Nel cuore della mitologia egizia, quando si parla del fico, ci si riferisce al sicomoro (Ficus sycomorus), pianta antichissima e profondamente radicata nella terra del Nilo. Questo albero, originario dell’Africa orientale, era considerato una presenza divina, capace di unire cielo, terra e aldilà.

Un albero di sicomoro molto antico – Ficus sycomorus, con tronco cavo – Wikipedia, pubblico dominio
Con l’arrivo della primavera, secondo i miti della creazione, l’Uovo Cosmico, modellato dal dio Ptah e deposto sulle rive del Nilo, si apriva liberando Ra/Osiride, il Sole. Da quel momento il fiume e la luce vivevano in simbiosi. Il Libro dei Morti celebra questo eterno rinnovarsi con le parole: «Cresce, io cresco; vive, io vivo».
Era anche la stagione in cui cessava il lamento della dea Iside, perennemente alla ricerca dell’amato Osiride. In suo onore venivano rappresentati gli episodi del mito, culminanti nella resurrezione del dio, simbolicamente annunciata dai germogli di grano e orzo che spuntavano dalle radici del sicomoro sacro. Era il segno che la vita vinceva ancora una volta sulla morte.
Il sicomoro era considerato un vero Albero della Vita, paragonato alla fenice per la sua capacità di rinascita. Il suo legno e la sua linfa racchiudevano poteri simbolici: il succo era ritenuto portatore di facoltà misteriose, e con il suo legno si costruivano i sarcofagi. Sepellire il defunto in una cassa di sicomoro significava restituirlo al grembo della dea madre dell’albero, favorendo il passaggio nell’aldilà e la rigenerazione spirituale.
Nel Libro dei Morti il sicomoro è posto fuori dalla porta del cielo, luogo da cui ogni giorno sorge Ra. L’albero, vigente tra la luce del mondo e l’ombra dell’oltretomba, era dunque immagine di confine e di rinascita.
Non sorprende che fosse consacrato alla dea Hathor, chiamata la “dea del sicomoro”. Madre, nutrice e protettrice, Hathor abitava gli alberi e a Menfi era venerata come “Signora del Sicomoro del Sud”. Allo stesso tempo era anche la “Signora dell’Occidente”, custode dei defunti: il sicomoro diveniva così ponte tra il regno dei vivi e quello dei morti.
Il sicomoro e il numero nove
Nella tradizione numerologica egizia, al sicomoro era associato il numero 9, considerato tre volte sacro (3 x 3). Era il numero dell’Amore Universale e rappresentava l’unità dei tre piani dell’esistenza:
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- materiale,
- psichico,
- animico.
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La sua perfezione era tale che qualunque numero moltiplicato per 9 vedeva le proprie cifre sommate ricondursi di nuovo al 9: un simbolo di verità completa, totalità e ritorno all’origine.

Albero autoctono di Ficus sycomorus a Karnak, Alto Egitto – Autore Ben Pirard, opera propria – Wikipedia, pubblico dominio
Il sicomoro egizio è ben più di un albero: è un archetipo. Racchiude l’idea che la vita sia un ciclo eterno, fatto di morte apparente e di resurrezione, di luce che nasce dall’oscurità.
In esso convergono il Sole, l’acqua del Nilo, il destino umano e l’aldilà. Il suo legame con Hathor e con Osiride racconta un Egitto che leggeva la natura come un codice sacro, capace di svelare la logica profonda dell’universo: il perire per rinascere, il trasformarsi per continuare a vivere.
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