Vimāna: le mitologiche macchine volanti indiane

Siamo in India, in un tempo sospeso tra storia e leggenda. Secondo la tradizione, il II secolo a.C. sarebbe l’epoca delle grandi guerre cosmiche tra Dei e Demoni: battaglie raccontate con dovizia di particolari nei testi epici, come il Ramayana “il cammino di Rama”, incarnazione terrena del dio Vishnu.

La battaglia di Lanka nel Ramayana in una miniatura di Sahibdin – Wikipedia, pubblico dominio

Queste guerre, però, non sono descritte soltanto come scontri tra forze divine. Nei miti indiani compare un elemento ricorrente e sorprendente: l’attenzione per i mezzi con cui gli dèi si muovono e combattono. È qui che entra in scena uno dei protagonisti più enigmatici dell’immaginario indiano: il Vimana.

In sanscrito, vimāna ha significati diversi a seconda delle epoche e dei contesti. Ma la traduzione più suggestiva, e forse la più antica, è quella di “oggetto che attraversa il cielo”. Nel Ramayana si narra che Rama possedesse un Vimana, il celebre Pushpaka Vimana, capace di muoversi con velocità impressionante e di trasportarlo da una città all’altra. Alcuni passaggi raccontano persino l’aspetto del paesaggio visto dall’alto e le modalità con cui il mezzo veniva “alimentato”.

Anche l’arte sacra conserva tracce di questa immagine. In complessi monumentali come il tempio di Kailasa (VIII secolo d.C.), vicino all’attuale Mumbai, compaiono raffigurazioni che sembrano rappresentare i Vimana come carri volanti: ruote infuocate, cavalli sospesi, strutture simili a edifici mobili. Nel tempo, questo ha alimentato una domanda inevitabile: i Vimana erano semplici simboli poetici, o alludevano a qualcosa di più concreto?

Frontespizio della traduzione inglese di Vyamanika Shastra pubblicata nel 1973 – Wikipedia licenza Fair use

Il dibattito rimase a lungo confinato tra scettici e appassionati, finché, all’inizio del Novecento, un nuovo elemento contribuì a riaccendere l’interesse. Un saggio hindu, Pandit Subbaraya Shastri, affermò di possedere informazioni dettagliate sulla vera natura dei Vimana. Secondo quanto dichiarò, quelle conoscenze non provenivano da studi archeologici o filologici, ma gli sarebbero state trasmesse attraverso la scrittura automatica, come dettatura di uno “spirito antico”.

Nacque così il Vimanika Shastra, letteralmente “Scienza dell’aeronautica”. Tra il 1918 e il 1923, Shastri dettò a un discepolo un testo ricchissimo di descrizioni: forme dei velivoli, strumenti di bordo, materiali, funzioni e persino un vero “manuale per piloti”, con trentadue regole da seguire per condurre correttamente una macchina volante.

Le istruzioni mescolavano linguaggio tecnico e lessico magico: mantra, poteri tantrici, livelli atmosferici, sistemi per rendere invisibile il mezzo, dispositivi per rigenerare energia, specchi capaci di mostrare il perimetro di volo. Un universo a metà tra trattato e incantesimo, in cui la tecnologia sembra indossare la maschera del sacro.

Un’illustrazione dello Shakuna Vimana che dovrebbe volare come un uccello con le ali e la coda incernierate. – Wikipedia, pubblico dominio

Nel 1923, un ingegnere di Bangalore, T. Ellappa, realizzò tavole illustrative seguendo le indicazioni del testo. Secondo alcune testimonianze, perfino osservatori militari dell’epoca rimasero colpiti dall’aspetto “avveniristico” di quelle macchine, che non ricordavano affatto gli aeroplani ancora primitivi dell’inizio secolo.

Negli anni successivi, la fama del Vimanika Shastra crebbe e con essa il tentativo di verificarne la plausibilità. Alcuni docenti universitari indiani, tra cui il professor H.S. Mukunda, analizzarono il testo con l’intento di ricostruire un Vimana realmente funzionante. Il risultato fu negativo: le informazioni, pur abbondanti, non erano sufficienti per costruire un velivolo coerente dal punto di vista aeronautico. La conclusione ufficiale fu che si trattasse, con ogni probabilità, di un prodotto di fantasia.

Eppure, il caso non si chiuse del tutto. Alcuni ricercatori sostennero che il testo contenesse elementi interessanti almeno sul piano dei materiali e delle “apparecchiature ausiliarie”, le yantra. Secondo alcune ricostruzioni, un chimico di Mumbai, il professor Sharom, avrebbe sintetizzato elettrodi e un liquido in grado di formare il chumbakmani, una sorta di cellula capace di assorbire energia, paragonata da alcuni a un’antenata delle tecnologie fotovoltaiche. Un altro esperto, il dottor Prabhu, avrebbe prodotto leghe metalliche inedite per riprodurre componenti descritti nel trattato.
Esperimenti contestati, discussi, ridimensionati. Ma sufficienti a mantenere vivo il fascino del mistero.
Oggi il Vimana resta ciò che forse è sempre stato: una figura di confine. Un oggetto che appartiene al mito, ma che continua a dialogare con la modernità. Una macchina epica, sospesa tra l’India sacra e l’immaginario tecnologico contemporaneo.

Il Pushpaka vimana che vola nel cielo. – Wikipedia, pubblico dominio

La storia dei Vimana mostra con chiarezza come il mito non sia un residuo del passato, ma un linguaggio vivo. Il Vimanika Shastra, qualunque sia la sua origine reale, è un esempio perfetto di “mitologia moderna”: un testo che rilegge l’antico con gli occhi della tecnologia, trasformando il carro divino in aeromobile, il mantra in energia, l’epica in manuale tecnico. Più che provare l’esistenza di velivoli nel mondo antico, questa narrazione rivela qualcosa di altrettanto importante: il bisogno umano di immaginare il cielo come spazio abitabile, attraversabile, conquistabile. E di credere, almeno per un momento, che gli dèi abbiano volato prima di noi.

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