
Tavola cuneiforme che riporta il Poema di Atraḫasis, la versione paleobabilonese in lingua accadica del mito del Diluvio Universale. Risalente al XVII sec. a.C., questa tavola è stata rinvenuta a Sippar ed è oggi conservata presso il British Museum di Londra. – Wikipedia, pubblico dominio
L’Atraḫasis (in accadico atra-hasîs, “il sommamente saggio”) è un poema epico della prima metà del II millennio a.C., probabilmente del XVIII secolo, composto da circa 1250 versi.
L’opera raccoglie antichi miti mesopotamici, come quelli della Creazione e del Diluvio, già presenti nei testi sumerici di Enki e Ninmah e della Genesi di Eridu. Il racconto del Diluvio, in particolare, influenzò profondamente la tradizione successiva: lo ritroviamo infatti nell’Epopea di Gilgamesh (XII secolo a.C.), nell’Enuma Elish, e più tardi nella Bibbia e nel Corano.
Il poema si apre descrivendo un mondo divino diviso in due classi: gli Igigi, divinità minori costrette a lavorare, e gli Annunaki, dèi maggiori che vivevano nell’agio. Stanchi delle fatiche, gli Igigi si ribellarono guidati dal dio Wê-ilu.
Enlil, re degli dèi, minacciò di sterminarli, ma il fratello Ea (Enki per i Sumeri) propose una soluzione diversa: creare l’uomo.
L’essere umano, simile agli dèi ma privo di immortalità, avrebbe avuto il compito di lavorare al posto loro e nutrirli con i sacrifici. Il progetto fu approvato. Gli dèi modellarono l’uomo con l’argilla mescolata al sangue del ribelle Wê-ilu, sacrificato per l’occasione, mentre la dea madre Ninmah soffiò la vita nella creatura. Così nacque l’umanità, ordinatrice del cosmo e servitrice degli dèi.
Col passare del tempo gli uomini prosperarono, ma il loro crescente numero disturbò Enlil. Per ridurne la popolazione inviò epidemie e carestie. Ea, protettore dell’umanità, avvertiva Atraḫasis, l’uomo più saggio, che riusciva così a salvare i suoi simili.
Irritato, Enlil decise di distruggere l’umanità con un Diluvio universale, vietando a Ea di rivelarlo agli uomini. Ma il dio delle acque, aggirando il divieto, parlò in sogno ad Atraḫasis e gli ordinò di costruire un’arca impermeabilizzata con bitume, imbarcando con sé una coppia di ogni essere vivente.
Per sette giorni e sette notti le acque travolsero la terra. Al settimo giorno la pioggia cessò e l’arca si posò sul monte Nishir. Dopo dieci giorni, Atraḫasis liberò prima una colomba e poi una rondine, entrambe tornate indietro. Infine lasciò volare un corvo, che non fece ritorno, segno che le acque si erano ritirate. L’eroe liberò allora gli animali e offrì un sacrificio, gradito agli dèi.
Enlil comprese che annientare l’umanità avrebbe riportato il mondo al caos originario. Si rassegnò dunque a lasciar vivere gli uomini, ma impose nuove regole: la loro vita non sarebbe più finita soltanto con la vecchiaia, ma anche con la malattia, gli incidenti o la violenza, affinché non crescessero oltre misura.
Come ricompensa per la sua obbedienza, Atraḫasis ricevette l’immortalità e si stabilì nel giardino di Dilmun, presso la foce dei grandi fiumi, dimora del dio Ea. Secondo la leggenda mesopotamica, vi risiederebbe ancora oggi.
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