Polifemo, sdegnato per aver scoperto che Aci è l’amante della sua Galatea, lancia un enorme scoglio contro il giovane rivale. Dettaglio di un affresco di Annibale Carracci – Galleria Palazzo Farnese, Roma – Wikipedia, pubblico dominio

Polifemo era un Ciclope, pastore solitario, che viveva grazie al suo gregge di pecore e capre selvatiche. Abitava in una grotta e, pur conoscendo l’uso del fuoco, preferiva nutrirsi di carne cruda.

Prima di essere accecato da Odisseo, visse un’esperienza amorosa con la ninfa Galatea (come narra la leggenda di Aci e Galatea).
Un giorno, l’indovino Tèlemo gli predisse che avrebbe perso la vista per mano di un uomo chiamato Odisseo. Polifemo, con sarcasmo, rispose: «Oh, stolto indovino! Ti sbagli: qualcun altro mi ha già tolto la vista!»

Quando Odisseo giunse nell’isola identificata con la Sicilia, vide l’ingresso di una grande grotta. Incuriosito, vi entrò con dodici compagni, ignaro che fosse la dimora di Polifemo. Si sedettero attorno al focolare, si rifocillarono e attesero. Al calar della sera, Polifemo tornò col suo gregge, chiuse l’ingresso con un enorme masso e, accortosi della presenza degli stranieri, iniziò a divorarli a coppie.

Odisseo gli offrì del vino che aveva portato con sé: il ciclope, entusiasta del sapore, ne bevve in abbondanza fino a ubriacarsi. Chiese allora il nome dello straniero, e Odisseo rispose: «Mi chiamo Nessuno».
Grato per quel vino squisito, Polifemo promise di mangiare Odisseo per ultimo. Poi cadde in un sonno profondo.

Villa Del Casale, Piazza Armerina – Vestibolo Di Polifemo room 44 – Wikipedia – User: AlMare/gallery licenza CC BY-SA 2.5

Odisseo colse l’occasione e, con un palo arroventato, accecò l’unico occhio del gigante. Quando il ciclope urlò per chiedere aiuto, gridò che “Nessuno” lo stava aggredendo, così gli altri ciclopi non intervennero.

All’alba, Polifemo rimosse il masso per far uscire il gregge. I Greci, nascosti sotto il ventre degli arieti, riuscirono a fuggire. Una volta in salvo sulla nave, Odisseo non resistette e derise il ciclope, rivelando infine la sua vera identità: «Se qualcuno ti chiederà chi ti ha accecato, rispondi che non è stato Nessuno, ma Odisseo d’Itaca!»

Arnold Böcklin – Ulisse e Polifemo – Wikipedia, pubblico dominio

Furioso, Polifemo lanciò in mare un gigantesco masso che sfiorò la nave. Poi invocò suo padre, il dio Poseidone, pregandolo di ostacolare il ritorno del suo nemico: che Odisseo giungesse in patria solo, dopo aver perso tutti i suoi compagni, su una nave non sua e con nuove sciagure ad attenderlo.

 

 

Mi piace riportare una poesia su Polifemo scritta in siciliano da Giovanni Meli

La poesia di Giovanni Meli è ormai libera da copyright, essendo stata pubblicata più di 200 anni fa (Meli morì nel 1815), quindi può essere inserita, condivisa e pubblicata liberamente in testi, saggi, articoli o opere creative, a patto che venga attribuita correttamente all’autore.

   Polifemu era un omu grossu ammàtula
chi cu la testa tuccava li nuvuli,               
ed era amanti di certa curàtula,                
ch’avia lu cori duru comu rùvuli;               
Galatia, duci chiù di na nacàtula,               
chi senz’isca, carvuni, e senza prùvuli,     
c’infusi arduri accussì forti e strànii,         
chi lu furzau a sdari ntra li smanii.

    Chiù non ci spércia jiri a la putia            
unni lu mastru so zoppu Vulcanu,               
pri ddà fari, di l’àutri in compagnia,             
li fulmini chi Giovi teni in manu.                 
Né chiù ci piaci, comu ci piacia,                  
fari di crapi e boi lu guardianu,                    
da comu un vacabunnu mariolu
scurri e lu sceccu fa ‘ntra lu linzolu.

      A guardàrilu era cosa d’allucchiri,         
accussì grossu, grassu e smisuratu;               
chi pri vastuni si  sulia sirviri                         
d’un àrvulu di pignu arrimunnatu;
usari non sulìa nuddu vistiri,                        
ca di pila era tuttu cummigghiatu;
ed ognunu di chisti di grussizza                    
era quantu un caddozzu di sosizza.

Comu un tirrenu chinu di pirreri
avia la facci crafogghi crafogghi;
pirchì appi li valori accussì feri       
chi si ‘un tinìanu forti li cunocchi                 
li Parchi, iddu muria comu un sumeri;     
avia un occhiu, chi jeva pri cent’occhi,     
ch’era, dici un auturi di giudiziu,      
quantu lu ròggiu  di lu Sant’Uffiziu.

Era lu nasu quantu un bastiuni,
ch’avia corvi pri muschi cavaddini;              
la vucca chi capeva ‘ntra un muccuni        
lu gran cunventu di li Cappuccini;
avia ancora pri oricchi dui gruttuni,
nida di cucchi e d’oceddi rapini;               
avia vòscura ‘ntesta pri capiddi
ca addànii, e porci spini, e vulpi e griddi.

D’un chiuppu sbacantatu s’avia fattu        
all’usu campagnolu un friscalettu,
chi sunannu lu jia di trattu in trattu
sirvénnucci pri sfogu e pridilettu;
parrava sulu sulu comu un mattu,
cuntava a li grutti lu so affettu;                 
li quali allammicannu a stizza a stizza,
chi chiancìanu, cridia, pri tinnirizza.

Giovanni Meli (1740–1815)                          

 

  Polifemo era un uomo grande e grosso,
con la testa che toccava le nuvole,
innamorato di una certa contadina,
dal cuore duro come legno di quercia.
Galatea, dolce più di un dolcetto,
che senza esca, carbone o fuoco,
gli accese un ardore tanto strano e potente
da farlo impazzire d’amore e di smania.

  Non volle più andare alla bottega
del maestro suo, lo zoppo Vulcano,
per forgiare i fulmini di Giove,
come usava fare in compagnia degli altri.
Non gli piaceva più, come un tempo,
fare da guardiano a capre e buoi:
ora vagabondava come un fannullone,
facendo l’asino sopra un lenzuolo.

A guardarlo era roba da restare storditi,
così enorme, grasso e smisurato!
Si serviva per bastone, a modo suo,
di un albero di pino scortecciato.
Non indossava abiti di sorta,
perché tutto era coperto di peli;
e ciascuno di quei peli, per la grossezza,
sembrava un nodo di salsiccia.

La sua faccia pareva un campo di pietre,
gonfia e butterata da far spavento:
aveva preso il vaiolo con tanta furia
che, se le Parche non tenevano salda la sua vita,
sarebbe morto come un povero mulo.
Aveva un solo occhio che valeva per cento,
grande, dice un autore autorevole,
quanto l’orologio del Sant’Uffizio.

Il naso era largo come un bastione,
vi giravano corvi al posto delle mosche.
La bocca inseriva in un sol boccone
l’intero convento dei Cappuccini.
Aveva due orecchie come caverne,
nidi di cuculi e uccelli rapaci,
e in testa, invece di capelli,
crescevano boschi con daini, rovi, volpi e grilli.

Con un pioppo svuotato si era fatto,
alla buona, un flauto da pastore
che suonava ogni tanto
per sfogarsi e farsi un po’ di piacere.
Parlava da solo come un pazzo,
raccontava alle grotte il suo amore,
e quelle, gocciolando a poco a poco,
credeva piangessero per compassione.

Giovanni Meli (1740–1815)

 

 

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