Nella mitologia greca, Moros rappresenta il destino avverso e inevitabile, la forza che conduce ogni essere, umano o divino, verso la propria fine prestabilita. È la personificazione dell’ineluttabilità, di ciò che neppure gli dei possono mutare.
Di lui si sa poco, e forse è proprio questo mistero a renderlo così potente. Moros è onnipresente, onnisciente e onnipotente: nemmeno Zeus, il sovrano dell’Olimpo, può opporsi al suo volere.
Secondo la tradizione, Moros è figlio della dea Nyx, la Notte primordiale, da cui nacquero molte delle divinità più antiche e oscure del pantheon greco: Eris (la Discordia), Thanatos (la Morte) e Hypnos (il Sonno).
Come molti dei suoi fratelli, anche Moros sarebbe nato senza intervento maschile, generato solo dal potere fecondo della Notte; tuttavia, secondo altre versioni, come quella riportata da Igino, Nyx lo avrebbe concepito insieme a Erebo, la personificazione delle Tenebre.

Arte, scena mitologia greca – Image by Gerhard G. from Pixabay
Nel poema Teogonia di Esiodo (vv. 211–222), Moros compare accanto ad altre figure che incarnano il lato oscuro e inesorabile dell’esistenza: le Keres, la Morte, il Sonno, i Sogni, le Moire ( Cloto, Lachesi e Atropo) che filano, misurano e tagliano il filo della vita.
Moros non ha volto né storia: è una presenza assoluta e impersonale, un principio cosmico.
Simbolo dell’impossibilità di sfuggire al proprio destino, ricorda che persino gli dèi sono soggetti a una legge più antica di loro: quella della necessità.
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