Sotto l’appellativo di Bona Dea, un nome che già di per sé evoca l’immagine arcaica della Grande Madre, gli antichi Latini veneravano una divinità così antica e sacra che il suo vero nome non poteva essere pronunciato.

Bona Dea statua in marmo con epigrafe – Wikipedia, foto di Andrea Pancotti rilasciata con licenza CC BY-SA 4.0
In origine, Bona Dea non era altro che un titolo attribuito alla dea Fauna, compagna o controparte femminile del dio Fauno: insieme formavano una delle più antiche coppie divine dell’Italia protostorica.
Fauna, o Bona Dea Fauna, come il suo consorte, dominava l’ambito pastorale e boschivo, luogo di oracoli e di presenze selvatiche. Era anche conosciuta come Fatua, la dea che predice il futuro, custode di una sapienza primordiale che univa natura, istinto e divinazione.
Eppure, nonostante le molte testimonianze, la figura della Bona Dea rimane sfuggente. Le fonti antiche oscillano, spesso incerte, tra versioni diverse del suo mito. Secondo il racconto citato da Lattanzio, la dea sarebbe stata la moglie di Fauno: una donna riservata, abilissima nelle arti domestiche e così pudica da non mostrare il volto a nessun uomo eccetto il marito. Un giorno, però, trovò una brocca di vino. L’ebbrezza la travolse, e Fauno la punì con verghe di mirto fino a ucciderla. Da qui, narra il mito, l’esclusione assoluta del mirto dai suoi culti e dai suoi templi.
La dea apparteneva a quella remota storia del Latium vetus da cui discese la genealogia degli eroi e dei principi, un patrimonio simbolico che la propaganda imperiale, soprattutto quella Giulio-Claudia, avrebbe più tardi recuperato per legittimare il proprio potere. Ma la vera identità della Bona Dea emergerebbe soprattutto dal tipo di culto che le fu dedicato: un culto esclusivamente femminile, segreto, riservato e officiato pro populo, per il bene dell’intera città.
A celebrarlo erano le donne dell’aristocrazia romana, vere rappresentanti dello Stato nella dimensione sacra. Nessuna presenza maschile era ammessa: gli uomini, e persino gli animali maschi, erano rigidamente esclusi. Questo carattere di inviolabile femminilità spiega il clamore politico del 62 a.C., quando Publio Clodio Pulcro si travestì da donna per introdursi di nascosto al rito celebrato nella casa di Giulio Cesare. La profanazione scatenò uno scandalo che scosse l’intera Roma repubblicana.

Hans Kels the Younger, intagliatore romano – Clodio e Pompeia provocano lo scandalo Bona Dea – Wikipedia, pubblico dominio
Un tempio della Bona Dea sorgeva ai piedi dell’Aventino, anch’esso precluso agli uomini. Restaurato da Livia, celebrava l’anniversario della dedicazione il primo maggio.

James Leigh Strachan-Davidson – Illustrazione di una statua di Bona Dea, la dea della fertilità (“La buona dea”), come scansionata dal libro Cicerone e la caduta della Repubblica romana, originariamente dal libro Storia di Roma. – Wikipedia, pubblico dominio
Qui la dea assunse un volto nuovo, accostato alla greca Damia, figura salutifera e portatrice di benessere.
La sua festa annuale si svolgeva in una data mobile, sempre all’inizio di dicembre, e si celebrava di notte.
Era una veglia sacra, modellata sulle antiche pannychídes greche, ospitata nella casa di un magistrato fornito di imperium. A presiederla era la moglie del magistrato, che per l’occasione assumeva il titolo sacro di damiatrix. Il rituale, permeato di musica, danze e simbolismi, restava rigorosamente segreto: gli autori romani lo definivano infatti mysteria.
Una scrofa veniva offerta in sacrificio; la sala era adornata di tralci di vite; il mirto era bandito; il vino, onnipresente, veniva evocato con nomi falsi, mellarium o latte, per non violare il pudore rituale che la dea incarnava.
Col tempo, tuttavia, sull’antico epiteto di Bona Dea si innestò stabilmente il culto greco di Damia, introdotto in Italia dalla Magna Grecia.
La nuova identità sincretica finì per oscurare l’antica Fauna, che sopravvisse soprattutto nei contesti rurali, invocata come spirito tutelare dei luoghi insieme al Genius loci.
La Bona Dea rappresenta una delle più enigmatiche figure femminili della religione romana: una divinità che si definisce per sottrazione, per segretezza e per silenzio. È la Grande Madre non nominabile, il potere generativo e protettivo incarnato esclusivamente dal femminile.
Nei suoi culti segreti e nelle sue trasformazioni storiche si riflettono dinamiche profonde della società romana: il ruolo delle donne nello Stato, l’intreccio tra religione e potere, e la tensione tra tradizione italica e influenze greche. Una dea che vive nelle pieghe della storia, fragile e potente come i miti che la custodiscono.
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