Enuma Elish o “Poema della creazione” veniva recitato il quarto giorno del capodanno di Babele, come inno di propiziazione.  Il titolo del poema è dato dalle sue parole iniziali, enuma elish, appunto. 

Il dio Marduk con il suo drago, da un sigillo cilindrico babilonese. – Wikipedia, pubblico dominio

L’urigallu, il gran sacerdote, lo declamava davanti alla statua di Baal (Marduk), verso sera.  In quell’occasione le statue degli altri dei dovevano restare coperte, per deferenza verso il dio nazionale, Marduk.  Lo scopo dell’inno era pertanto celebrativo, della capacità di Marduk come ordinatore del cosmo, capacità che gli ha permesso di salire da un secondo rango di divinità fino ad essere di diritto il capo del Pantheon.

Il poema consta di sette tavole e, oltre a quello celebrativo, ha anche lo scopo di descrivere una cosmogonia.  L’autore quindi parte dal tempo dei primordi, da prima dell’origine del tutto, come accade in Genesi.  

Probabilmente, accanto alla versione “canonica”, presso i babilonesi esistevano altre versioni di questo mito, soprattutto se si pensa alla consuetudine di trasmettere oralmente la cultura (le tavolette cuneiformi erano un lusso, riservato agli archivi di stato e a pochi ricchissimi, e la scrittura cuneiforme non era poi così diffusa, perché molto difficile da apprendere).
Dell’autore nulla sappiamo, perché presso i babilonesi non si teneva conto della paternità delle opere letterarie di nessun tipo.  L’epoca di composizione è fissato dagli studiosi verosimilmente al tempo della prima dinastia di Babele, ma non vi sono riferimenti certi: altri ad esempio la collocano nell’ottavo secolo, al tempo del re assiro Tiglatpilsiter III, che dominò anche su Babilonia, e individuano l’autore in un assiro e non in un babilonese.

Sino a noi sono giunte quattro redazioni del poema: una neo Babilonese, una neo Assira (dalla biblioteca di Assurbanipal a Ninive) e una assira più antica, ai tempi in cui fioriva la capitale Assur, e infine una pre-Babilonese, di cui si conosce solo un piccolo frammento rinvenuto negli scavi di Kish.
Ma anche i frammenti più antichi, di epoca prebabilonese, non possono comunque essere più antichi del regno di Hammurabi (1955 – 1913), periodo storico nel quale Marduk fu proclamato dio nazionale.  È certo in ogni caso che il poema fu modellato su un racconto dedicato a Enlil, il dio della terra, il più potente prima di Marduk.  La struttura e lo stile mostrano caratteri di forte unitarietà, e da qui vien da congetturare che l’opera sia stata scritta da un solo scriba.  Molti racconti circolavano in Babilonia, intorno all’origine del mondo, la comparsa degli dei, degli animali, dell’uomo, le lotte primordiali fra i principi del bene e del male simboleggiato da mostri terribili.  L’autore dell’Euma Elish aveva quindi molto materiale da rielaborare.

Il poema si chiude, al settimo canto, con un inno ai 50 nomi di Marduk, ed è questo un elemento che rafforza l’ipotesi che esso sia una rielaborazione del poema dedicato a Enlil: infatti il numero 50 era sacro a questo dio.  

L’epopea può essere divisa in cinque parti:

  1. la genealogia degli dei, che è certamente sumera, con qualche lieve aggiunta,
  2. la vicenda di Ea e Apsu (mito eridiano del drago),
  3. il mito del drago,
  4. il racconto della creazione,
  5. l’inno dei cinquanta nomi.     

Le divinità presentano caratteri antropomorfici, ma il racconto è permeato di simbologie astrali dell’ultimo periodo della religione mesopotamica, anche se non conosciamo con precisione il significato di questi riferimenti astrali.  Ogni dio rappresenta un carattere naturale, e lo si vede specialmente nel conflitto fra Marduk e Tiamat (il primo rappresenterebbe la primavera, il secondo l’inverno). 

La battaglia tra il dio Marduk e la dea Tiamat (la madre di tutto il cosmo, la dea primordiale degli oceani e delle acque salate. Raffigurata nell’iconografia tradizionale come un serpente marino o un drago) – Wikipedia, pubblico dominio

Il mito infatti si celebrava in primavera, per propiziare il favore degli dei sulle seminagioni: può essere il racconto del sorgere del sole (Marduk) e del suo affermarsi all’orizzonte, con riferimento all’anno che sorge.  Ma l’antropomorfizzazione è talmente evoluta che si fatica a riconoscere il significato che sta dietro al racconto.  Anche le prime divinità, che si riferiscono all’acqua, potrebbero avere un significato legato al ciclo delle stagioni, ma potrebbero avere anche un significato di vittoria del bene sul male, dell’ordine sul disordine.    

Dal punto di vista letterario abbiamo un linguaggio altamente poetico e molto raffinato, che fa pensare alle classi colte.  Ogni distico consta di due emistichi, separati da una specie di cesura, che non coincide solo con la pausa del ritmo e del respiro, ma anche con il senso di ciò che si dice.  Si può ipotizzare anche che il poeta abbia voluto dividere il lavoro in sei parti (la settima parte, ricordiamo, è la celebrazione dei nomi di Marduk e appare quasi come a se stante), richiamandosi a un significato astrale.  Per conservare la divisione infatti, talvolta chiude nel bel mezzo di un’azione una certa parte, per proseguire l’azione nella parte successiva.

Man mano che sono stati conosciuti dalla cultura contemporanea, i miti di altri popoli ancora primitivi, sono stati presi come un riferimento per lo studio del mito classico.  Essi contengono elementi che ci fanno capire che il testo di Esiodo è immerso in un clima culturale che conosce molti miti oltre a quelli omerici.
L’Enuma Elish è uno dei miti che sicuramente furono conosciuti dai greci dell’età omerica, e che in qualche modo influenzarono anche la mitologia greca. Pertanto, raccontiamo brevemente questi miti, attingendo a una vecchia ma autorevole traduzione (Testo curato da Giuseppe Furlanio, edito da Zanichelli nel 1934)

Quando di sopra non era ancora nominato il cielo
di sotto la terra ferma non aveva (ancora) nome,
l’Apsu primiero, il loro generatore,
Mummu e Tiamat, la generatrice di tutti: loro,
le loro acque insieme mescolavano,
ed essi non portavano (ancora) un nome, e i destini
non erano ancora stati destinati,
furono procreati gli Dei in mezzo ad essi.    

Ecco che il poema ci mostra prima di tutto alcune super divinità primitive, i fondamenti del mondo divino, naturale ed umano, e le identifica con tre divinità superiori.  Apsu “primiero”, primo; pare che sia, secondo gli interpreti, l’acqua primordiale che viene divinizzata.  L’acqua dolce primordiale, bevibile (siamo in Mesopotamia, dove l’acqua è molto importante).  Invece Tiamat è l’acqua salata del mare, amara.  In questo stato primordiale queste due forze erano mescolate, insieme a Munmu, che è di dubbia identificazione: pare che sia lo scroscio dell’acqua, lo scroscio della pioggia.  Qui possiamo fare un riferimento al caos primordiale esiodeo, l’abisso scuro, l’apertura primordiale, un universo non ancora ordinato; possiamo anche fare un riferimento al racconto biblico, che è inserito anch’esso in quel clima culturale.  In tutti i miti orientali c’è questa affermazione, che all’inizio c’è una mescolanza di acque e Dio che pone il fondamento del cielo e della terra.

Qui incomincia la narrazione dell’esistenza di questi Dei.  Non sono tutti posti nell’ordine genealogico, perché le prime due divinità che emergono da questo mondo primordiale, emergono proprio dalla terra, vengono al mondo ma non si sa per opera di chi.  Pare che siano rappresentanti della luce e delle tenebre o del principio maschile e del principio femminile (luce maschile e tenebre femminile).  Poi si parla di altre divinità che rappresentano il mondo celeste, il mondo terrestre, una divinità che rappresenta la sapienza, la forza, la saggezza.      

Lahmu e Lahamu furono creati e ricevettero il nome.
I secoli divennero molti e crebbero.
Anshar e Kishar furono procreati molto tempo dopo di essi.
Essi allungarono i giorni e aggiunsero gli anni.
Anu, il loro figlio, pari ai suoi padri,
Anshar fece Anu, il suo primonato uguale a se stesso,
e Anu procreò quale suo uguale Nudimmud [Ea]
Nudimmud che era il principe dei suoi padri,
era di vasta sapienza, saggio, potente di forza,
molto più forte del suo procreatore, padre Anshar.      

Insisterei su una divinità, che prende il nome di Ea, che rappresenta la saggezza, ed è un protagonista, se così si può dire, del poema stesso.  Non c’è qui la sistematicità che c’è in Esiodo, anche perché questo poema non ci presenta tutta la narrazione del mondo, ma solo la parte iniziale. 

Queste diverse divinità danno molta noia alle due vecchie divinità, Apsu e Tiamat.  Il testo prosegue narrando che questi Dei, nati dalla prima generazione, si agitano dentro Tiamat, con prepotenza e frastuono, disturbando il sonno di Apsu che, chiamato Mummu (nella veste di servitore e messaggero) lo injvia a Tiamat dichiarandogli il suo intento di uccidere la prole.  Tiamat se ne dispiace ma Apsu, consigliato da Mummu, non desiste.  Pare dunque che la storia del mondo si evolva perché Ea e le altre giovani divinità fanno rumore.  Il vecchio Apsu vuole dormire e si lamenta con Tiamat.  Anche lei si lamenta dal comportamento di questi Dei, che diventano sempre più prepotenti.  Qui forse c’è la contrapposizione fra il mondo primordiale, fisso, e le nuove forze che si manifestano.  O, per alcuni versi, sembra anche la narrazione che giustifica le piene del Tigri e dell’Eufrate (Apsu, l’acqua dolce e Mummu, lo scroscio di pioggia, che tendono a soffocare ciò che evolve).    

Proseguendo nel racconto, il vecchio Apsu dice a Mummu: andiamo da Tiamat.  Giunto in presenza di Tiamat dice Apsu a Tiamat: “io distruggerò queste forze, perché regni la tranquillità”.  Tiamat si adira per questo e non vuole.  Risponde: “come distruggeremo noi ciò che abbiamo fatto”?  Qui si manifesta la contrapposizione, riscontrabile in molte mitologie, fra forze buone e giovani e forze primordiali.  Mummu invece insiste e incoraggia Apsu a proseguire.  La notizia di questo progetto di Apsu giunge ai giovani Dei.  

Il Dio Ea crea (questo è un fatto che non troviamo in Esiodo) una specie di incantesimo, una figura magica che il racconto non spiega bene in cosa consista, e che presenta ad Apsu pronunciando insieme uno scongiuro (ecco il senso del magico che esiste solo come traccia nei miti greci).  Apsu si addormenta.  Del fatto approfitta Ea per ucciderlo e insieme a lui il consigliere Mummu.  Ea Fissa la sua dimora proprio nel luogo dove ha posto il cadavere di Apsu.  Inizia la nuova era per gli Dei.  Da Damkina, sua moglie, Ea genera il figlio Marduk e dal verso 79 al verso 103 abbiamo la prima esaltazione del dio destinato a diventare l’ordinatore del mondo e il preminente fra gli dei.  Segue poi il racconto del disappunto di Tiamat e dei suoi preparativi per vendicare il marito, alleandosi al potente mostro Quingu e ad una schiera di terribili divinità.    

Qui non si parla di castrazione, come in Esiodo e nel mito di Kumarbi.  La nuova generazione degli Dei succede alla vecchia per via di un fatto violento.  Figlio di Ea, è quella divinità massima adorata dagli Assiri-Babilonesi: Marduk.  Nasce Marduk, già un essere di straordinaria grandezza e potenza, che si esprime anche nella statura.  Eredita dal padre anche la sapienza e l’intelligenza.  Ora, la forza, la potenza di Marduk, viene messa subito a prova per il fatto che Tiamat non si rassegna e organizza la repressione, scatenando una guerra contro i giovani Dei.      

La seconda tavola narra la costernazione e lo sgomento di fronte ai propositi di Tiamat.  Ea e Anu vanno per affrontare Tiamat e calmarla, ma siccome hanno paura se ne tornano indietro.  Nell’assemblea degli Dei convocata apposta per risolvere questo problema, si presenta Marduk, figlio di Ea, che afferma di essere in grado di sconfiggere Tiamat, ma chiede in cambio il sommo potere nel mondo divino (terza tavola).  

Si fece avanti Marduk, il saggio tra gli dei, vostro figlio.
Di andare avanti a Tiamat egli decise.
Egli aprì la sua bocca e mi disse:
“se io, vostro vindice,
lego Tiamat e vi libero
raduna l’assemblea, fa strapotente il mio destino e rendilo noto.   

Chiedono gli dei (quarta tavola) una verifica di questa capacità di Marduk.  Anche qui si compie una magìa.  Gli pongono davanti un mantello che egli distrugge e fa ricomparire.  Questo è manifestazione della potenza straordinaria di Marduk.  Sazi e ubriachi di vino e di birra, affidano dunque il loro destino a Marduk.     

Egli montò sul carro della tempesta inoppugnabile, terribile.
Egli attaccò ad esso quattro attacchi e li legò al suo lato.
Il Distruttore, l’Implacabile, l’Abbattitore, l’Alato.
Acuti erano i suoi denti e portavano veleno.    

Va dunque il dio, e con l’aiuto di forti venti che porta con sé, riesce a far aprire la bocca a Tiamat.  Ella getta contro di lui un incantesimo, che sembra farlo vacillare, ma il dio si riprende e lancia contro Tiamat il ciclone.  Tiamat è costretta ad aprire la bocca, e i venti cattivi la ingorgano, paralizzandola.  Marduk la colpisce con una freccia, penetra con la spada nella bocca di Tiamat e la distrugge, facendo scempio del suo cadavere e segnando la vittoria dei nuovi Dei.  Taglia in due il corpo di Tiamat: la parte superiore la fissa nel cielo e la parte inferiore nella terra.     

Egli la spaccò in due parti come un’ostrica.
Metà di essa egli rizzò e coprì con essa il cielo.
Egli tirò un chiavistello e stabilì guardiani.
Egli ingiunse loro di non lasciar uscire la sua acqua.    

È Marduk allora che crea l’universo (tema della quinta tavola), perché fino ad allora c’erano queste forze primordiali ma non esisteva ancora l’universo.  È Marduk poi che stabilisce il corso delle stelle, che stabilisce il calcolo degli anni, ecc, che dà ordine a questo universo.  Ed esercita esattamente la funzione che Zeus esercita nel mito Esioideo.

La presenza dell’uomo è solo una vicenda di contorno, di secondaria importanza, narrata nella sesta tavola.  Gli Dei infatti non hanno nessuno che li serva, e così vengono formati gli uomini.  Secondo questo mito dunque gli uomini sono stati creati per servire gli Dei.  La religione babilonese infatti prevedeva che il sacerdote nel tempio offrisse per quattro volte al giorno del cibo agli Dei.

La settima tavola, come si è detto, è un elogio dei 50 nomi di Marduk.

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Stralcio testo tratto dalla pagina: ningizhzidda.blogspot.it sulla quale vi suggerisco di continuare la lettura…

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