Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)
Il mito di Meleagro, Atalanta e il cinghiale Calydon

Il mito di Meleagro, Atalanta e il cinghiale Calydon

Sarcofago con la caccia calidoniana, rappresentante l’eroe Meleagro e la dea Artemide – Musei capitolini – Wikipedia, pubblico dominio

«Ella dunque, stirpe divina, l’Urlatrice, irata, gli mandò contro un feroce cinghiale selvaggio, zanna candida, che prese a conciar male la vigna d’Eneo; molti alberi alti stendeva a terra, rovesci, con le radici e con la gloria dei frutti. L’uccise Meleagro, il figliuolo d’Eneo, chiamando cacciatori da molte città e cani, ché vinto non l’avrebbe con pochi mortali, tant’era enorme, e gettò molti sulle pire odiose.»  (Omero, Iliade, libro IX)

Meleagro è una figura della mitologia greca. Era figlio del re degli Etoli di Calidone, Eneo, e di Altea, sorella di Leda, anche se la madre lo aveva concepito in una notte in cui aveva giaciuto tanto con il marito quanto con Ares.
Quando furono passati sette giorni dalla nascita, le Moire si presentarono ad Altea e fecero ognuna una predizione:

  • per Cloto il fanciullo avrebbe manifestato un’indole nobile;
  • per Lachesi si sarebbe coperto della gloria riservata agli eroi;
  • per Atropo, infine, sarebbe vissuto fino a quando fosse durato il tizzone che stava in quel momento ardendo sul camino.

Altea si slanciò immediatamente a togliere il fatidico pezzo di legno dal fuoco e lo spense, conservandolo poi in un cofano con grande cura e segretezza.

Meleagro e il cinghiale Calydon. Marmo, copia romana di epoca imperiale (circa 150 d.C.) secondo un originale greco del IV secolo a.C. – Wikipedia, pubblico dominio

Col passare degli anni Meleagro, ormai adulto, divenne uno dei più valorosi lanciatori di giavellotto dell’intera regione e sposò Cleopatra, figlia di Ida. Nel frattempo il padre Eneo aveva offerto un sacrificio a tutte le divinità dopo un abbondante raccolto, ma aveva dimenticato di onorare Artemide. La dea, indignata, aveva allora inviato contro il paese di Calidone un cinghiale di proporzioni spettacolari che devastava i campi e uccideva i sudditi del re. La gente spaventata non aveva più tranquillità e si nascondeva solo nelle città fortificate.

Quando Meleagro seppe dei tragici effetti causati dall’arrivo del cinghiale, si sentì in obbligo di liberare il paese dall’orrida creatura. Per questo riunì un gran numero di eroi delle città vicine e da tutta la Grecia.
Alcuni mitografi ce ne hanno tramandato la lista:
Driante, figlio di Ares; Ida e Linceo, i due figli di Afareo, che venivano da Messene; Castore e Polluce, i Dioscuri, di Sparta (che sono cugini di Meleagro); Teseo di Atene; Admeto, di Fere, in Tessaglia; Anceo e Cefeo, figli dell’arcade Licurgo; Giasone, di Iolco; Ificle, fratello gemello di Eracle, che veniva da Tebe; Piritoo, figlio di Issione e amico di Teseo, venuto da Larissa, in Tessaglia; Telamone, figlio di Eaco, giunto da Salamina; Peleo, suo fratello, giunto da Ftia; Eurizione, cognato di quest’ultimo, figlio di Attore; Anfiarao, figlio d’Oicle, venuto da Argo, insieme ai figli di Testio, zii di Meleagro.

C’era anche una cacciatrice, Atalanta, figlia di Scheneco, venuta dall’Arcadia. Tutti questi cacciatori fecero festeggiamenti presso Eneo per nove giorni. Il decimo partirono tutti contro il cinghiale, ma la partecipazione di Atalanta alla caccia fu da subito un elemento di disturbo da parte di un certo numero dei cacciatori che rifiutavano di avere una donna nella loro schiera. Ma Meleagro riuscì a convincerli, poiché era innamorato della giovane: da lei desiderava anche avere un figlio, benché fosse già sposato a Cleopatra.

I cacciatori (secondo Apollodoro una ventina) sguinzagliarono i cani e seguirono le grandi orme della bestia, fino a quando snidarono il cinghiale presso un corso d’acqua mentre si abbeverava. Il cinghiale, scoperto, si scagliò ferocemente in mezzo ai cacciatori, i quali a gara cercarono di ferirlo. Nestore trovò scampo a fatica salendo su un albero, mentre Giasone lanciò il proprio giavellotto, mancando il bersaglio. Telamone invece scagliò la lancia contro la bestia, ma colpì accidentalmente il cognato Eurizione, il quale stava tentando di scagliare i suoi giavellotti contro il cinghiale. Peleo e Telamone rischiarono però di essere caricati dalla belva che per fortuna fu colpita a un orecchio da una freccia di Atalanta e fuggì.
Anceo, spintosi troppo avanti per dare un colpo d’ascia al cinghiale, venne lacerato dalle zanne della bestia, cadendo a terra morto. Anche Ileo venne ucciso, insieme a molti dei suoi cani da caccia. Allora Anfiarao colpì il cinghiale con una pugnalata all’occhio, accecandolo, e, quando Teseo fu sul punto di essere travolto, Meleagro conficcò il giavellotto nel ventre dell’animale e lo finì con un colpo di lancia al cuore.

Peter Paul Rubens – Caccia al cinghiale calidonio – Wikipedia, pubblico dominio

Meleagro scuoiò l’animale e ne offrì la pelle ad Atalanta, perché fra tutti era stata la prima a ferirlo.
Plessippo, fratello di Altea e quindi zio di Meleagro, che era fra quelli che più si erano opposti all’idea di maneggiare delle armi insieme a una donna, protestò, appoggiato dal fratello, e propose criteri diversi per l’assegnazione del trofeo. Essi ribadirono quanto aveva promesso Eneo all’inizio della spedizione: la pelle e le zanne del cinghiale erano destinate al suo uccisore; se Meleagro voleva proprio rinunciarvi, avrebbe potuto farlo in loro favore piuttosto che per Atalanta.
Meleagro, in cui l’amore per Atalanta accentuò l’ira per essere stato contraddetto, rifiutò sdegnato l’offerta. Gli zii, a questo punto, non esitarono a rubare vilmente il dono che la fanciulla aveva ricevuto dall’eroe, il quale, irritato per quest’azione, li uccise entrambi in un momento di furore. Ebbe per questo la maledizione della madre Altea e si scatenò una guerra che i parenti superstiti dichiararono alla città di Calidone.

Sua moglie, Cleopatra, si rifugiò allora presso di lui e gli fece presente quale sarebbe stata la sorte degli assediati se i nemici avessero riportato la vittoria. Al triste quadro che ella dipinse, finalmente si commosse e rivestì l’armatura.
L’eroe non fece alcuna fatica a ristabilire la situazione, mettendosi tuttavia contro Apollo che proteggeva gli assalitori.
In guerra Meleagro uccise altri suoi zii, ed a questo punto le Moire si recarono dalla madre di lui per invitarla a ributtare nel fuoco il tizzone serbato per anni.

Altea, irata per la perdita, per mano del figlio, anche degli altri due fratelli, andò a riprendere la cassa dove aveva riposto il pezzo di legno collegato alla vita di Meleagro, e lo gettò nel fuoco.

Altea rappresentata in un’incisione di Johann Wilhelm Baur (1607 – 1640) per un’edizione dell’opera di Ovidio Le metamorfosi. – Wikipedia, pubblico dominio

Meleagro, in pieno combattimento, si sentì bruciare dentro le viscere e il dolore provato permise agli avversari di ucciderlo.
Una volta che Altea si calmò e si accorse di ciò che aveva fatto in un momento di collera, s’impiccò insieme con Cleopatra, divorata dal rimorso. Le donne di Calidone, invece, sopraffatte dal dolore, piansero tanto a lungo da impietosire gli dei, che le tramutarono in galline faraone, o meleagridi, ad eccezione di Deianira.

 

Stralcio testo tratto dalla pagina: summagallicana.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…