
Zefiro (tratto da un antico bassorilievo). Illustrazione di ‘Storie di meteore’, p. 170 – Wikipedia, pubblico dominio
Zefiro, nella mitologia greca, era la personificazione del vento dell’ovest, talvolta identificato anche con il vento di nord-ovest. Figlio di Eos, l’aurora, e di Astreo (o, secondo altre versioni, di Eolo, il dio dei venti), era spesso associato al fratello Borea, il vento del nord. Entrambi abitavano una caverna in Tracia. Ovidio, nelle Metamorfosi, descrive Zefiro come sovrano dei luoghi “dove si alza la stella della sera, dove il sole estingue i suoi ultimi fuochi“.
Tra le molte leggende legate a questa divinità, si racconta della sua unione con l’Arpia Celeno, che aveva assunto la forma di una giumenta. Da questa unione nacquero i cavalli immortali Xanto e Balio, donati ad Achille, così come Flogeo e Arpago, appartenuti ai Dioscuri. Alcune tradizioni attribuiscono a Zefiro anche la paternità di Eros, avendolo concepito con Iris, la messaggera degli dèi.
Zefiro prese infine come sposa la ninfa Clori, dea dei fiori, dalla quale ebbe Carpo, personificazione del frutto. Si narra inoltre che si fosse innamorato del giovane principe spartano Giacinto, il cui amore contese ad Apollo. Accecato dalla gelosia, deviò il disco lanciato dal dio, che colpì fatalmente Giacinto, causandone la morte.
Il culto di Zefiro affonda le radici nella civiltà micenea: il suo nome è stato rinvenuto su tavolette dell’epoca, insieme alla testimonianza dell’esistenza di una sacerdotessa dei venti a Cnosso. In tempi antichi, si celebravano sacrifici in suo onore più volte l’anno, con l’intento di invocarne la presenza o allontanarlo, a seconda delle esigenze agricole. Ad Atene gli era dedicato un altare.

William-Adolphe Bouguereau – Flora e Zefiro – Wikipedia, pubblico dominio
Nel Iliade, Zefiro appare come un vento impetuoso e carico di pioggia. Nell’Odissea e nei testi successivi, la sua immagine cambia: diventa una brezza leggera e tiepida, portatrice della primavera. In un passo dell’epopea di Enea, viene rimproverato da Poseidone (Nettuno) per aver obbedito a Era (Giunone) e provocato una tempesta che spinse Enea verso le coste italiane.
Come tutte le divinità dei venti, Zefiro è rappresentato nell’arte greca con ali, spesso indistinguibile da Eros.

Zefiro e Giacinto mentre presumibilmente praticano il sesso intercrurale, piatto attico al Museum of Fine Arts di Boston – Wikipedia, pubblico dominio
In molte raffigurazioni su vasi antichi, appare accanto a Giacinto, talvolta tra le sue braccia, in scene dal forte contenuto erotico: in un vaso conservato al Museo delle Belle Arti di Boston, ad esempio, il corpo del dio si intreccia con le vesti del giovane.
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Nella pittura rinascimentale, Zefiro e Clori diventano simboli di trasformazione, amore e rinascita.
In La Primavera, Zefiro appare sulla destra del dipinto mentre insegue la ninfa Clori, che sta per essere da lui posseduta. Dal loro incontro, Clori si trasforma in Flora, dea dei fiori, che al centro della composizione sparge petali primaverili con eleganza e serenità.

Dettaglio dal dipinto La Primavera di Sandro Botticelli raffigurante la scena in cui Zefiro afferra Cloris e si trasforma in Flora – Wikipedia, pubblico dominio
Questo passaggio, che unisce eros, metamorfosi e fertilità, incarna perfettamente il tema della rinascita naturale e spirituale che attraversa l’intera opera. La figura di Zefiro, dipinta con tonalità azzurre e forme allungate, suggerisce la leggerezza e l’impeto del vento, ma anche una certa inquietudine, in contrasto con la calma luminosa del resto del dipinto.
Nella Nascita di Venere, Zefiro è rappresentato accanto alla ninfa Aura (o Clori, secondo alcune interpretazioni), mentre soffia dolcemente per accompagnare la dea sull’isola di Cipro.

Sandro Botticelli – La nascita di Venere – Wikipedia, pubblico dominio
Il loro soffio trasporta con grazia la conchiglia che regge Venere, mentre petali di rosa cadono nell’aria come simbolo di bellezza e sensualità. Qui il vento assume un carattere più etereo, quasi divino, diventando veicolo di grazia celeste piuttosto che di desiderio carnale.
In entrambe le opere, Botticelli attribuisce a Zefiro un ruolo fondamentale: è il motore dell’azione, l’elemento che avvia la trasformazione, che spinge la natura a sbocciare e l’amore a manifestarsi.
Non è più soltanto un dio del vento, ma diventa metafora del cambiamento sottile e profondo, del passaggio dall’inverno all’estate, dall’oscurità alla luce, dall’inconsapevolezza alla fioritura della coscienza.
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