plutarco, nel I secolo d.C., perché i testi egizi conservano solo frammenti e allusioni. Secondo il racconto, Seth, fratello di Osiride e simbolo delle forze del caos, non sopportava il suo potere. Decise quindi di eliminarlo con l’inganno.
Preparò una cassa magnificamente decorata, costruita esattamente secondo le misure del corpo di Osiride.
Durante un banchetto promise di regalarla a chi fosse riuscito a entrarvi perfettamente. Quando Osiride si distese al suo interno, Seth e i suoi complici chiusero il coperchio, lo sigillarono e gettarono la cassa nel Nilo.

Osiride fra due nebridi. Tomba di Sennedjem (XIX dinastia egizia) – Wikipedia, pubblico dominio

Iside, disperata, iniziò una lunga ricerca che la condusse fino a Biblo, in Fenicia, dove recuperò il corpo del marito. Ma Seth, scoperto il cadavere, lo fece a pezzi, quattordici o sedici, secondo le versioni, e li disperse per tutto l’Egitto.

Ancora una volta Iside si mise in viaggio. Insieme a Nefti percorse le paludi del delta su barche di papiro, raccogliendo una a una le membra del dio. Ogni città egizia avrebbe poi rivendicato il possesso di uno di quei frammenti sacri: la testa ad Abydos, la colonna vertebrale a Busiris, altre parti in diversi santuari del paese. Solo il fallo non fu ritrovato, poiché, racconta la leggenda,  era stato inghiottito da un pesce del Nilo.

Ricostruito il corpo, Iside realizzò la prima mummificazione della storia e, grazie alla sua potente magia, ridonò per un momento la vita al marito. Sotto forma di falco agitò le ali sopra il corpo di Osiride e concepì il figlio Horus, destinato a vendicare il padre.

Osiride, tuttavia, non tornò più tra i vivi. Divenne il sovrano dell’oltretomba, il giudice delle anime e il garante della vita eterna.

Nell’iconografia egizia appare come una figura mummiforme avvolta in una veste bianca, con la pelle verde, colore della vegetazione che rinasce, o nera, come il limo fertile del Nilo e le mummie funerarie. Nelle mani stringe il flagello e lo scettro, simboli di sovranità e giustizia.

Il suo culto, originario di Abydos, si diffuse progressivamente in tutto l’Egitto fino a diventare uno dei più importanti della religione faraonica. Durante la XVIII dinastia era probabilmente il dio più venerato del paese, e la sua popolarità sopravvisse persino alla conquista romana. Anche gli imperatori di Roma offrirono sacrifici nei suoi templi, affascinati dall’antica religione dei faraoni.

Le grandi feste di Osiride si celebravano ogni anno ad Abydos nel periodo dell’inondazione del Nilo, quando la terra si preparava a ricevere il seme. Non era una coincidenza: proprio come i campi che si rinnovano dopo l’acqua, Osiride ricordava agli Egizi che la morte non è un tramonto definitivo. È, piuttosto, un passaggio. Un ritorno alla vita, custodito nel silenzio dell’eternità.

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