La Bibbia narra che, miglia di anni fa, Dio decise di punire gli uomini
per i loro peccati scatenando una terribile catastrofe:

Il Diluvio Universale

Michelangelo Buonarroti – Diluvio Universale, 1508 circa – Cappella Sistina, Musei Vaticani, Città del Vaticano (Roma)

Cosa c’è di provato storicamente nel racconto biblico? Noè, l’unico giusto scelto da Dio per salvarsi, è una figura leggendaria o è veramente esistito?
Alcuni anni fa l’oceanografo Robert Ballard raccontò di aver ritrovato le tracce del Diluvio Universale in un’antica linea costiera, situata tra il Mar Mediterraneo ed il Mar Morto, che scomparve, in seguito ad un’immane inondazione, circa 8000 anni fa.
Secondo Ballard quel ritrovamento dimostrava in pieno la veridicità del racconto biblico.
Anche prima di questa scoperta, però, molti studiosi si erano convinti che dietro la storia mitica di Noè si nascondesse il ricordo di uno sconvolgimento globale che aveva interessato la terra migliaia di anni fa.

Infatti, la leggenda del diluvio universale – o di una catastrofe simile – non si ritrova solo nella tradizione giudaico-cristiana. Anzi, si può ritenere con una certa sicurezza che la storia di Noè sia la versione rielaborata dal popolo ebraico di antichi miti sumeri.
Nel mito di Gilgamesh, l’eroe sumero semidivino, si racconta, infatti, di Utnapishtim, un vecchio che, per volere del dio Ea, era sopravvissuto al diluvio voluto dagli dei per punire l’umanità corrotta. Lo stesso dio Ea aveva dato a Utnapishtim le misure di un’imbarcazione da costruire per salvare se stesso e tutte le creature viventi. Ma il racconto degli uomini malvagi puniti con il diluvio ricorre in innumerevoli tradizioni, non solo nell’area eurasiatica. In alcuni la casi la figura accostabile a Noè ha un nome molto simile: c’è l’hawaiano Nu-u, il cinese Nuwah, l’amazzonico Noa…
Tutto ciò ha portato gli studiosi a pensare che una catastrofe naturale abbia veramente decimato, migliaia di anni fa, la popolazione mondiale.

Peter Paul Rubens, La Donna dell’Apocalisse – The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Ma cosa potrebbe essere stato realmente il diluvio?

Sembra molto difficile che la matrice del cataclisma possa essere stata solo piovosa: è più verosimile l’ipotesi per cui altri eventi naturali abbiano provocato inondazioni in varie parti del nostro pianeta poste in zone relativamente basse rispetto al livello del mare. 

In effetti, un evento di tale portata si è realmente verificato in un arco di tempo che varia fra i 10.000 e i 13.000 anni fa: a quel periodo risale, infatti, l’ultimo spostamento accertato dagli scienziati dei poli magnetici della Terra.
Lo spostamento dei poli potrebbe essere stato causato dall’impatto della Terra con un asteroide o un altro oggetto proveniente dallo spazio. Tra l’altro, una leggenda diffusa tra vari popoli cita l’esistenza in passato di tre lune nel nostro sistema solare, e la caduta di due di esse sul nostro pianeta.

Al di là di come siano andate le cose, quello del Diluvio Universale rimane un racconto che affascina e inquieta ancora oggi, forse proprio perché poggia su un mistero antico e irrisolto.

IPOTESI ARCHEOLOGANDO

Oltre quindicimila anni fa la terra fu sconvolta da una catastrofe; le acque si elevarono al di sopra del loro livello sommergendo molte terre. Si narra che due grandi continenti sparirono per sempre: Atlantide e Mu.

Alcune tracce lasciate dal cataclisma sono ancora evidenti e molto si ritrova nelle cronache antiche.

L’apostolo Giovanni descrive nell’Apocalisse un cataclisma:

Avvenne un gran terremoto e il sole divenne nero come un panno da lutto, la luna diventò come sangue e le stelle del cielo caddero sulla Terra (…) la volta celeste si squarciò e si arrotolò come una pergamena e ogni montagna e ogni isola vennero rimosse dai loro siti. (6, 12-14)
…una tempesta di fuoco e grandine mescolati con sangue, si riversò sulla terra (…) una massa ardente simile ad una montagna infuocata fu precipitata nel mare (…) cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, che piombò su un terzo dei fiumi e delle sorgenti. (8, 7)
…vidi una stella che era caduta dal cielo sulla terra. (9, 1)
…da quando gli uomini esistono sulla terra non si era avuto un terremoto cosi violento (…) tutte le isole scomparvero e le montagne non si videro più. (16, 18)

Allora vidi un nuovo cielo e una nuova terra il primo cielo e la prima terra erano spariti e il mare non c’era più. (21, 1)

Enormi meteoriti scavarono, diecimila o dodicimila anni fa, grossi crateri nell’America Centro Meridionale, in Georgia, Virginia, Carolina e sul fondo dell’Oceano Atlantico al largo di Portorico. Si formarono le cascate del Niagara e s’innalzarono le Ande. Scomparve la coltre ghiacciata che copriva la Scandinavia, la Gran Bretagna, l’Irlanda, l’Europa Continentale. 
Un clima rigido invadeva La Siberia. La corrente del Golfo arrivò a toccare le nostre sponde perché, come afferma il geologo austriaco Otto Much, non trovò più nulla a fermarla. 
Mentre Atlantide spariva nella fossa di Cariaco – 350 km a est di Caracas – il fondale emergeva.

Lo strato dell’iridio presente nel suolo proverebbe l’impatto con un grande asteroide. Sono tutti concordi che la produzione di questo elemento, in seguito all’attività dei soli vulcani, non giustifica le tracce di iridio sulla Terra, in India, Bangladesh, Italia, Europa. Intorno allo strato lasciato dall’attività vulcanica ne è stato trovato, sopra e sotto, un altro più consistente che contribuisce ad allargare la fascia del minerale fino a 50 cm. Quindi è certo un impatto con un grosso asteroide, o probabilmente l’incrociarsi con una cometa e la sua coda o, ancora, uno sciame di modesti asteroidi.
Secondo Charroux il diluvio viene ricordato anche in America e una prova è la pietra detta “degli astronomi”, della collezione Ica, anche se tali pietre sollevano molti dubbi. Su di una di esse due persone stanno studiando un fenomeno celeste con un telescopio, un oggetto volante sale verso il cielo mentre tre comete cadono; vi sono stelle che brillano insolitamente, un immensa nuvola striata a simboleggiare la pioggia che segue la coda di una grossa cometa. I continenti sono raffigurati semi sommersi e una stella precipita su un continente o sopra una grandissima isola. In primo piano un’imbarcazione con tre personaggi a bordo.

Il dottor Cabrera ritiene che in altre due pietre si possa vedere il volto della Terra nell’era secondaria. In una ad est delle due Americhe si scorge Atlantide.

A Cobà esiste una scultura Maya su pietra che rappresenta un maya che fugge su di una barca mentre un vulcano erutta e un tempio piramidale crolla.

Leggende maya narrano che i loro antenati provenivano da una terra chiamata Aztlan, sprofondata nel mare a causa di un terribile disastro.

Del diluvio parla anche un opera del gesuita Anello Oliva “Vita degli uomini illustri della compagnia di Gesù del Perù” scritta nel 1631.

I racconti narrano che Manco Capac, primo re degli Incas, non volle andare oltre Yca. I suoi compagni lo trovarono in una spaziosa caverna del lago Titicaca scavata da mani umane. Le pareti erano ricoperte d’ornamenti d’oro e d’argento e vi si accedeva attraverso una porta strettissima. Per riconoscersi fra loro si forarono le orecchie e vi misero grossi anelli di giunco. Manco uscì dalla caverna in un abito fatto di placche d’oro e si fece eleggere re, fondando la monarchia degli Ingas (Incas).

Un collegamento ai tesori della leggenda di Tiahuanaco.

Una obiezione alla teoria della cometa giunge da parte del prof. Andrea Carisi, in un articolo sul n.3 della rivista Paleo, del 1995. Egli pensa sia difficile trovare pezzi di comete che vaghino insieme.

Secondo altri studiosi se un satellite cadesse sulla terra non arriverebbe intero. Molto prima di toccare il nostro pianeta esploderebbe riducendosi in innumerevoli pezzi, di varie dimensioni, con conseguenze facilmente immaginabili.

Il geologo austriaco Otto Much è convinto che se Atlantide fosse veramente esistita dovrebbe la sua fine ad un asteroide caduto il 5 giugno dell’8496 a.C..

Il diluvio sembra non sia ricordato dagli Egizi poiché la valle del Nilo ha solo dodicimila anni, vale a dire che prima di quel tempo il fiume non si gettava nel Mediterraneo.

Papiro Harrisr RamesseIII

Alcuni papiri fanno riferimento al ribaltamento della terra:

Nel papiro di Harris 1300 a.C. è scritto che “una catastrofe di fuoco e acqua provocò il rivoltarsi della terra”.

Per il papiro di Ipuwer 1250 a.C. “il mondo prese a girare a rovescio come se fosse una ruota del vasaio e la terra si capovolse”.

Secondo il papiro Hermitage del 1700 a.C. “il mondo si capovolse”.

Anche in un testo Indù, il “Visuddhi Magga”, si legge che “la terra si è scrollata”.

Platone nei dialoghi (Il politico) parla dell’inversione del corso del Sole, dell’annientamento dagli uomini, ed Erodoto, il padre della storia, afferma che i sacerdoti egizi, dicevano che numerose Sole era sorto dove ora tramontava e viceversa.

In molti papiri egiziani vi sono riferimenti all’Atlantide.

Manetone, storico egiziano, ha fissato la data approssimativa del mutamento del conteggio degli anni degli egiziani nel periodo in cui Platone colloca l’affondamento di Atlantide 11.500 anni fa.

Il capitolo CLXXV del Libro dei Morti egiziano riporta che Thoth è adirato con l’umanità: “Cancellerò tutto quello che ho creato. Questa terra entrerà nell’abisso acqueo per mezzo di un furioso diluvio e diverrà tranquilla com’era ai primi tempi”. A conferma un testo funebre rinvenuto nella tomba di Seti I; un racconto circa un diluvio che distrusse l’umanità. Chiaro collegamento con la Genesi quando Dio, vedendo la corruzione e la violenza degli uomini, ne decretò la fine.
Negli affreschi monumentali di Medinet Habu, Egitto, vi è illustrata l’invasione dei popoli del mare che “venivano da in capo al mondo”.
Secondo lo scrittore Charles Berlitz i documenti egiziani perduti nel museo di Pietrogrado, raccontavano di una spedizione egiziana organizzata da un faraone della seconda dinastia al fine di scoprire cosa era successo ad Atlantide e cosa ne rimaneva. 
Ciò però contrasta con la teoria che vede l’Egitto sorgere dopo l’immane sconvolgimento: come faceva questa terra a sapere dell’esistenza di Atlantide?
Oggi si ritiene che gli Indiani nelle Americhe siano comparsi circa dodici o tredicimila anni fa.
Nessun indiano ha caratteristiche somatiche dell’asiatico del Nord. Gli spagnoli della conquista parlarono di indiani bianchi e neri e di molte sfumature di carnagione e di amerindi dai capelli chiari ritrovati anche nelle mummie peruviane.
Numerose mummie bionde, dalla capigliatura come “la seta color della paglia”, sono state trovate dall’archeologo Horkheimer, a Chancay. Riposavano vicine con altre mummie di colore, dai capelli neri e spessi, di razza indiana.
Rimane il mistero della loro presenza in quel luogo secoli prima della scoperta dell’America.

  • L’archeologa e scrittrice Waisbarg specifica che si possono trovare nel museo privato dell’archeologo giapponese che le ha scoperte, Yoshitaro Amano, a Lima.
  • Anche nei resoconti degli spagnoli troviamo la descrizione di incontri con abitanti biondi e di pelle bianca. Vengono riportate le storie raccontate dagli indios riguardanti giganti venuti dal mare.
  • Pedro Lopez riferisce di aver visto le assi delle barche (giunche) con le quali giunsero questi esseri giganteschi che costruirono complessi megalitici.
  • Padre Velasco afferma in una relazione che anche Pizarro poté ammirare le statue scolpite dai giganti “sterminati da un uomo giovane e splendente come il sole che lanciò contro di loro fiamme di fuoco”.
  • Nel letto del fiume Columbia sono stati rinvenuti resti di origine caucasica, quindi i bianchi vivevano in America a quel tempo.
  • Charroux mette in risalto le osservazioni dei grandi glaciologi, Jelersma, Romanovski, Cailleux, secondo i quali l’ultima fusione dei ghiacci avvenne dodicimila anni fa, in modo repentino e a causa di qualcosa che urtò il nostro pianeta, o in conseguenza di un fenomeno cosmico di notevole entità. Questo disgelo fece sì che tutti i ghiacciai si fondessero insieme in modo tale da sconvolgere il pianeta con gigantesche mareggiate.
  • Lo scrittore Wally Herbert, in “Deserti Polari”, parla di quando New York era sotto chilometri di ghiaccio. Sui macigni di pietra del Central Park si possono osservare le tracce lasciate dal ghiacciaio.
  • Risalendo verso nord si trovano i grandi laghi del Quebec, il regime idrico del Labrador, la baia di Hudson e la terra di Baffin, tutti lasciti di un rigido regime glaciale.
  • “…il ghiaccio tornò ad accumularsi nel Canada Settentrionale e nella Groenlandia, il freddo aumentava e l’avanzata dei ghiacci proseguiva, finché il Canada, gran parte degli Stati Uniti settentrionali, delle isole Britanniche, dell’Europa e la Scandinavia ne furono interamente coperti. Si succedettero quattro o cinque ere glaciali. Ogni volta l’avanzata dei ghiacci durò centomila anni”.
  • Herbert nel 1971 scrisse che solo in un futuro si saprà quale sia stata la causa di queste fluttuazioni e in quale stadio del ciclo ci troviamo adesso.

È accertato che la neve si raccoglie in una quantità tale da originare un era glaciale solo se, nei pressi della zona di accumulo, esiste un oceano libero da ghiacci nella direzione in cui soffiano i venti predominanti. Quindi il Mar Glaciale Artico costituirebbe la chiave del clima. Ma quali prove abbiamo che durante il Pleistocene vi sono stati periodi in cui era sgombro dai ghiacci?

L’accademia delle Scienze di Leningrado ospita un Mammut rinvenuto nel 1900 in un terreno permanentemente ghiacciato del bacino del fiume Berezovka nella Siberia Nord occidentale. La carne ben conservata, la pelliccia, le viscere, il polline contenuto nel cibo non ancora digerito, ci fanno pensare che, indipendentemente dalle cause della morte, la conservazione è dovuta ad un raffreddamento rapido e irreversibile del clima Siberiano. Si deduce che la vegetazione della Siberia era più abbondante e il clima relativamente caldo e più umido.

L’uomo preistorico conosceva i Mammut e quando quello di Berezovka morì, l’uomo era presente in tutto il mondo, circa un milione di anni fa. Lo stretto di Bering fu interrotto circa tredicimila anni fa, per un aumento delle acque.
Herbert parla anche di Pitea, astronomo senza uguali, nato nel 350 a.C., al quale i mercanti di Marsiglia affidarono l’incarico di compiere un viaggio al di là delle colonne d’Ercole.
“Nel 310 iniziò il viaggio che durò sei anni. Non sappiamo se siano stati redatti eventuali resoconti solo qualcosa è giunto fino a noi perché le sue gesta furono portate di bocca in bocca visto che per tutti passò come un grande bugiardo. Dichiarò di aver circumnavigato la Gran Bretagna. A sei giorni di viaggio verso Nord trovò una terra che chiamò Thule, dove durante l’estate la notte non calava e terra, acqua e aria si trovavano unite in un miscuglio. Forse s’imbatté in quelle nebbie marine note a chi conosce le zone polari. Riferì che dopo un giorno di navigazione toccò un mare torbido sul punto di solidificarsi da non potersi solcare e sul quale non si poteva procedere a piedi. Una situazione ben nota ai cacciatori di foche.”

  • Nel Mahabharata si legge che a Meru, “Terra degli Dei”, il giorno e la notte corrispondono ad un anno.
  • Nel Surya Siddantha indiano è scritto che gli Dei osservano il sole per sei mesi, prima che tramonti.
  • Così nel Rigveda e per gli Ariani della Persia, il cui paradiso, l'”Airyana Vaejo”, subì una repentina glaciazione.

Nel 1934 furono effettuati prelevamenti sul fondale oceanico ove si presumeva fosse situato il continente scomparso e vennero alla luce fossili di alcuni animali vissuti sulla terraferma e campioni di lava provenienti da vulcani terrestri.

Più di uno scrittore ha riportato che, nel 1898, a cinquecento metri dalle Azzorre, in seguito a lavori inerenti alla posa di un cavo sottomarino, fu osservato che il fondo del mare somigliava a un paesaggio terrestre.
I campioni di materiale prelevati si rivelarono come lava basaltica vetrosa prodotta in seguito ad un raffreddamento verificatosi sotto la pressione atmosferica. Il geologo Pierre Termier stabilì che fosse finita sott’acqua dopo il raffreddamento. La lava si decompone entro quindicimila anni e questa ancora non si era decomposta provando che le Azzorre sono i resti di una terra affondata prima di quel tempo.
Un altro segno di terre affondate in seguito ad un catastrofico cataclisma è rappresentato dalle vaste distese di sabbia che si trovano sui profondi fondali al largo delle Azzorre.

Pramide Xochicalco (dett.)

I geroglifici della piramide messicana di Xochicalco, decifrati da Le Plongeon, menzionano una terra posta in mezzo all’oceano i cui abitanti furono uccisi e ridotti in polvere.

Ma che cosa riduce in polvere? Chi o cosa provocò il disastro? Secondo Much un planetoide con una massa enorme caduto fra la Florida e le Antille ove la crosta si riduce a soli 20 chilometri anziché essere di 40 o 50 come nel resto del globo. Un’osservazione aerea ha rivelato in Georgia, Virginia, Carolina, crateri con diametro da 400 a 1500 metri, formati undici o dodicimila anni fa e un cratere di 300 chilometri nello Yucatan.

Gilgamesh, mitico eroe, parla di uomini ridotti in fango e del suolo divenuto una distesa uniforme. I segni sono tuttora evidenti. A 3500 metri le Ande sono percorse da una curiosa striscia biancastra lunga più di 500 km formata da sedimenti calcificati di alghe marine; prova ineluttabile che una volta quelle rocce erano bagnate dal mare.

Anche sulle sponde del lago Titicaca, ove l’acqua possiede un’alta percentuale salina, si stende una linea bianco giallastra formata da sedimenti salini, venuta alla luce oltre diecimila anni fa. Questa linea è obliqua rispetto all’attuale superficie dell’acqua; evidentemente prima della catastrofe doveva essere orizzontale. Ciò prova che non solo la terra s’innalzò, ma modificò il suo equilibrio. Il grande tempio a Tiahuanaco fu interrotto bruscamente e l’ultima pietra collocata circa 9500 a.C. anno in cui Platone parla della scomparsa di Atlantide.

A poca distanza da Bogotà si stende un altopiano detto “Campo dei Giganti” perché disseminato di grandi ossa pietrificate. Si tratta di resti di Mastodonti che popolavano l’Europa, l’Asia, l’America e vivevano in zone paludose e ricche di vegetazione, non certo a duemila metri sul livello del mare. Inoltre la pietrificazione può essere resa solo dai sali marini.

In Alaska sono state rinvenuti resti di Tigri dai denti a “sciabola”, leoni, cammelli, cavalli, rinoceronti. Parti di animali e alberi, esseri umani insieme a bisonti e mammut, squarciati e attorcigliati fra loro; il tronco scagliato da una parte, spalle e crani dall’altra. Non presentano segni di armi o, strumenti da taglio. I resti sono come strappati da una forza di inaudita violenza e sparsi in ogni dove. Una cosa simile è stata riscontrata anche in Siberia, ove si sono sfruttati giacimenti di avorio fino all’inizio di questo secolo. Nelle isole della Nuova Siberia fu trovato un albero lungo ventisette metri, intatto, con i frutti maturi ancora attaccati ai rami. Lampante segno di una improvvisa ibernazione.
Di contro in altre zone, come nelle cave di La Brea, a Los Angeles, si sono manifestati fenomeni vulcanici.
In quei luoghi sono rimasti sepolti bisonti, bradipi, mastodonti, ben settecento tigri dai denti a sciabola. Nella valle di San Pedro i mastodonti furono ritrovati in piedi, immersi nella cenere vulcanica; così in altri luoghi del Colorado e dell’Oregon. Vi sono costruzioni che hanno senso solo in determinati luoghi e non in altri. Non in quelli in cui si trovano attualmente. Tiahuanaco per esempio.
Secondo la leggenda una catastrofe distrusse il mondo e il Creatore, Virachoca, creò i giganti e poi gli uomini fatti a sua immagine. Ciò accadde quando era adorato Ka-Ata-Killa, la luna Calante. Perché calante?

Millenni dopo si verificò un altro cataclisma dal quale si salvò solo un pastore con la sua famiglia. In segno di ringraziamento questo antico Noè avrebbe eretto, nel giro di una notte, Tiahuanaco.

Esaminando le pianure abissali è stato scoperto che tutti i letti dei fiumi con la foce nell’Atlantico proseguono nei fondali scavando veri canyon sottomarini fino alla profondità di un miglio e mezzo, indicando che i loro corsi si sono formati quando quei fondali non erano sommersi. Le terre emerse erano più vaste e esisteva una terra o un grande arcipelago in mezzo all’oceano.

Attraverso un sacerdote egizio, protagonista dei suoi poemi, Platone narra degli innumerevoli cataclismi quando sulla terra viveva la stirpe più bella e nobile da cui siamo discesi. “Prima del grande diluvio vi era una città famosa per la perfezione delle sue istituzioni. Venne fondata mille anni prima della nostra stirpe, la cui costituzione, come risulta dai sacri libri, risale a ottomila anni fa. Fu la vostra città a stroncare una potenza che aggrediva con violenza l’Europa e l’Asia e che proveniva dall’oceano Atlantico. In quel tempo facile da attraversare perché vi era un’isola di fronte allo stretto che voi chiamate delle Colonne d’Ercole, più grande della Libia e dell’Asia riunite; da quella si procedeva verso altre isole che formavano una sorta di strada verso l’opposto continente, intorno a quello che è veramente un mare aperto. Poiché il mare che sta entro lo stretto è solo un porto dall’entrata angusta, ma al di là vi è un immenso mare, un vero mare, che circonda quello che senza dubbio si può chiamare un continente.
Nell’isola di Atlantide si formò uno splendido impero che aveva predominio sulla Libia sino all’Egitto e sull’Europa fino a Tirrenia. Si preparò a sottomettere la vostra patria e la nostra e fu allora che la tua città con la sua forza e il suo valore, brillò sull’umanità e da sola trionfò sopra gli invasori salvando tutti i popoli dalla schiavitù. Passarono molti secoli, da allora, e ci furono terribili terremoti e alluvioni e da un giorno all’altro, in modo orrendo, l’eroica stirpe guerriera sprofondò mentre l’Atlantide spariva inghiottita dai flutti.”
E ancora da Crizia: “Novemila anni orsono scoppiò un conflitto tra i popoli viventi fuori dalle colonne d’Ercole e quelli viventi all’interno di esse. Da una parte Atene e dall’altra i re di Atlantide, allora più estesa della Libia e dell’Asia insieme. In questo periodo di novemila anni avvennero innumerevoli e violenti cataclismi e la vostra terra greca si sgretolava dall’alto dei monti verso il basso. Il terriccio scompariva in mare e rispetto a quello che esisteva un tempo, oggi rimangono solo isolette.”
In Crizia si parla di manoscritti originali, si citano i possedimenti degli dei che si erano divisa la terra. Poseidone ebbe l’Atlantide e procreò figli con una mortale che viveva su quei monti: Clito.
Trasformò la terra ove viveva in una fortezza, adornandola alternando zone di mare e di terra in cerchi concentrici di varie misure, di cui tre erano di acqua, due di terra, con gli spazi calcolati in modo che nessun uomo potesse entrare in quella zona. Essendo un Dio fece scaturire dalla terra due sorgenti di acqua, una fredda e l’altra calda. Rese la terra ricca di ogni alimento, generò cinque coppie di figli maschi e divise l’isola in dieci parti. Il figlio maggiore si chiamò Atlante, dal quale derivò il nome dell’isola maggiore, e lo rese re di tutti gli altri. Gli altri figli dominarono e governarono per molte generazioni le isole del mare aperto, un arcipelago molto vasto.

Su Atlante si trovava anche il mitico Oricalco. (Nella leggenda di Atlantide, l’oricalco è un metallo rossastro, che veniva estratto ad Atlantide considerato secondo per valore soltanto all’oro. Alcune fonti chiamano l’oricalco bronzo di montagna oppure rame con oro. Forse era rame o bronzo. In Latino è chiamato aurichalcum ; la parola è derivata dal Greco ορειχαλκον, che può essere traslitterato come oreikhalkon .)
La descrizione dell’isola ci fa intravedere un possibile Eden. Ricca di legname, pascoli e di ogni pianta aromatica, di tutti i frutti commestibili. Ponti sui numerosi canali, tutti coperti con tettoie per proteggere la navigazione. I margini innalzati sufficientemente. Si parla di strisce di terra e di mare larghe tre stadi o due stadi fino all’isola centrale dove la larghezza era di un solo stadio.
“Il palazzo del Re era situato su di un’isola di cinque stadi recintata da una muraglia in pietra larga un peltro. Le pietre erano di tre colori: bianche, nere e rosse. Al centro dell’isola un tempio consacrato a Clito e Poseidone, il cui ingresso era impedito da un muro d’oro. Vi era un tempio in onore a Poseidone interamente rivestito d’argento all’esterno con pinnacoli d’oro. Un soffitto d’avorio con ornamenti d’oro, argento e oricalco. Con statue d’oro. Il Dio nel suo cocchio con sei destrieri alati era talmente alto che toccava il soffitto col capo, intorno cento nereidi su delfini.
La capitale era circondata da una pianura uguale, levigata, cinta da una catena circolare di monti, fino al mare, riparata dai venti di tramontana. Aveva la forma di un quadrilatero allungato ad angoli retti in quanto si era provveduto a regolarla con un canale che la circondava tutta.” Le rovine sommerse al largo di Bimini presentano un canale di cinquecentocinquanta metri e monoliti di cinque metri di lunghezza, pesanti circa venticinque tonnellate, databili intorno all’ottomila. 
“Le opere costruite sembrano opera di semidei, non dell’uomo. Il canale scavato alla profondità di cento piedi e largo uno stadio uniformemente, era lungo diecimila stadi e vi affluivano dai monti tutte le acque che fluivano in mare dopo aver irrigato la pianura. Altri canali navigabili e diretti verso la capitale erano stati costruiti ad una distanza di cento stadi l’uno dall’altro.”
Da quanto emerge dai documenti, Atlantide possedeva circa un milione di soldati, duecentocinquantamila cavalli, diecimila carri da combattimento, milleduecento navi. Un impero governato da dieci re che si riunivano periodicamente per concordare politica e comportamenti. Fino a che la natura divina si perpetuò in loro, gli Atlantidi rimasero fedeli alle leggi degli Dei, da cui si dice fossero generati. È curioso come si trovino affinità con altri scritti narrati di altri popoli, derivati da un’unica storia originale, forse precedente. Strane coincidenze religiose conducono a conclusioni logiche e interessanti. Un Dio, Zeus , che dal cielo controlla l’operato di una divinità scesa in terra e dei suoi figli. Che interviene per punire le scelleratezze di coloro che Dei non sono più, a causa delle connivenze frequenti con i mortali.

Questa storia si ripete nei miti e leggende dei popoli della terra. Nella Bibbia, in Gilgamesh, in Dzyan, nelle storie degli Hopi e altri.
“Quando la parte divina s’indebolì in loro per le numerose unioni con i mortali, la parte umana prese il sopravvento e furono corrotti dal desiderio di potere e di ricchezza. Zeus che vide tutto questo decise di punirli. Radunò tutti gli Dei nella stupenda dimora posta al centro del cosmo per poter guardare dall’alto in ogni direzione e disse loro…”
Qui finisce il racconto, non conosciamo cosa fu deciso; ma il seguito della storia lo si ritrova in tanti altri documenti.

Nel Timeo da un giorno all’altro scompare Atlantide a causa di terremoti e maremoti.

L’ammiraglio Flavio Barbiero, seguendo proprio quanto descritto da Platone nei suoi poemi, è riuscito ad identificare quale in effetti era la terra al di là delle colonne d’Ercole squassata da un corpo celeste, forse una cometa, dodicimila anni fa.

Oltre diciottomila anni fa l’inclinazione terrestre era tra 6 e 8 gradi; la calda corrente equatoriale rendeva mite e stabile la temperatura e garantiva la regolarità delle piogge in tutto il globo. Il nostro pianeta presentava una coltre di ghiaccio di 9 milioni di chilometri quadrati; dodicimila anni fa almeno 6 milioni di chilometri quadrati.

L’Europa vedeva la Danimarca e parte della Germania sotto il ghiaccio. Di contro la Siberia godeva di un clima temperato e nelle sue vaste praterie pascolavano milioni di mammut. Nell’emisfero sud metà dell’Antartide era libero dai ghiacci; il polo si trovava nelle isole Macquarie, quindi la penisola di Palmer, l’area di Weddel, la terra della Regina Maud erano prive di ghiaccio. Qui l’ammiraglio Barbiero colloca la mitica Atlantide.

Una terra molto vasta, 140 kmq, con la capitale posizionata in un’ampia pianura presso il mare e al centro dell’isola; dove oggi si trovano le banchise di Filchner e Lassiter. Tenendo conto che il livello del mare era 130 chilometri più basso e non esistevano ghiacci, come scrive Barbiero: “ritroviamo un’immensa pianura di poco al di sopra delle acque”.

Oggi la banchisa è circondata da una catena di montagne a picco sul mare, liscia e uniforme per 500 chilometri di larghezza e 350 di altezza. Dodicimila anni fa era esposta a mezzogiorno e i monti situati alle sue spalle la riparavano dai venti freddi. Nel centro di essa, a nove chilometri dal mare, c’era un monte non molto alto ove sorgeva il tempio di Nettuno; l’autore identifica il luogo con l’attuale isola di Berkner. “Sulla base della descrizione di Platone la posizione del monte sacro di Atlantide è esattamente individuata, senza possibilità di errore: esso si trova a 79° di latitudine sud e 45° longitudine ovest, nella parte orientale della cosiddetta isola di Berkner.”

Non basta: “le acque interne del mare di Weddell sono delimitate dalle Sandwich, un arco di piccole isole distanziate in modo regolare: le coste a picco sul mare, a quel tempo ad un livello più basso, danno tutt’oggi l’idea di enormi colonne che si elevano dal fondo dell’oceano”.

Ecco quindi le vere “Colonne d’Ercole” di cui parla Platone. Come afferma l’ammiraglio: “la corrispondenza è totale ed impressionante”.

Secondo la saga sumerica di Gilgamesh “Venne il tempo in cui i signori dell’oscurità fecero cadere una terribile pioggia. Tutti gli spiriti cattivi infuriarono, tutto il chiarore si tramutò in oscurità. Rumoreggiarono le acque, scorrendo, raggiunsero le montagne e caddero su tutte le genti. Sei giorni e sei notti scrosciò l’acqua dalla cui distesa emergeva solo il monte Nisir ove si incagliò la nave di Utna.”

Alcune tavolette Sumere di cinquemila anni parlano di Ziusudra, o Xisuthros, un’altro Noè.

In Messico alla fine del quarto sole si verificarono diluvi e inondazioni. Un manoscritto Maya, tradotto nel 1930 dal brasiliano Bolio, racconta che “Nell’undicesimo giorno Ahau Katun cadde una pioggia violentissima e ceneri dal cielo. In una sola grande ondata le acque del mare si rovesciarono sulla terra e il cielo precipitò”.

Un altro manoscritto pre-Maya di 3500 anni descrive la fine di Mu: “Nell’anno sei del Kan, l’undici Muluc del mese di Zac avvennero terribili terremoti che continuarono fino al tredici Chuen. Mu, la contrada dalle colline d’argilla fu sacrificata. Si sollevò due volte e scomparve mentre al terra veniva scossa. Il suolo sprofondò e riemerse, si spaccò e si divise in molte parti, e sprofondò con i suoi abitanti “

E ancora nella Bibbia:

  • Cadde dal cielo una grande stella ardente, come una torcia e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiamava Assenzio. (Apocalisse 8,10).
  • La terra sarà tutta un deserto Stelle e costellazioni smetteranno di brillare e il sole si farà oscuro fin dal mattino e la luna non splenderà più. (Isaia 9,10).
  • Isaia pregò il Signore ed egli fece retrocedere di 10 passi l’ombra sulla scala di Acaz  (2° Libro dei Re 10,11).

Secondo gli Aztechi sopravvissero solo Coxcoytli e sua moglie perché, seguendo le indicazioni di un dio, costruirono una barca che finì arenata su di un monte.

Storie comuni anche agli Araucani del Cile, agli Yamani della terra del Fuoco, agli Invit dell’Alaska, ai Luiseno della California, agli Irochesi e ai Sioux, pellerossa americani.

Perfino la Cina possiede la storia di un diluvio, avvenuto in concomitanza del mutare delle orbite dei pianeti.

Malesia, Laos, Tailandia, Birmania, conservano il mito del diluvio. Lo stesso si dica per gli aborigeni dell’Australia, per gli indigeni delle Hawai, che condividono un Noè con i Greci (Deucalione), con l’India di Manu e con l’Egitto.

Il diluvio sembra segnare la fine di un periodo e la nascita di una nuova era, quella del quinto sole Azteco.

Scritture buddiste parlano di sette soli finiti nell’acqua, nel fuoco, nel vento. L’attuale finirà nelle fiamme.

I libri Sibillini parlano di nove soli, quindi vi saranno ancora due epoche dopo la nostra che sembra essere la settima.

  • Marcellino, storico romano, 330-395 d.C. parla di una grandissima isola inghiottita nell’oceano Atlantico dalla parte delle coste europee.

Il filosofo Proco, 410- 485 DC, era convinto che un isola così grande fosse esistita davvero, per quello che narravano gli storici dell’epoca e per i ricordi della gente che abitava in un gruppo di isole a ovest delle coste europee. Secondo le storie del tempo vi erano sette isole sacre a Persefone, e tre più grandi: una sacra a Plutone, una ad Ammone e una a Poseidone, questa grande mille stadi, splendida fra tutte.

Tucidide, 460-400 a.C., nella storia della guerra del Peloponneso, narra di una gigantesca ondata che coprì parte di Orobia, una città dell’Eubea. Facendo diventare mare ciò che era terra. La gente che non riuscì a fuggire sui monti perì.

Timagene (I sec a.C.) narra di una storia, popolare fra i popoli Galli, secondo la quale, questi, furono invasi da un popolo che si dichiarava discendente di una razza che abitava un’isola situata in mezzo all’oceano.

Diodoro Siculo (I sec a.C.) ricalca Platone “(…) la storia narra che la terra paludosa dei Tritoni scomparve di vista durante un terremoto, quando furono divelte alcune sue parti prospicienti l’oceano. Il reame era diviso fra Atlante e Cronos. Atlante ricevette il mondo delle regioni sulle coste oceaniche, portò alla perfezione la scienza astrologica e fu il primo a rivelare all’uomo la dottrina della sfera.”

Di quale dottrina si tratta? La Terra è una sfera, ed è divisibile in cinque settori di 72° ciascuno. Questo ci riporta a quanto scritto in merito alla Precessione degli equinozi e sulla Grande Piramide.

“Le figlie di Atlante si accoppiarono con i più famosi Dei e divennero le antenate degli esseri umani e furono collocate in cielo col nome di Pleiadi (…) Esiste al di là della Libia un isola di vaste proporzioni a due giorni verso ovest dalle coste libiche (…) con una pianura di insuperabile bellezza. L’attraversano fiumi navigabili usati per l’irrigazione.. vi sono tutte le piante, gli animali, ville giardini frutti abbondanti”.

Tertulliano (160-230 d.C. ) riferisce su mutamenti subiti dalla terra e cita “l’Atlantide, un’isola pari alla Libia e all’Asia insieme, oggi la cercheremmo invano”.

Arnobbio Afero di Sicca (III sec d.C.), nel difendere i Cartaginesi incolpati di tutto dice: “ricordiamo loro che circa diecimila anni fa un numero enorme di uomini uscì con terribile foga da un isola chiamata Atlantide distrusse e annientò infinite tribù”.

Claudio Eliano (III sec d.C.) parlando delle otarie, soprannominate arieti del mare, dice che il maschio ha sulla fronte una striscia bianca simile a quella che portavano in capo i re dell’Atlantide, come segno di potere.

Tavolette Babilonesi parlano di esseri discesi dal cielo: “venne poi il diluvio e dopo la regalità scese di nuovo dai cieli. Gli antichi Dei che portarono la civiltà e la luce del progresso sulla terra sparirono a causa della caduta dell’ultima delle lune”.

Nella Bibbia Ezechiele racconta di un arcipelago, indicato come isole di Tarsis (Tiro). Jahweh lo incarica di portare al Re un messaggio: “Dì al Re, che ha affermato di essere un Dio e ha preteso di sedere su di un trono circondato dai mari, che è solo un uomo”. Dio stesso si rivolge al re: “Io, il Signore, ti manderò contro i più feroci popoli stranieri. Vivevi in un Eden, il giardino di Dio, coperto d’ogni specie di pietre preziose, gioielli preparati il giorno in cui sei stato creato. Ho messo un cherubino imponente a proteggerti, vivevi sul monte sacro a Dio e camminavi fra pietre ‘moventi’. Per il tuo commercio hai peccato. Ti ho cacciato dal monte di Dio e il cherubino ti ha allontanato dalle pietre ‘Moventi’.”

Cosa sono queste pietre?

Poi Dio si rivolge alla città: “Io, Dio, il Signore, dichiaro che ti renderò deserta come le città in rovina. Ti coprirò con masse enormi di acqua fatte salire dal popolo del mare. Ti farò sprofondare nel mondo dei morti. Resterai in quel mondo sotterraneo, non potrai risalire e non avrai più posto nel mondo dei vivi. Tutti saranno spaventati dalla tua fine. Ti cercheranno ma non ti troveranno mai più, lo dico, io Dio, il Signore”.

Forse per questi passi le ricerche portarono verso Tartesso; ma Tartis è un luogo incerto anche se per qualcuno potrebbe trattarsi del territorio spagnolo.

Atlantide si fa sempre meno mito e più certa diviene la sua esistenza e con essa la catastrofe subita dal pianeta.

Lo studioso Lewis Spence concorda con la teoria secondo la quale Atlantide sia scomparsa in seguito ad una serie di cataclismi periodici e non in una sola volta.

Lo proverebbero i periodi durante i quali la cultura europea avrebbe fatto un salto di qualità e che corrisponderebbero agli esodi forzati dal continente Atlantideo in seguito al verificarsi dei cataclismi; e cioè nel 25.000, nel 14.000 e nel 10.000 a.C., quando Atlantide scomparve del tutto. Altre prove la raffinatezza della cultura Cro Magnon dotata di notevoli conoscenze d’anatomia e di uno sviluppo mentale tipico di una specie di superuomini.

Da uno stesso progenitore arcaico africano sarebbero derivati l’uomo di Neanderthal in Europa e quello di Rodhesia in Africa.

Fatto accertato dopo la scoperta del cranio Lofoide della Rodhesia. Quindi la migrazione umana sarebbe avvenuta in due direzioni opposte: una verso levante e l’oceano indiano, nelle terre australi e nel pacifico fino all’isola di Pasqua; l’altra per l’Atlantico, a ponente, in America. Quest’ultima sembrerebbe in epoca remotissima.

I due rami più antichi della famiglia umana, l’Hesperantropus, un locefalo americano e il Tasmanus, un locefalo oceanico, sarebbero entrambi discendenti da un Paleo-Anthropus. Sarebbero inoltre emigrati in America per le vie occidentali, ma se vengono escluse le vie che passavano attraverso le isole intermedie, costeggiandole, in quale modo sarebbe avvenuta questa emigrazione?

Gli studi antropologici rivelano il passaggio per vie occidentali d’Africa quando non esistevano transatlantici e velivoli, almeno per quanto ne sappiamo.

Gli studi geologici e i sondaggi oceanici proverebbero l’esistenza di un esteso rilievo terziario affondato in epoca remotissima nell’Atlantico. Gli studi archeologici provano inoltre la simultaneità cronologica e una analogia nelle arti, lettere, religioni, simboli, costumi dei due emisferi. Studi linguistici svelano il fondo di antichi idiomi comuni ai popoli situati di qua e di là dell’Atlantico. Infine le tradizioni conservano il ricordo di una terra sommersa.

Da porre l’accento sul simbolismo assunto dal toro Atlantideo nelle culture egizia, cretese e spagnola.
Rilevante l’espandersi nella Francia e nella Spagna di un’antica civiltà che usava seppellire i morti con il viso rivolto all’Ovest.
Nel corso del tempo sarebbero emerse numerose altre prove circa l’esistenza di un continente Atlantico.

Il Prof. Gianni Trapani rilevò che le Canarie si elevano su di uno zoccolo poco profondo e sono la continuazione delle catene dell’Atlante africano. Hanno fatto certamente parte di un grande frammento unito alla Mauritania fino ad un epoca relativamente recente.

Sembra che questo fosse stato un dato di fatto già noto agli studiosi fino dal 1600.

Il Prof. Germain, del Museo di Storia Naturale di Parigi, studiando la flora e la fauna delle isole atlantiche concluse che une tempo esisteva un continente nel mare dei Sargassi e ne pubblicò un ampio resoconto su “La Geopgraphie” nel 1923.

Cristoforo Colombo, in una lettera inviata ai re spagnoli datata ottobre 1499, scrisse: “Ogni volta che navigai dalla Spagna alle Indie, trovai a cento leghe a ponente delle Azzorre, un cambiamento straordinario nel cielo, nelle stelle, nella temperatura dell’aria e delle acque del mare. Trovai il mare talmente coperto di un’erba che somiglia a dei piccoli rami di pino carico di lentisco, da far pensare di essere su un bassofondo”.

L’esistenza di alghe galleggianti grazie allo stelo ritto sull’acqua, e trattenute in galleggiamento da piccole vescichette di aria, che coprono un area di sessanta miglia quadrate, denota che in precedenza in quel punto esisteva una massa di terra continentale successivamente sprofondata. Secondo lo studioso Germain alghe simili proliferano da molto tempo nell’arco di un antico litorale diventato arcipelago. Gli animali marini che si annidano nelle alghe sono del tipo litoraneo. Discendono da quelli abitualmente insediati in un continente precedente. Non è pensabile che le larve di questi crostacei dalla vita di pochi giorni possa venire dalle rive del Senegal e da quelle dell’America.

Il Prof. Schmidt, nell’ottobre del 1923, descrisse, su di una rivista scientifica, la vita delle anguille dette “pesci dell’Atlantide”, e la vita delle “Civelles”, pesciolini rosei, trasparenti di forma cilindrica di circa sette centimetri, i quali risalgono in gruppi i fiumi cambiando colore e divengono anguille verde scuro. Dopo cinque o sette anni sono in grado di riprodursi e ritornano al mare. Quando vi giungono hanno mutato colore. Nel mese di ottobre iniziano un viaggio di sei mesi verso il mare dei Sargassi, ove si accoppiano e lasciano le uova a trecento metri di profondità. Le larve, di quattro millimetri, sono trasparenti e si nutrono percorrendo in senso inverso il tragitto.

È stato notato che anche in America le anguille dei fiumi migrano verso il mar dei Sargassi. Quindi si deduce che questo derivi da un’abitudine secolare.

Alcuni uccelli, come il Catopsilia della Guaiana Inglese, volano annualmente verso l’Atlantico. Tutto questo certifica l’esistenza di un antico continente, adesso affondato.

Ulteriore conferma circa l’esistenza di una terra in mezzo all’Atlantico, anche se non necessariamente “l’Atlantide”, deriva dallo studio del “Rosso” come caratteristica comune a molti popoli.

In lingua ebraica Adam significa “rosso” e tale era il colore del primo uomo. Da Adam deriva Adama e Adamo; nonché Adamu, cioè “sangue”. Adamatu è la terra rosso scura con la quale Geova formò Adamo. Lo foggiò con l’argilla rosso scura del suolo, soffiò nelle sue narici l’alito della vita mutandolo in un “Nepesh”: spirito, anima, “sangue”. L’Adamo era decisamente “rosso”.

La storia Sumera racconta come la Dea Madre mescolò il sangue di un Dio, il “Nepesh”, alla terra, nella casa di Shi.In.Ti, dove veniva alitato il vento della vita, per formare l’Adama. Classificato come un essere di quarantacinque metri, androgino, circonciso, prima provvisto di coda poi senza, inserito, con Eva nella stirpe dei giganti. Adoma è anche la parola che indica un grande continente situato nel Pacifico settentrionale nominato parlando della storia di Adamo; luogo che si vuole popolato da uomini “rossi”, che sprofondò in seguito ad una catastrofe.

Adamo diviene così la raffigurazione degli Atlantidi dalla pelle rossa. In Greco, rosso si diceva “Phoinix”, appellativo dato ai Fenici, gli uomini rossi. Adamo diventa il gigante fenicio della Britannia, una delle regioni di Atlantide.

Al tempo della XII dinastia in Egitto si conoscevano quattro razze: i Manu, dalla pelle gialla di origine asiatica e con il naso aquilino; i Nassu, neri, con i capelli lanosi; i Tamaku dal carnato bianco roseo con gli occhi celesti, provenienti dalla Libia e dalle isole del Gran Verde; infine i Rutennu o egizi di razza rossa che insieme ai Fenici si definivano “i rossi”.

Sui bassorilievi e sui monumenti, i personaggi di alto lignaggio venivano raffigurati con una pittura rossa.

Pure gli “uomini del mare”, invasori dell’Egitto, vengono indicati come “rossi” e addirittura nelle leggende Cinesi troviamo un popolo dai capelli rossi.

La parola Rutennu o Rotennu deriva da Rut o Rot che significa rosso. Di tale colore il mare che bagnava l’Egitto, “il mare dei Rossi”. Rut deriva da Rute che con Daytia era una delle due isole superstiti di Atlantide; punto di partenza della razza che soggiogò quella che dimorava sulle sponde del Nilo originando i Rutennu: gli uomini del mare di Rute.

Il popolo degli Yxsos veniva definito una razza più rossa di quella egizia e, per loro stessa ammissione, proveniva da quella terra che si stendeva fra il Pacifico e il Sud atlantico chiamata “Oceano Ethiopicus”, nota come Etiopia, notoriamente popolata da “neri”. Terra che formava una sorta di ponte fra i popoli dell’Atlantico, del Mediterraneo e del Pacifico.

Significativo che il vocabolo “Kush”, trasformazione del nome Cuzco (un collegamento con le Ande?), sia un vocabolo non ebraico tramandatoci dalla Bibbia, che si ritrova nel nome degli Etruschi, Etr-ush e definisca gli Etiopi e la loro terra; quella di Koshu. Inoltre l’antico nome di Ur era Kish.

Quindi l’origine di molti popoli sembra si trovasse nel mezzo dell’Atlantico, in quella Rute che apparteneva ad Atlantide.

Rossi erano tutti i popoli sulle sponde delle terre intorno a quest’ultimo perduto continente: i Maya, gli Incas, gli Aztechi, gli Indios americani, i Pellirosse; razze che affermavano di provenire da una terra chiamata Aztlan o Atlan naufragata nell’Oceano Atlantico in seguito a cataclismi e terremoti.

Vivo è il ricordo fra il popolo rosso americano. I Delaware ricordano l’età dell’oro e quella della distruzione di una grande isola oltre l’oceano; i Mandan conservano un’immagine dell’Arca; i Dakota raccontano che gli avi salparono da un’isola sprofondata a oriente.

Gli Okanocan parlano di giganti bianchi su di un’isola in mezzo all’oceano che venne distrutta; i superstiti divennero rossi in seguito alle scottature del sole per aver navigato per giorni su di una canoa. I Sioux ricordano quando non c’erano terre asciutte.

Un grosso interrogativo nasce nel costatare che l’unico paese al mondo mancante del mito del Diluvio universale è l’Egitto. Unica catastrofe quella provocata dalla Dea Hathor che, impossessatasi dell’Occhio Divino (forse un veicolo aereo?), lottò contro il genere umano massacrandolo. Ra pose fine al massacro versando sulla terra settemila giare di birra formando un mare ove la Dea si fermò a specchiarsi.

Le conchiglie rinvenute ai piedi della Grande Piramide testimoniano, invece, che la catastrofe interessò anche quella terra, forse prima della civiltà Egizia. Rimane senza soluzione la sua ubicazione nel tempo.

Ad uno dei più antichi ceppi della razza rossa appartengono anche i Guanci delle isole Canarie; individui con occhi azzurri, capigliatura bionda come alcuni Incas e Chimù.

Gli antichi ebrei avevano i capelli biondi e crespi non comuni ai popoli orientali, orgogliosi della loro cultura monoteista da considerarsi gli “eletti”.

Seguendo le tracce di questo colore giungiamo fino al Pianeta Rosso: “Marte”. Secondo Brinsley Le Poer Trench, il libro di Enoch proverebbe che l’Eden si trovava su quel pianeta. Enoc nel terzo cielo, quello di Marte, appunto, contemplò il giardino del Paradiso e al centro vide l’albero della Vita.

Oggi Marte rappresenta un appassionante mistero spaziale alimentato dal comportamento dell’Ente spaziale americano che nega tutto, dall’istituzione di una “Mars Mission” che intende mettere tutto alla luce del sole. Nel mezzo le foto fornite dal Mariner con formazioni piramidali (che sembra esistano pure sulla Luna), e un enigmatico volto che ricorda la Sfinge Egizia. Con questo non vogliamo asserire o negare niente; ciò non di meno rimaniamo perplessi davanti ad un volto che ci osserva da un altro pianeta.

Un libro aramaico, “la Vita di Adamo ed Eva”, affermerebbe che il Signore ordinò all’arcangelo Michele di condurre Adamo nel Paradiso di Giustizia, nel terzo cielo (quello di Marte), cosa che fu fatta servendosi di un “carro di Fuoco”.

Il Signore scese su un “carro di Cherubini” per giudicare Adamo ed Eva, la quale, alzando gli occhi al cielo, vide un “carro di luce” con quattro aquile risplendenti posarsi nel punto ove stava Adamo. Nel rotolo 4Q SI40, riportato nel libro di Luigi Moraldi “I manoscritti del Qumram”, edizioni Utet 1986, vi si trova la descrizione del “carro trono” del Signore: Il Merkabah.

Circondato di Cherubini che “ritornano ed escono tra le ruote della sua Gloria come immagini di fuoco”, creature “splendenti” con indosso meravigliosi abiti multicolori, più splendenti del sale puro. Gli spiriti del Dio vivente scortano la gloria dei “carri”. (…) quando si apprestano tace il suono delle acclamazioni e la “brezza” della benedizione in tutti gli accampamenti di Dio.

Non mancano le similitudini con i libri Indù.

Uno di questi dal nome impronunciabile, il “Budhaswamin Brihat Katha Shlokasamgraha”, descrive l’atterraggio del re del Vidyaharas, Naravashanadotta, su Uijayani, vicino al Gange, con un carro presidiato dai suoi “celesti” per cercare Ipploha, che aveva rapito la principessa Surasamanjari.

Il rosso ci porta verso i “Vimana” indù, i carri degli Dèi che si alzavano nei cieli dell’India.

Inoltre il libro aramaico ci informa che il volto di Adamo splendeva di luce abbagliante. Anche qui le similitudini sono numerose; basti ricordare Lug, l’Apollo, il dio dei Celti; lo Splendente per i Latini; Chu Chulain, El; lo stesso Gesù risorto, Brahma; vengono descritti con il volto luminoso. Mosè quando discese dal Sinai irraggiava una luminosità intorno.

Enoch stesso, nella Costellazione Altair, scorse il volto del Signore “simile al ferro fuso che emetteva lampi di luce abbagliante”. Va sottolineato che il rosso ardente era il colore dei Maya e degli Aztechi. Il libro dei Quichè, il Popol Vuh, parla specificatamente della Creazione dell’uomo dal colore rosso.

Quando nacque, Noè, aveva il corpo candido come la neve e rosso come una rosa in fiore, capelli con lunghi riccioli bianchi come la lana. Quando aprì gli occhi illuminò l’intera casa come il sole. Si sollevò fra le mani della levatrice e parlò con il Signore.

Tutto ciò è narrato nel libro di Noè e i rotoli del Qumran confermano la storia compreso il sospetto che assalì Lamec. Il figlio era stato concepito da uno dei Guardiani celesti e apparteneva alla stirpe dei giganti. Quindi Noè si rivela un gigante dalla pelle rossa sopravvissuto ad Atlantide diecimila anni fa’. Gli antichi lo veneravano come un Atlantideo e un Titano come le tradizioni bibliche che lo associano ai Figli di Dio.

Se uno più uno fa due, è logico concludere che i Figli di Dio erano giganti dalla pelle rossa. Non rimane che chiedersi se l’uomo discende, in via naturale o artificiale, come citano alcuni testi, da una razza di Dèi “rossi”: gli Elohim per alcuni, i Refaim o Nephilim per altri.

Pomponio Mela e Plinio raccontano dell’arrivo di una barca piena di uomini dalla “pelle rossa”, con labbra tumide crani allungati, nasi aquilini, proveniente dall’Atlantico. L’uomo di Cro-Magnon fu, come la Razza Rossa, un tipo agile, alto, muscoloso, atletico, con ossatura pesante. Inoltre la pittura rupestre nelle caverne raffigura gli uomini della razza Cro-Magnom provenienti da occidente, attraverso l’atlantico, come uomini “rossi”.

In tutte le regioni in cui vivevano uomini rossi si veneravano gli Dèi sulla sommità di piramidi a gradini o costruzioni affini, come i menhir; e sugli altari veniva bruciata la carne delle vittime. Tutto questo e evidenziato sul libro di Otto Muck “I Segreti di Atlantide”, secondo il quale il vulcano di Atlantide fu il prototipo delle piramidi: “quando il Dio si sveglia e parla con voce tonante ai terrestri la vetta del vulcano appare avvolta in una luce dorata”.

Il tempio di Marduk-Baal sulla cima dell’Etemenanki era ricoperto d’oro; la cima delle piramidi era dello stesso metallo, come le pagode e gli stupa con i loro tetti dorati. Fra i Fenici il monte ardente diviene il “Dio Ardente”, il Melek o Molok, al quale si sacrificavano i primogeniti.

Sull’altare dell’olocausto si bruciavano grassi e carne in onore di Jahweh. Gli altari Aztechi videro i sacrifici al Dio Quetzalcoatl, nello Yucatan al dio Cuculcan. Così nell’Ellade, a Roma, a Babele, Ninive e nell’India prebuddista. Stranamente la “Irminsul” germanica si ricollega al serpente piumato Maya e Azteco, ove diviene il simbolo del Dio cosmico, sovrano dei quattro elementi.

Davanti all’altare cristiano l’incenso sparso riproduce quella nube che segnala sempre la presenza del Dio quando questi parla con l’uomo. La Bibbia difatti descrive così queste manifestazioni divine. Mosè sali sul Sinai alla presenza di Dio mentre la montagna rumoreggiava, fumava e s’illuminava di lampi di luce, visibili e udibili da lontano. La montagna fumante è ricordata dall’albero cosmico, simbolo della cultura megalitica degli uomini Cro-Magnom che occuparono la terra liberata dai ghiacci e crearono quei colossali menhir di pietra orientati verso Ovest; verso il luogo d’origine dei primi uomini rossi. Il ricordo del monte Atlas, oggi Pico Alto, ove dimorava il Dio del Fuoco. Zeus , Thor, Marduk, Geova, usavano il fuoco sacro, il fulmine, come il dio di Atlantide: il vulcano Atlas?

Il Cro Magnom ha colonizzato l’Europa dopo la scomparsa di Alantide avvenuta dodicimila anni fa nel momento in cui si passava dal quaternario al quinternario. Gli americani primitivi, secondo l’antropologo Herbert Wendt, appartengono alla specie dell’homo sapiens derivante dal Cro Magnom con tratti mongolici e indiani. Furono senza dubbio contemporanei degli uomini di Atlantide.

Il colore rosso marrone è un carattere razziale sicuro presso i popoli antichi appartenenti al gruppo delle piramidi e al raggio d’azione di Atlantide. Piramidi si trovano anche sui banchi delle Bahamas, sul fondo marino presso Cuba, ove è stato individuato un complesso di ruderi che attende di essere esplorato; ad Haiti a Santo Domingo e nella zona di Bimini, enormi cupole, di cui una raggiunge la misura di 55 metri per 43, probabile base di una piramide. Manson Valentine, Jacques Mayol, Harold Climo, Robert Angone hanno trovato templi a gradini nella zona di Bimini nel 1968 e le mangrovie fossilizzate analizzate col “C14” hanno indicato un età di dodicimila anni.
Da Atlantide proviene il rosso, ancora oggi colore degli emblemi imperiali, dei cardinali, usato nelle cerimonie importanti dalla chiesa (la porpora rossa), indice di potere e gloria, ricordo degli imperatori rossi di Atlantide. Adamah la prima terra, la Rossa.

Per chi dubita, una curiosa e indiretta testimonianza dell’esistenza di un terra nell’Atlantico ci viene dal popolo Basco. Non solo i caratteri somatici sono quelli della razza rossa atlantidea, somiglianti al profilo Maya, ma come gli indiani dell’America Centrale, usano al posto dell’aratro i “Laya”; bastoni biforcuti per preparare la terra per la semina. I maya dell’antico regno usavano lo stesso sistema.
E non basta; Baschi, Indiani, Maya trovano la stessa radice comune anche nel gioco: La Pelota. “Può essere che i re ed i nobili dell’isola di Atlantide abbiano giocato alla pelota, già diecimila anni fa, nello stesso modo in cui giocava Montezuma ai tempi di Cortes ed i Baschi ancora oggi?” (Otto Muck).

Come le anguille che dall’Europa tornano nel Mar dei Sargassi, ricordando da dove sono giunte, anche l’uomo ritrova nel gioco divenuto patrimonio culturale, le sue radici ancestrali e perpetua la tradizione dei suoi avi: gli uomini rossi.

Quindi una sola domanda: quale l’origine di questa razza rossa? Atlantide? E da quale luogo provenivano i costruttori di Atlantide?

Secondo Heli Sarre, Atlantide era un’isola artificiale galleggiante sull’oceano collegata ad isole più piccole per mezzo di ponti. Sarre si chiede se era possibile costruire una tale isola capace di contenere case, giardini, uomini e animali domestici. Prendendo ad esempio Tenochtitlan, afferma che lo era. Questo implica che i costruttori, circa quattordicimila anni fa, conoscevano una tecnologia molto avanzata. Erano quindi Dèi provenienti da un altro spazio, o forse, molto più semplicemente, comuni mortali che disponevano di una tecnologia migliore e parte di quelle scoperte ed invenzioni che abbiamo creduto di conquistare solo in un passato recente?

La risposta rischia di spostare le lancette del tempo in un periodo assai più remoto di quello finora sospettato.

Come ha scritto Platone nel suo poema: “Quanto è bambina la vostra storia rispetto all’enorme passato umano“.

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Tratto da siti web on line

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