
Palamede. – Wikipedia, pubblico dominio
Achille, Patroclo, Agamennone, Odisseo (meglio conosciuto in Italia come Ulisse) sono figure leggendarie dell’antica Grecia, scolpite nella memoria collettiva grazie ai poemi omerici, in particolare all’Iliade. Eppure, tra i nomi che hanno fatto la storia della Guerra di Troia, manca quello di un personaggio straordinario: Palamede, definito da molti “il più bello e intelligente” tra i guerrieri greci.
La sua assenza nell’opera di Omero è tanto sorprendente quanto sospetta. Palamede fu infatti un protagonista di primo piano nelle vicende che portarono alla guerra, e la sua figura spicca per coraggio, ingegno e inventiva.
Allora perché il grande poeta epico lo ignorò?
Una possibile spiegazione è il rapporto conflittuale tra Palamede e Odisseo, eroe centrale dell’Odissea e protetto della tradizione omerica.

Testa di Ulisse da un gruppo scultoreo che rappresenta Odisseo accecante Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Dalla villa di Tiberio a Sperlonga. – Wikipedia, pubblico dominio
Quel che è certo è che altri autori dell’antichità – tra cui Euripide, Eschilo e Sofocle – riconobbero l’importanza di Palamede, dedicandogli opere teatrali purtroppo andate in gran parte perdute.
Palamede non era solo un valoroso guerriero, ma anche un genio creativo. A lui vengono attribuite numerose invenzioni: alcune lettere dell’alfabeto, l’introduzione dei numeri, la suddivisione del tempo in anni, stagioni e mesi, tecniche militari avanzate e persino il gioco dei dadi, ideato per intrattenere i soldati durante il lunghissimo assedio di Troia.

Canova – Palamede, scultura conservata nella “Sala di Palamede” a Villa Carlotta a Tremezzo, nel comune di Tremezzina, in provincia di Como. – Wikipedia, pubblico dominio
Allora perché Omero tace sul suo conto? La risposta potrebbe risiedere nella vendetta orchestrata da Odisseo. I due si scontrarono fin dall’inizio del conflitto, quando Menelao, re di Sparta, chiese aiuto agli altri principi greci per riportare a casa la bellissima Elena, rapita da Paride, principe troiano.

Elena e Paride. Faccia di un cratere a campana apulo a figure rosse (Taranto?), 380–370 AC. – Wikipedia, pubblico dominio
La colpa del rapimento non è solo di Paride: fu la dea Afrodite a promettergli l’amore della donna più bella del mondo, Elena, in cambio della sua preferenza nel famoso “giudizio di Paride”, l’episodio scatenato dalla mela d’oro su cui era scritto “Alla più bella”. Un gesto di Eris, dea della discordia, che mise in rivalità Era, Atena e Afrodite.

Rubens – Il giudizio di Paride – Wikipedia, pubblico dominio
Quando Menelao mobilita gli alleati, Odisseo si rifiuta di partire: un oracolo gli ha predetto dieci anni di guerra seguiti da altri dieci di peripezie prima di rientrare a Itaca. Così, per sottrarsi all’impresa, finge di essere impazzito: lo trovano sulla spiaggia a dissodare la sabbia con un aratro trainato da un bue e un asino, seminando sale.
Ma Palamede non si lascia ingannare. Per smascherare l’astuto re di Itaca, pone il piccolo Telemaco, figlio di Odisseo, davanti all’aratro. Odisseo si ferma di colpo, svelando la finzione. Non può più sottrarsi e parte con l’esercito.

Busto in marmo di Menelao, di Giacomo Brogi – Wikipedia, pubblico dominio
Quel gesto costa caro a Palamede. Odisseo non dimentica l’umiliazione e trama la sua vendetta. Fa ritrovare nella tenda dell’eroe una somma di denaro e una falsa lettera di Priamo, re di Troia, che lo ringrazia per aver passato informazioni riservate sull’esercito greco.
L’inganno riesce: Palamede viene accusato di tradimento, condannato e lapidato.
Con la sua morte, scompare anche la sua memoria. L’astuto Odisseo ha avuto la meglio e, forse anche per questo, Palamede non trova posto nei versi di Omero. Ma il ricordo del suo ingegno e del suo coraggio vive ancora tra le pieghe meno note del mito.
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