Nella vasta e tumultuosa costellazione dei miti greci, Agave occupa un posto singolare e terribile. È l’unica tra le Baccanti a essere ricordata per nome, forse perché il suo gesto, una madre che, in preda al delirio sacro, decapita e sbrana il proprio figlio, rappresenta un estremo che persino la mitologia, così ricca di violenze e trasgressioni, fatica a contenere. Figlia di Cadmo, fondatore di Tebe, e sorella di Semele, l’amante mortale di Zeus, Agave è una devota di Dioniso, il dio che chiede alle sue seguaci l’abbandono totale, l’estasi, la perdita dei confini.
Tutta l’esistenza di Agave sembra condensarsi in un unico atto: l’uccisione del figlio Penteo. Accecata dal furore bacchico, Agave scambia il giovane re per una belva feroce e lo dilania insieme alle altre donne invasate.
È una punizione spietata, inflittale da Dioniso per vendicare Semele, che Agave aveva diffamato, e per affermare la propria supremazia su ogni legame umano, persino su quello tra madre e figlio. Nel mondo di Dioniso, il sangue non è un confine: l’estasi spezza ogni ordine.

Penteo viene dilaniato dalle menadi. Affresco romano della parete nord del triclinio della Casa dei Vettii (VI 15,1) a Pompei. – Wikipedia, pubblico dominio
La fama di Agave è indissolubilmente legata alle Baccanti, protagoniste dell’omonima tragedia di Euripide del 406 a.C., che per primo portò sulla scena la storia della donna e del figlio massacrato. Da quell’opera discende l’intera tradizione letteraria successiva che ha raccontato il volto oscuro e magnetico del culto dionisiaco.
Le Baccanti, o Menadi, “le folli”, erano le seguaci del dio del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Chiamate anche Bistonidi, dal nome di una popolazione trace particolarmente devota a Dioniso, venivano raffigurate nude o appena coperte da pelli di daino, con il capo cinto d’edera e il tirso tra le mani, il bastone sacro anch’esso ornato di foglie. Accompagnavano le loro danze con il flauto a due canne e il tamburo, strumenti che scandivano il ritmo del delirio rituale.

Sarcofago romano con scena bacchica, inizi del III secolo d.C., marmo – Musei Capitolini – Roma, Italia – Wikipedia, pubblico dominio
Inseparabili dal dio, insieme ai Satiri costituivano il suo corteo errante. Vagavano per le montagne, si abbeveravano alle fonti, che nella loro visione estatica si trasformavano in latte e miele, e si nutrivano di ciò che la natura offriva. Il loro legame con il mondo selvaggio era profondo e concreto: non solo lo rappresentavano simbolicamente, ma sembravano dominarlo. Le raffigurazioni antiche mostrano Baccanti che cavalcano pantere, accarezzano lupi, tengono per mano belve feroci, come se la furia animale fosse diventata loro compagna.

Menadi in un bosco, di Gustave Dore, 1879, gesso – Museum of Fine Arts, Boston – Wikipedia, pubblico dominio
I Baccanali, le feste in onore di Dioniso, erano la manifestazione collettiva di questo potere sovversivo. Durante queste celebrazioni, soprattutto le donne venivano travolte da un entusiasmo religioso incontenibile: abbandonavano le case, correvano nei boschi, danzavano, urlavano, si lasciavano andare a ogni eccesso. Il culmine del rito era il pasto sacro, durante il quale le Menadi dilaniavano un animale e lo divoravano crudo, nel tentativo di assimilare il dio, di farsi una cosa sola con la sua forza vitale.
Le storie delle Baccanti sono quasi sempre segnate dalla tragedia. Di Agave si racconta che, dopo aver compreso l’orrore del gesto compiuto, fuggì in Illiria, dove sposò il re Licoterse. Ma neppure lì trovò pace: secondo la leggenda, finì per uccidere anche lui per assicurare al padre Cadmo il possesso del regno. La follia, una volta entrata nella sua vita, non la abbandonò più.

Penteo dilaniato da Agave e Ino. Particolare lekanis attica a figure rosse (ciotola per cosmetici), ca. 450-425 a.C. – Museo del Louvre – Wikipedia, pubblico dominio
Vittima delle Menadi fu anche Orfeo, il grande poeta e musico. Avendo rifiutato di partecipare ai loro riti orgiastici, venne assalito e fatto a pezzi come Penteo. La sua testa, gettata nel fiume Ebro, scese fino al mare e giunse all’isola di Lesbo, dove gli abitanti le tributarono onori solenni. Si dice che, anche dopo la morte, continuasse a cantare, a recitare versi, come se la voce del poeta fosse più forte della distruzione.
Non tutti, però, furono vittime innocenti. Licurgo, re di Tracia, osò sfidare Dioniso, rifiutandogli ospitalità e imprigionando i Satiri e le Menadi del suo seguito. La vendetta del dio fu terribile: colpito da follia, Licurgo uccise il figlio Driante, scambiandolo per un ceppo di vite. Poi la Tracia fu colpita dalla siccità, e l’oracolo dichiarò che solo la morte del re avrebbe restituito fertilità alla terra. Gli abitanti lo legarono a quattro cavalli lanciati in direzioni opposte, che lo smembrarono.

Il re Licurgo di Tracia uccide Ambrosia, che viene trasformata in una vite. Mosaico greco da Delos, fine II secolo a.C., 69 x 73 cm. Museo Archeologico di Delos. – Wikipedia, pubblico dominio
Una versione tarda del mito racconta invece che una Baccante, Ambrosia, trasformatasi in vite, gli si avvolse attorno fino quasi a soffocarlo.
Attraverso Agave e le Baccanti, il mito greco mette in scena una verità inquietante: esiste una forza che dissolve l’identità, annulla i legami, travolge l’ordine civile.
Dioniso è il dio che libera, ma anche colui che distrugge. E Agave, madre e assassina, amante del dio e strumento della sua vendetta, ne è l’immagine più lacerante e memorabile.
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