
British Museum – Rilievo Burney, Regina della Notte, persona ritratta: Lilith, o Inanna/Ishtar o Ereshkigal – Wikipedia, pubblico dominio
Ishtar, la Grande Madre, si mostra nuda, perché la Verità non ha bisogno di veli. Sul suo capo brilla l’emblema della Luna. Nella mano destra tiene una coppa, simbolo di gioia e abbondanza, colma del nettare della Vita. Nella sinistra, un fiore di loto: nato nelle acque oscure, ma capace di sbocciare in una purezza luminosa. Il suo messaggio è chiaro, fedele all’antico assioma del mago: “Ex tenebris ad Lucem” — dalle tenebre alla luce.
La Dea della Luna il cui culto era forse il più diffuso durante l’antichità era la babilonese Ishtar. Nei diversi paesi in cui era venerata veniva adorata sotto molti e svariati nomi. E’ molto vicina alla dea sumera Inanna. Nel mondo antico, nessuna dea lunare fu più venerata di Ishtar, divinità babilonese dai molti nomi e volti. Era Inanna per i Sumeri, Astarte a Canaan, Attar in Mesopotamia, Athtar nell’Arabia meridionale, Astar in Abissinia, Atargatis in Siria, e ancora Astarte in Grecia.
In Artemide si rifletteva il suo spirito mutevole, e in Egitto trovava eco in Iside

Ishtar e Izdubar, l’epopea di Babilonia – Wikipedia, pubblico dominio
Ishtar era la forza della Natura fatta Dea: colei che dà la vita, ma anche colei che la toglie. È la Madre di Tutti, origine di ogni essere vivente.
Era detta Argentea, Produttrice di Semi, Gravida. Dea della fertilità, custode del potere della riproduzione e della crescita, sovrana dei raccolti, degli animali e dell’uomo. Naturalmente, diventò anche Dea dell’amore carnale, protettrice delle prostitute, Colei che Apre l’Utero. rifugio delle madri nel parto. Tutta la vita nasce da lei: piante, animali e umani sono suoi figli.
Ma Ishtar possiede due volti. Non è soltanto la generatrice, ma anche la distruttrice. Come la Luna, cresce e illumina, poi decresce e scompare. Nulla dura, ma nulla è perduto per sempre.
Dopo ogni oscurità, la luce torna. Così anche Ishtar ritorna, rinnovata, creatrice e benefica.
Ishtarè la Via, la Vita, la Salvezza… ma anche rovina, morte e distruzione.

Il matrimonio di Ishtar e Tammuz – Wikipedia, pubblico dominio
Ishtar governava tutti i mesi lunari dell’anno. Ogni nascita, ogni frutto della terra, era considerato un suo dono. Suo figlio, Tammuz, incarnava la vegetazione stessa. Chiamato anche Urikittu, il Verde, era l’espressione del ciclo vitale.
Secondo il mito, giunto alla virilità, Tammuz divenne suo amante. Ma ogni anno, al solstizio d’estate, Ishtar lo condannava alla morte.
Bruciato dal sole, il rigoglio primaverile cedeva al deserto estivo. Alla sua morte, il mondo entrava in lutto. Le donne piangevano con Ishtar nel mese di Tammuz, rievocando riti simili ai lamenti per Adone o al digiuno rituale della Grande Dea. Il Ramadan, nella sua forma originaria, è legato a questo culto di dolore e rinascita.
Ogni anno, Ishtar intraprendeva un viaggio negli Inferi per riportare in vita Tammuz. Attraversava sei porte, e ad ogni passaggio le venivano strappati i gioielli e il potere. Spogliata di tutto, doveva affrontare la sorella Allatu, dea della morte, per reclamare l’amato.
Una famosa immagine la mostra nuda su un vaso di Larsa, circondata da uccelli, pesci, un toro e una tartaruga. Porta la tiara cornuta: simbolo del suo dominio.

Immagine di Ištar nuda incisa su un vaso rinvenuto a Larsa, la dea porta una tiara cornuta ed è circondata da uccelli, pesci, un toro e una tartaruga. Museo del Louvre – Wikipedia, pubblico dominio
Ishtar era Regina del Cielo, della Terra e degli Inferi. Come la Luna, passava tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Quando scendeva negli Inferi, sulla Terra regnavano sterilità e disperazione. Nulla nasceva, nulla si desiderava. Solo con il suo ritorno, la fertilità e il desiderio rifiorivano.
Seduttrice, amata e temuta, Ishtar ebbe innumerevoli amanti. Nell’epopea di Gilgamesh, tenta di sedurre l’eroe, che però la rifiuta, consapevole del destino infausto riservato ai suoi amanti. Ma il suo desiderio non era mai vincolato: come la Luna, non poteva essere posseduta. Era sempre Vergine.
Non era legata a patti, come Era. Ishtar era fedele soltanto alla forza del sentimento presente, alla verità vissuta nell’attimo.

Una decorazione della porta di Ishtar: uno dei draghi dalla testa di serpente. Image by falco from Pixabay
Il suo simbolo era l’albero sacro di Ashera, che rappresentava lei stessa.
Era anche Signora delle Montagne, Padrona dei Campi, Dea del Tempo. La sua influenza guidava il ciclo agricolo: semina e raccolto seguivano il ritmo dei suoi movimenti celesti. Regina delle Stelle, una volta era la stella del mattino e della sera, compagna del dio lunare Sinn, che poi superò, brillando di luce propria.
Ishtar viaggiava nel cielo notturno su un carro trainato da leoni o capre. Le costellazioni erano dette “Case della Luna”, e la fascia zodiacale era chiamata “cintura di Ishtar”, poiché i dodici mesi seguivano le dodici lune.
Ma nel suo aspetto infero, Ishtar diventava Distruttrice della Vita. Dea delle guerre, delle tempeste e degli incubi, era la Madre Terribile. Tuttavia, anche in questa forma, restava guida degli uomini: attraverso i sogni e le rivelazioni, donava accesso a verità nascoste, poteri e conoscenze proibite.
Nel suo eterno ciclo, Ishtar discendeva negli Inferi, affrontava il dolore, e tornava vittoriosa: luna nuova, fragile ma crescente, capace di rigenerarsi e di generare ancora.
.
.



