Orfeo, il più famoso poeta e musicista mai esistito

Orfeo, figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, è una delle figure più affascinanti della mitologia greca: poeta, musicista e iniziato ai misteri, viene ricordato come il più grande cantore mai esistito.
Secondo la tradizione, fu Apollo stesso a donargli la lira, mentre le Muse gli insegnarono l’arte di suonarla. Il suo talento era così straordinario che la natura sembrava rispondere alla sua musica: le belve feroci si placavano, gli alberi si inclinavano e persino le pietre parevano restare immobili, incantate dal suono.

British School – Orfeo e le Bestie – Victoria and Albert Museum, Londra – Wikipedia, pubblico dominio

In Tracia, presso Zone, si raccontava che un gruppo di antiche querce fosse disposto ancora secondo lo schema di una delle sue danze, quasi a conservare nel paesaggio una traccia del suo passaggio.
Ma Orfeo non era soltanto un artista: era anche un giovane coraggioso. Lo dimostra la sua partecipazione alla spedizione degli Argonauti, con i quali salpò verso la lontana Colchide alla ricerca del Vello d’oro.

Federico Cervelli – “Orfeo ed Euridice” – Wikipedia, pubblico dominio

Tornato da quell’impresa, Orfeo sposò Euridice,  chiamata da alcune fonti anche Agriope, e si stabilì presso i Ciconi. La loro storia, tuttavia, fu segnata da una tragedia destinata a diventare uno dei miti più celebri dell’antichità.

Un giorno, nei pressi di Tempe, nella vallata attraversata dal fiume Peneo, Euridice incontrò Aristeo, che tentò di abusare di lei. Nel fuggire, la giovane calpestò un serpente: il morso fu fatale e la portò alla morte. Orfeo, sconvolto e disperato, rifiutò l’idea di perdere per sempre la donna amata. E così prese una decisione estrema: scendere nel regno dei morti per riportarla indietro.

La discesa nell’Oltretomba è uno dei passaggi più suggestivi del mito. Orfeo, armato soltanto della sua lira, riuscì a compiere ciò che nessun mortale avrebbe osato: attraversare le soglie del Tartaro e affrontare le potenze infernali. La sua musica incantò Caronte, il traghettatore, placò Cerbero, il cane a tre teste, e commosse perfino i giudici dei morti. Le sue melodie, raccontano le fonti, riuscirono persino a interrompere le torture dei dannati, come se il dolore stesso si fermasse ad ascoltare.
Alla fine Orfeo giunse davanti ad Ade e Persefone. E accadde l’impensabile: la sua arte ammorbidì anche il cuore del sovrano dell’Oltretomba. Ade accettò di restituire Euridice al mondo dei vivi, ma pose una condizione severa: durante la risalita, Orfeo non avrebbe dovuto voltarsi indietro né parlare, finché Euridice non fosse giunta alla luce del sole.
Il viaggio di ritorno fu una prova di fiducia. Euridice seguiva Orfeo guidata dal suono della lira, passo dopo passo, nel silenzio. Ma proprio quando la luce sembrò vicina, Orfeo cedette: si voltò, forse per dubbio, forse per amore, forse per paura che la promessa degli dèi fosse un inganno. In quell’istante Euridice svanì, risucchiata per sempre nell’ombra. Orfeo l’aveva ritrovata… e persa di nuovo, in modo definitivo.

Dopo questa seconda perdita, la vita di Orfeo cambiò radicalmente. Alcune tradizioni raccontano che, quando Dioniso invase la Tracia, Orfeo smise di onorarlo e iniziò invece a dedicarsi ad altri misteri, condannando apertamente i sacrifici umani. Ogni mattina, inoltre, saliva sulla sommità del monte Pangeo per salutare l’alba e proclamare Apollo come il più grande fra gli dèi.

Dioniso, irritato da quella che interpretò come una sfida e un affronto, incaricò le Menadi, le sue seguaci in preda all’estasi rituale, di vendicarsi. Esse raggiunsero Orfeo a Deio, attesero che i loro mariti fossero entrati nel tempio di Apollo e, impadronitesi delle armi, massacrarono gli uomini e fecero a pezzi il cantore.

William Waterhouse – Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo – Wikipedia, pubblico dominio

Ma anche la morte non riuscì a zittire del tutto Orfeo. Le Menadi gettarono la sua testa nel fiume Ebro: la leggenda racconta che galleggiò cantando ancora, trascinata dalla corrente fino all’isola di Lesbo, terra che nei secoli sarebbe diventata uno dei grandi centri della poesia lirica.

Le Muse, addolorate, raccolsero le sue membra e le seppellirono a Libetra, ai piedi del monte Olimpo. In quel luogo, si diceva, il canto degli usignoli fosse più dolce che in qualsiasi altra parte del mondo: quasi un’eco, fragile e naturale, della voce di Orfeo.
Un ultimo dettaglio chiude il mito con un’immagine simbolica. Le Menadi tentarono di purificarsi dal sangue di Orfeo nel fiume Elicona, ma il dio del fiume, per non diventare complice di quel delitto, si inabissò sottoterra e riemerse quattro miglia più lontano con un altro nome, Bafira. Anche la natura, in questo racconto, sembra rifiutare la violenza compiuta contro il poeta.

Orfeo rimane così una figura unica: il cantore che osa sfidare la morte, il musicista che commuove gli dèi, e l’uomo che paga il prezzo di un amore assoluto. Il suo mito, più di molti altri, racconta quanto fragile sia il confine tra arte e destino, tra desiderio e perdita, tra luce e tenebra.

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