Gutta cavat lapidem (La goccia scava la pietra)

Publio Virgilio Marone

Publio Virgilio Marone (Ande, attuale Pietole, in provincia di Mantova, idi di ottobre 70 a C – Brindisi, 21 settembre, del 19 a. C.) meglio conosciuto con il suo nome, Virgilio, è stato un poeta romano, autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle Georgiche.

Nel lavoro di Dante Alighieri, La Divina Commedia, è stato la sua guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio. 

Figlio di contadini, Virgilio nacque ad Andes, un villaggio vicino a Mantova. Ha ricevuto una buona educazione ed è stato in grado di studiare retorica e poesia, grazie alla protezione di Gaio Cilnio Mecenate (da costui deriva il termine “mecenate” applicato a coloro che proteggono ed incoraggiano le arti).
I suoi primi anni sono trascorsi nella sua città natale. Raggiunta l’adolescenza si trasferisce a Cremona, Milano e Roma per completare la sua formazione. 
A Roma entrò nella cerchia dei poetae novi. In questo periodo ha fatto le sue prime composizioni poetiche. Si interessò di astrologia, medicina, zoologia e botanica.

La prima fase del pensiero virgiliano influenzata da epicureismo, platonismo si è evoluta in un mistico, così la sua produzione è considerata una delle sintesi più perfetta delle correnti spirituali dell’antica Roma.

Arrivò a Napoli nel 48 a. C. per studiare con il maestro epicureo Sirona.

Da allora, molti avvenimenti si succedettero; prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest’ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l’uccisione di Cesare, una congiura e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall’altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.).

Tutto ciò influenzò Virgilio che fu toccato direttamente da queste tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano che furono confiscate al padre ed ai fratelli, i quali si spostarono poi a Napoli con il poeta.  
Virgilio divenne un amico del poeta Orazio e di Ottaviano, prima che questi diventasse l’imperatore Augusto.

Napoli – Busto di Virgilio presso la sua tomba

Tra l’anno 42 a. C. e 39 a. C. ha scritto le Bucoliche, che mostrano la volontà di pace di Virgilio. Sono poesie inneggianti alla vita pastorale, a imitazione del poeta greco Teocrito Idilli. Anche se stilizzati e idealizzati hanno caratteri rurali. Nella famosa quarta egloga, canta l’arrivo di un bambino che porterà una nuova età dell’oro per la Roma. Gli studiosi hanno successivamente trovato in questi versi una profezia della nascita di Cristo.

Tra il 36 a. C. ed il 29 a. C. ha composto, su richiesta di Mecenate, le Georgiche, un trattato in materia di agricoltura, destinato a proclamare la necessità di ripristinare il mondo tradizionale contadino in Italia.

Dall’anno 29 a. C., inizia la sua opera più ambiziosa, l’Eneide, per la cui redazione ci sono voluti undici anni, un poema in dodici libri raccontando le avventure di Enea, dalla sua fuga da Troia alla sua vittoria militare in Italia. Il chiaro intento del lavoro è quello di dare un poema epico in patria, la loro cultura e il collegamento con la tradizione greca.

Enea porta suo padre Anchise sulle spalle e il figlio Ascanio per mano nel momento della fuga da Troia. A Cartagine, sulle coste dell’Africa, fece innamorare la principessa Didone (*), che si suicidò dopo la partenza dell’eroe. In Italia, Enea sconfigge Turno, re dei Rutulians. Il figlio di Enea, Ascanio, fondò Alba Longa, una città ove Rea Silvia rimase incinta del dio Marte e successivamente partorì i gemelli Romolo e Remo. Dunque, secondo Virgilio, i Romani erano discendenti di Ascanio, e, quindi, di Enea stesso.  
Aveva già scritto l’Eneide, quando fece un viaggio attraverso l’Asia Minore e la Grecia, al fine di verificare le informazioni scritte nel suo poema più famoso. Ad Atene incontrò Augusto e tornò, già malato, con lui in Italia.  Al suo arrivo a Brindisi, prima della sua morte, ha chiesto all’imperatore di distruggere l’Eneide. Augusto si oppose fermamente e fu un bene per la gloria della letteratura latina.

Vedi anche:
Da Troia a Roma: un riassunto dell’Eneide

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(*)
Didone, Primogenita di Belo, re di Tiro, e sposa di Sicharbas,alla morte del padre, La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito e prese il potere, con lo scopo di evitare la guerra civile.
Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta. Giunone aveva promesso loro una nuova terra in cui fondare una propria città e gliel’aveva indicata come la terra in cui scavando sulla spiaggia avrebbero trovato un teschio di cavallo. Approdata infine sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirvisi, prendendo tanto terreno “quanto ne poteva contenere una pelle di bue” infatti l’antico soprannome di Cartagine era “Birsa”, che in greco significa “pelle di bue” e in fenicio “rocca”. Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì ad occupare un territorio di circa ventidue stadi (uno stadio equivaleva a circa 185,27 m2
Durante la vedovanza Didone venne insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi numidi, popolazione locale; secondo le narrazioni più antiche dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada invocando il nome del marito Sicharbas.
Didone venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit e quale ipostasi della grande dea Astarte
Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall’imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche. La tradizione romana vedeva un collegamento tra la famiglia cartaginese dei Barca e la regina leggendaria tanto fu che anche la regina Zenobia di Palmira, molto più tardi, si proclamò discendente ed erede politica di Didone.

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